Contributi

I giovani, la formazione manageriale post-laurea ed il buio oltre la siepe

di Luigi Adamuccio 05 giugno 2012

La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l’opportunità
Randy Pautsch
La capacità di apprendere più velocemente dei vostri concorrenti potrebbe essere il solo vantaggio competitivo che avete
Arie De Geus

Nei soli primi nove mesi del 2011 si contano 80 mila giovani under 30 occupati in meno. Questo dato sconfortante si va ad aggiungere all’emorragia di più di 480 mila unità registrata tra il 2009 e il 2010. E’ la dimostrazione delle sempre maggiori difficoltà che le nuove generazioni incontrano ad entrare nel mondo del lavoro. A portare dati freschi è stato l’Istat in occasione dell’ultimo rapporto annuale. Il bilancio sarebbe ancora peggiore, sfondando quota mezzo milione, se si prendessero in considerazione anche i giovanissimi: nei primi due anni di crisi gli occupati in meno tra i 15 e i 29 anni sono stati 501 mila. Sono proprio gli ultimi arrivati a pagare il prezzo più alto, con la disoccupazione tra gli under 25 che in Italia è salita al 31%, collocando il nostro Paese alle spalle della sola Spagna. Tra gli under 30, invece, l’istituto di statistica nazionale registra una diminuzione dei senza lavoro, anche se il tasso rimane sempre elevato. E la laurea sembra non bastare più per incontrare la domanda del mondo produttivo, tanto che sempre più giovani decidono di proseguire gli studi con un master di specializzazione organizzato da business school specializzate in determinati settori.

Aforisma, scuola di formazione leccese, da due anni organizza, con l’obiettivo di favorire l’incontro tra giovani e mondo del lavoro, un appuntamento molto significativo, “I giorni dell’impresa”, in cui intervengono come testimonial ex alunni: essi costituiscono una prova concreta, in un paese come il nostro in cui il favoritismo è prassi diffusa e tanti giovani promettenti rimangono fermi, di un buon livello di placement dei corsi organizzati.

Giovani, laureati e sempre più disoccupati
L’intento de “I Giorni dell’Impresa” è quello di consentire ai giovani in cerca di lavoro, una conoscenza ravvicinata di realtà aziendali particolarmente dinamiche attraverso l’esperienza di imprenditori e manager che si occupano in prima persona di formazione, business, risorse umane, comunicazione, ma soprattutto attraverso la testimonianza personale di ex allievi che hanno iniziato a lavorare a pochi mesi dalla conclusione di un master post lauream organizzato dalla stessa scuola. Partecipando a tale evento, quest’anno tenuto nel mese di marzo, mi è stato possibile ascoltare il racconto delle prime esperienze lavorative, rispettivamente presso una banca pugliese di recente istituzione ed una consolidata società di consulenza lombarda, di due giovani (un ragazzo ed una ragazza), già miei allievi nel master in “gestione delle risorse umane e organizzazione”, ai quali sono particolarmente legato. Un momento, se vogliamo, che ha prodotto in me un sentimento di viva partecipazione affettiva, ma anche il bisogno di una riflessione sull’attuale situazione giovanile, sulla crescente importanza delle competenze per chiunque aspiri ad un’occupazione in linea con le proprie aspettative, sulla centralità della conoscenza soprattutto nella aziende cc.dd. “labour intensive”.
Ed immediatamente il mio pensiero è riandato ad una ricerca, che ho letto un paio di anni fa, condotta dalla Fondazione Cuoa (Centro Universitario di Organizzazione Aziendale) tra un migliaio di giovani laureati, i cui risultati in buona sostanza mettevano in risalto una profonda insoddisfazione nei confronti della spendibilità della propria formazione universitaria nel mondo del lavoro, per cui più della metà degli intervistati riteneva indispensabile continuare a formarsi anche dopo l’università. Come non dare ragione a quei giovani intervistati, così come a tutti i giovani che, trovandosi a sperimentare le difficoltà di un lavoro caratterizzato da un livello medio-alto delle professionalità implicate, faticano non poco a costruirsi un vademecum ragionato di risposte alle sfide che li attende?
Molti di noi, a vario titolo, o perché genitori o perché impegnati nel problematico mondo della formazione post lauream, hanno viva nella mente la presentazione del recente XVI rapporto Almalaurea sulle possibilità occupazionali dei laureati triennali. Lo scenario delineato da tale ricerca non può certo essere definito tranquillizzante, considerato il dato relativo al tasso di disoccupazione, che tra i laureati continua a crescere: un dottore su cinque non trova lavoro, mentre chi l’occupazione l’ha trovata è costretto a vivere in una situazione di perenne precarietà2, con salari d’ingresso fermi da oltre un decennio a livelli inferiori a quelli di trenta anni fa e con la consapevolezza del rischio elevato che i giovani corrono sempre di essere i primi a perdere il posto di lavoro. Tutto ciò a conferma del ritardo dell’Italia rispetto agli altri Paesi dell’area OCSE.
Lo stesso direttore di Almalaurea, Andrea Cammelli, ha sottolineato che “si tratta di un fenomeno piuttosto preoccupante, ma del resto basta dare un’occhiata agli investimenti fatti in questo periodo dal nostro Paese in questo settore. Francia, Germania, tutti i Paesi europei hanno investito di più nelle professioni qualificate per uscire dalla crisi, l’Italia è l’unica in controtendenza. Abbiamo una percentuale di laureati modesta rispetto alla media OCSE, abbiamo una classe dirigente di oltre 55 anni, poco scolarizzata e per di più investiamo pochissimo in questo campo”.

La crisi, la globalizzazione, la finanza creativa e l’emergenza giovanile
In Italia, la gravità della situazione occupazionale, soprattutto dei giovani, al di là dei dettagli numerici, è nota a tutti, addetti ai lavori e non, diretti interessati o semplici osservatori.
L’Istat ci fa sapere che quasi nove lavoratori su cento (per ritrovare un dato così alto bisogna tornare a dodici anni fa) e, ciò che più preoccupa, trenta giovani su cento (il tasso più alto negli ultimi venti anni) sono disoccupati. Un disastro, una disfatta sociale che mette tanta tristezza e getta nel pessimismo più inquietante e disarmante.
E non so se e quanto possa ridare fiducia un dato fornito da Eurostat: nell’area euro pare sia disoccupato solo un giovane su cinque. Il tasso, infatti, sembra destinato a crescere.
I giovani, pertanto, soprattutto quelli italiani, che oggi si affacciano al mondo del lavoro si trovano davanti un futuro molto incerto, reso ancora più tragico dalla gravissima crisi che, molto lontana dall’essere superata, dal 2007 assilla i Paesi occidentali mettendo a dura prova l’economia di intere nazioni e la serenità dei giovani, dei loro genitori, di tutti noi.
Quale la sua origine?
Gli analisti, i ricercatori scientifici e gli specialisti addetti ad indagini tecniche e finanziarie, sono convinti che la causa vada ricercata nella c.d. “finanza creativa” (non a caso si parla di crisi finanziaria, poi diventata anche economica), “finanza creativa” che, negli ultimi anni, ha costruito una serie di insidiosi strumenti per ottenere il massimo profitto nel minor tempo, senza il bisogno di impiegare energie fisiche ed intellettive, magari fresche, offerte da giovani leve, nell’esercizio di una concreta attività produttiva.
A tal riguardo trovo illuminanti le parole dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, già governatore della Banca d’Italia, contenute nel suo ultimo libro3: ”hanno sfidato la legge morale che consente di distinguere il consesso umano dalla foresta” (…) ”hanno fatto della finanza (quella finanza che nei manuali di economia apprendiamo essere al servizio della produzione, dello scambio, dello sviluppo) la foresta dove appagare appetiti ferini, dove impera la legge non scritta del cinismo, del disprezzo di ogni valore che non sia quello del guadagno, del successo e del potere” (Carlo Azeglio Ciampi, A un giovane italiano, Rizzoli, MIlano, 2012).
Quali le prospettive a medio – lungo termine, alla luce del fatto che qualcuno parla di insuccesso, o addirittura di definitivo tramonto, del “pensiero unico liberista”?
Io, a dire il vero, vedo solo tanta confusione: mentre si invoca la protezione statale di importanti realtà del capitalismo finanziario, i lavoratori vengono abbandonati a se stessi, in balia del mercato. Qualcuno si è spinto fino all’elaborazione di un nuovo ossimoro: “statalismo liberista”.
A mio modestissimo avviso, occorre un riposizionamento “non ideologico” del modello industriale al centro di ogni agire:
puntando tutto sul settore secondario, terziario e, soprattutto, terziario avanzato;
abbandonando definitivamente l’astratto e fortemente evanescente modello di sviluppo fondato sulla finanza.
E’ di tutta evidenza, infatti, che la ricerca, la “creazione” di valore per un solo stakeholder (l’azionista) come unico fine del management4 ha quasi del tutto annullato l’economia reale ed il valore sociale dell’impresa come complesso di capitale umano e fisico variamente organizzato e ”sistema di forze economiche che sviluppa, nell’ambiente di cui è parte complementare, un processo di produzione o di consumo, o di produzione e di consumo insieme, a favore del soggetto economico e altresì degli individui che vi cooperano” (Aldo Amaduzzi, L’azienda nel suo sistema e nell’ordine delle sue rilevazioni, UTET, Torino, 1953).

L’importanza della conoscenza e l’etica
La competizione futura si giocherà sempre più sul campo degli aspetti intangibili dell’organizzazione aziendale, passando da una gestione basata sul controllo ad una basata sullo sviluppo dell’autonomia, della multifunzionalità e della competenza.
Le organizzazioni saranno sempre più “laboratori di intelligenza aziendale diffusa”, un circolo in cui hanno origine riflessioni comuni, confronti aperti sui problemi da affrontare e risolvere, un alveare in cui il successo nel business verrà dall’autonomia e dalla creatività operosa di personale particolarmente preparato.
In queste aziende si diffonderanno sempre più attività ad alta intensità di conoscenza.
Nel contempo sta maturando una nuova cultura d’impresa.
La combinazione di questi due fattori (diffusione di attività ad alta intensità di conoscenza e maturazione di una nuova cultura d’impresa) determinerà la necessità, per i giovani che aspirano al successo in campo professionale, di focalizzarsi sull’innovazione, sulla flessibilità (quella buona che non si trasformi in precariato a vita), sulle tecnologie e, soprattutto, sulle loro competenze, intese come la sommatoria delle attitudini personali, delle conoscenze/esperienze professionali, laddove maturate ovviamente, e della volontà di affrontare e risolvere i problemi.
Alla luce di quanto sin qui detto, condivido solo in parte quanto il Professor Eric Maskin, Premio Nobel per l’economia 2007, ha dichiarato a Venezia nel mese di dicembre 2011, in occasione dei “Nobel colloquia”.
Sono in perfetto accordo con lui quando:
evidenzia come il processo della globalizzazione, cresciuto negli ultimi 25 anni, abbia aumentato il benessere in modo significativo in molte aree geografiche ma, nel contempo, abbia causato la perdita di molti posti di lavoro soprattutto per i più deboli nella catena del lavoro, ossia per le persone sprovviste di una elevata preparazione professionale, poco qualificate, per nulla specializzate;
sostiene che per porre rimedio a questa situazione da un lato i governi dovrebbero puntare molto sulla formazione e dall’altro i lavoratori acquisire sempre maggiori conoscenze che permettano loro di trovare o ritrovare un posto di lavoro all’altezza delle aspettative.
Sono, invece, in disaccordo con lui quando dichiara che l’etica, a suo avviso, non può contribuire in qualche misura al superamento della crisi6.
Cos’è in fondo l’etica se non il codice di principi e di valori morali che governa i comportamenti di una persona o di un gruppo in riferimento a ciò che è giusto o sbagliato?
Sono i valori etici che stabiliscono degli standard riguardo a ciò che è considerato buono o cattivo nella condotta e nella presa di decisioni, standard che si applicano per lo più ad aspetti del comportamento non coperti da leggi.
Forse ciò che è giusto o sbagliato nel business, nella realtà di tutti i giorni, non è facile individuarlo con chiarezza, anche perché ogni individuo porta con sé sul posto di lavoro un insieme di opinioni e valori molto personali e nella difficile conduzione degli affari conta molto il background familiare. Ma i sistemi organizzativi formali (redazione di rigorosi codici etici, implementazione di corretti sistemi di ricompensa, ecc.) costituiscono un fattore che può influire sull’etica manageriale, così come, ai fini di un processo decisionale etico, il fattore più importante è senz’altro rappresentato dal ruolo del top management nel fornire l’impegno, la leadership e l’esempio in relazione ai valori etici.
Quello del complesso delle convinzioni morali che formano la cultura di un’organizzazione è un tema appassionante, che non si può certo avere la presunzione di affrontare in questa sede. Per chiunque fosse interessato ad approfondirlo ed avesse la voglia di trascorrere un venerdì diverso in una delle città più belle d’Italia, l’appuntamento è a Lecce, il 22 giugno 2012, per un convegno sponsorizzato dalla Banca Popolare Pugliese e promosso da APCO – Associazione Professionale Italiana dei Consulenti di Direzione e Organizzazione, da UCID – Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti – e da ASSOETICA (www.assoetica.it), associazione, quest’ultima, che, ormai da dieci anni, si propone di favorire la diffusione della cultura etica nel mondo imprenditoriale, la condivisione di risorse ed informazioni, lo scambio di esperienze professionali e umane tra i suoi soci (fellow), nonché ogni tipo di contatto con il mondo delle aziende finalizzato alla reciproca collaborazione.

Meritocrazia versus favoritismo e familismo amorale
In un tale quadro di permanenti difficoltà legate alla situazione economica negativa, chi in Italia deve trovare lavoro od organizzare un’impresa votata al successo si scontra anche con l’accentuato e continuo ricorso al favoritismo ed al clientelismo: una delle misure della debolezza e dell’inefficienza dell’intero sistema economico.
A fronte di questa situazione, emerge un crescente bisogno di legalità, in continua espansione grazie soprattutto alle nuove generazioni che più pagano lo scotto di un’economia in recessione e minata da questo cancro sociale.
Ne viene fuori uno scenario fosco, in cui tra le tante, annose e ben note emergenze italiane c’è quella gravissima dei giovani, di quelli svegli che non vogliono restare a vita dipendenti dal reddito dei loro genitori, ma che non possono contare sulla prossimità con un potente.
Tutta colpa di una classe politica incompetente, incapace e sprecona e di una radicata cultura nazionale, caratterizzata da condotte, diciamo così, non sempre perfettamente in linea con valori e principi morali.
E’, infatti, inutile nascondere come molti degli intrecci, degli accordi e delle pratiche, a cui tutti noi assistiamo quotidianamente in molti ambiti, creano pericolosi connubi tra politica, affari e, di conseguenza, mondo del lavoro.
Accordi, pratiche e intrecci che, purtroppo, in molti casi degenerano in veri e propri abusi a discapito dei più deboli ed indifesi, sopratutto quando, ignorando ogni valore etico, a prevalere sono interessi particolari (di singoli o di gruppi) rispetto a superiori esigenze pubbliche o collettive.
Si va da intere famiglie assunte in università e ospedali a notai figli di notai, da farmacisti figli di farmacisti ad avvocati di grido figli di avvocati di grido; si passa dalla cooptazione in consigli di amministrazione di amici a consigli di amministrazione concatenati tra loro, da alleanze strategiche più o meno alla luce del sole alla costituzione di vere e proprie lobby, dalla ricerca di protezioni di politici locali o nazionali, in cambio di assunzioni di favore, a vere e proprie attività illecite.
Come sostiene in maniera brillantissima, come solo lui sa fare, Beppe Carrella: “l’intelligenza non può essere trasferita (padri) o data per scontata (amici) o buona per tutte le stagioni (politici)” (“L’intelligenza non è un adesivo”, Persone & Conoscenze, 75, gennaio 2012).
Nel nostro paese, invece, l’intelligenza sembra proprio essere “adesiva”, con una chiarissima situazione, abbondantemente oltre il tollerabile, in cui, pur senza cadere in generalizzazioni, l’intelligenza stessa (e quindi una situazione lavorativa di tutto privilegio) viene trasmessa a parenti, ad amici e ad amici degli amici senza alcuno sforzo.
E’ chiaro, come detto, che non bisogna cadere in facili generalizzazioni, anche perché vi sono situazioni perfettamente legittime di figli che svolgono la stessa professione dei padri per attitudini o propensioni.
Il problema è che, fenomeni fisiologici in altri Paesi, in Italia sono diventati patologici con le segreterie di molti politici e determinate famiglie di potenti e baroni che funzionano come ottimi uffici di collocamento.
E’ vero, molti processi e progressi sono molto graduali: con una metafora molto riuscita, si dice che siano assimilabili più ad una serie di piccoli morsi che ad un grande boccone.
Il tempo, in ogni caso, scorre inesorabilmente e ci attendono 15-20 anni di sacrifici più o meno duri durante i quali, se riusciremo a mettere in piedi una seria politica di lotta agli sprechi e di ritorno alla legalità ed alla meritocrazia, mancheranno le risorse non solo per nuovi investimenti in grado di ridare slancio all’economia, ma anche solo per mantenere l’esistente.
Occorrono risorse umane fresche, capaci, competenti, non compromesse con questo stato delle cose e con l’attuale establishment (detentore del potere politico, economico e culturale), che abbiano forza e volontà di mettere in piedi un vero e proprio cambiamento, rompendo schemi ed equilibri ormai consolidati da decenni che fanno comodo solo a chi ora beneficia di questo sistema e occupa posizioni sociali e professionali in gran parte dei casi immeritate.
In un paese dove il tasso di disoccupazione giovanile è elevatissimo occorre, pertanto, gettare un seme di speranza, almeno per questa generazione che rappresenta il futuro.
Occorre immaginare e disegnare nuovi modelli di sviluppo, in un contesto di riferimento fatto di legalità e di certezza delle regole.
Tra le nuove generazioni, il posto fisso non ha più l’antico “appeal” e la fiducia nelle proprie potenzialità e nella possibilità di esprimerle liberamente, senza alcun ostacolo arbitrario, è la premessa su cui fondare ogni loro nuovo progetto.
Per fare questo bisogna necessariamente:
affrancare almeno i più giovani dall’intermediazione politica, da un sistema, diciamo così, costrittivo e dalla sudditanza ai potenti di turno;
avviare una crescita virtuosa e non assistita, sostenendo e accompagnando l’impegno di quei singoli che dimostrano maggiori capacità e/o un maggiore spirito d’intrapresa.
Occorre, soprattutto, che tutti insieme si lavori per rafforzare la consapevolezza che la illegalità, l’imbroglio, l’abuso non sono, come qualcuno intende far credere, la conseguenza del mancato sviluppo di un paese, ma ne sono la causa.
La meritocrazia è la chiave del rilancio della nostra economia, a condizione che qualcuno abbia il coraggio di rompere il circolo vizioso del demerito che contraddistingue la nostra società attraverso una nuova classe dirigente.

La formazione post lauream per il successo professionale
Per tutta una serie di fattori diventa, dunque, sempre più difficile, per un giovane, riuscire a trovare un’occupazione che risponda al percorso scolastico intrapreso; il giovane, pertanto, cerca di arricchire il proprio curriculum con dell’ulteriore formazione specialistica, post lauream.
Ma questa formazione, se fatta bene, è veramente:
un’utile esperienza, finalizzata prioritariamente a produrre apprendimento ed a valorizzare al massimo le capacità o potenzialità dei partecipanti, in modo che possano affacciarsi sul mondo del lavoro con buone probabilità di centrare il bersaglio ai primi colpi?
un percorso al termine del quale realmente si impara a lavorare?
Io, personalmente, sono portato a rispondere affermativamente perché, come esordisco in ogni mia lezione prendendo a prestito un’espressione tratta dal libro Il cammino di Santiago di Paulo Coelho, “Insegnare significa mostrare che è possibile, mentre apprendere vuol dire rendere realizzabile per se stessi”.
Tutto ciò può essere garantito solo da una formazione che, da un lato, riesca a coinvolgere sentimentalmente oltre che cognitivamente, dall’altro sia anche un efficace canale di trasmissione di una conoscenza “privata” o “euristica”, ossia non codificata, non acquisita soltanto per mezzo di testi, corsi di aggiornamento, seminari, non “letteraria”, ma capitalizzata attraverso la pratica quotidiana in un campo di azione ben definito.
In coerenza con la business school con la quale collaboro, io considero la formazione post lauream soprattutto come un utilissimo strumento perché i giovani imparino ad “occuparsi di se stessi”, costruendosi un bagaglio di conoscenze in linea con la cultura dell’innovazione e dell’imprenditorialità prefigurata dalla “Strategia di Lisbona”, adottata dal Consiglio Europeo nel marzo 2000, e dal successivo Libro verde “L’imprenditorialità in Europa”, presentato dalla Commissione europea nel 2003.
I master post lauream, se validi, producono innegabilmente conoscenza, cultura e, soprattutto, apprendimento concreto. Il loro obiettivo didattico, infatti, non è solo il trasferimento tout-court di conoscenze e competenze legate a specifiche aree strategiche aziendali, ma anche di importanti e concreti concetti di general management finalizzati a sviluppare una vera cultura d’impresa oltre che la c.d. “employeeship”, attraverso il potenziamento:
della responsabilità, intesa come capacità di sentirsi artefici principali del raggiungimento di obiettivi predefiniti;
della lealtà, intesa come capacità di capire che il proprio comportamento promuove gli interessi dell’azienda;
dell’iniziativa, intesa come capacità di acquisire autonomia assoluta nel “problem solving”.
In altre parole, una buona business school punta tutto su una formazione che badi allo sviluppo di qualità/virtù personali accanto a competenze, attitudini, conoscenze tecniche.
Entro questo perimetro, durante le lezioni, con la teoria si cerca di stimolare l’apprendimento cognitivo, con le esercitazioni si tenta di agevolare l’apprendimento esperienziale, con gli aforismi, brevi massime ricche di saggezza e di concetti fondamentali, si cerca di agevolare l’apprendimento intuitivo, insegnando come relazionarsi con gli altri, dai capi, ai colleghi, ai clienti.
Il master post lauream è per i giovani laureati un’opportunità che, se correttamente utilizzata, permette loro di investire su se stessi e sul proprio futuro, un’arma in più per ampliare la propria visione del mondo, divenendo prima di tutto manager di se stessi, capaci di orientarsi in maniera più disinvolta nella odierna realtà occupazionale.
Le attese dei giovani che decidono di frequentare un master sono solitamente elevate. Lo considerano un’occasione preziosa per approfondire un certo settore di interesse, una modalità concreta di approcciarsi alla complessità di una realtà aziendale. E’ chiaro, tuttavia, come alla base di tutto ci debba essere la molla della vera conoscenza: quella non di un apprendimento inteso come “patrimonio” acquisito una volta per tutte, ma di un “processo” permanente, in continuo divenire, in linea con l’inarrestabile divenire storico.
Intanto, nella mia stimolante esperienza formativa, ho verificato una straordinaria verità. Sosteneva Seneca nelle sue Lettere morali a Lucilio: “Homines dum docent discunt” . Sì, “gli uomini, mentre insegnano, imparano”. Non vorrei rischiare, un domani, al termine di questo nuovo percorso, di scoprire di aver preso più di quanto abbia mai dato.

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In Banca Popolare Pugliese, per più di venti anni, si è occupato di organizzazione aziendale e di processi operativi e gestionali. E’ autore di due libri e di articoli dal contenuto tecnico per riviste specialistiche. Ha organizzato e preso parte, anche come relatore, ad una serie di incontri-convegno su argomenti sempre legati a problematiche organizzative. All’attività in azienda associa la docenza di organizzazione aziendale presso AFORISMA, dove è anche componente del relativo Comitato Tecnico Scientifico. Da giugno 2012 è "Ethics Officer onorario" e "Referente regionale" per la Puglia di Assoetica. Dal 2015 è membro del Consiglio Direttivo di AIF – Associazione Italiana Formatori - Delegazione di Puglia e Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione delle due società facenti parte del Gruppo Banca Popolare Pugliese. Dal 2017 è Formatore manageriale specialista qualificato APAFORM - Livello EQF 6.

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