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Al rogo, al rogo!

Nella notte del 4 marzo un commando proveniente dal mare ha appiccato sei focolai d’incendio al complesso della Città della Scienza. Un blitz eseguito con mano militare, degno di Kabul o di Damasco, a Napoli.
Città della scienza era stata una sfida lanciata a metà degli anni ’90 alla deindustrializzazione del territorio, un progetto originale ed avanzato che integrava uno Science Centre, museo scientifico interattivo di seconda generazione “hands-on”, un’area dedicata all’alta formazione e allo sviluppo territoriale, un incubatore per la creazione di nuova imprenditorialità nel Mezzogiorno: un’impresa culturale sorta come l’araba fenice dalla cenere dell’area industriale di Bagnoli, e finita nella cenere, attraversando come un lampo gli ultimi quindici anni della notte di una città degradata.
Nel 2010 questa stella è stata riconosciuta da Eurispes come una delle 100 eccellenze italiane, nel 2005 è stata dichiarata miglior museo scientifico europeo. E’ stata scelta dall’ UNESCO per realizzare musei scientifici a Gerusalemme e Baghdad. Il Pontificio Consiglio della Cultura le aveva affidato l’organizzazione di un centro di divulgazione scientifica in Nigeria. Ecco a che cosa è stato appiccato il fuoco.
Davanti alle macerie fumanti della casa che brucia ci svegliamo da un imperdonabile sonno e ci accorgiamo che essa ci apparteneva. Quella casa, prima ancora di bruciare per mano criminale, era stata colpevolmente abbandonata dai suoi azionisti, le Istituzioni locali: nel territorio desertificato dell’ex Italsider irrisolti problemi di riqualificazione si aggiungono alle vertenze giudiziarie per l’inquinamento di un sito non ancora bonificato, e alla limitata viabilità di tutta l’area di Coroglio, spesso soggetta a frane e rischio crolli. I contributi istituzionali regionali, pari a circa la metà del fatturato, sono stati poi improvvisamente soppressi a partire dal 2010. Perché evidentemente, in un quadro di endemica emergenza in cui lo Stato ha drenato le risorse destinate ai territori, la cultura e la promozione dello sviluppo non rappresentano alcuna priorità. I dipendenti dell’impresa sono stati tartassati da inaccettabili ritardi negli stipendi, i precari sono stati mandati a casa, le ditte appaltate e i consulenti non sono stati pagati: un intero sistema di cui l’impresa culturale era il volano è stato messo in ginocchio nella più cupa indifferenza dei suoi principali stakeholders, la politica, l’amministrazione, i media, i cittadini stessi.
Succede anche con le persone care: ora che lo zio emigrato, il nonno burbero, la suocera esigente non ci sono più, ne tessiamo le lodi, e forse ne sentiamo perfino la mancanza. Ma in vita non ce ne siamo curati.
Un’impresa può morire per diversi motivi, per un incidente, per un ordine della magistratura, per un attentato della camorra, per una gestione truffaldina o fallimentare, o semplicemente per indifferenza. Ma di tutte, quest’ultima è la morte peggiore.
L’impresa, con i suoi capitani coraggiosi, col suo equipaggio di uomini e competenze, vive della relazione col territorio al pari dei suoi processi. Ed è una relazione vitale in quanto osmotica, che richiede le stesse cure e maturità della coltivazione di un campo di grano. Col terreno arido e pietroso del sottosviluppo non si piantano le condizioni per durare e crescere nel tempo.
Per questo cultura e coltura hanno la stessa radice.

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