Contributi

Il Credo

di Gabriele Pillitteri 02 marzo 2013

L’America degli anni 20 viveva nella illusione che possedere carta ( azioni) equivalesse a possedere ricchezza. Si è visto com’è andata a finire: dopo il crollo del 29, 15 anni di non crescita. Gli sboom, lo sgonfiamento degli aerostati pieni di carta del 1985, del 2001, e del 2008 sono stati la conseguenza del Credo che il mondo occidentale sia il migliore mondo possibile perché il suo destino sarebbe segnato dal segno +. Più crescita, più benessere, più ricchezza. Gli alchimisti della trasformazione della carta in benessere sono indubbiamente gli operatori dei mercati finanziari. Negli Stati Uniti il Credo è patologico: i cittadini si indebitano per comprare carta, le banche si indebitano per vendere carta, lo stato è la grande stamperia che stampa titoli di debito pubblico e poi se li compra. Ma sono gli Stati Uniti.
In Italia per non essere da meno abbiamo stampato obbligazioni Bot, Btp, Ctz in cambio di denaro ma invece di dirottarlo nei mercati finanziari per fare boom, lo abbiamo utilizzato per aumentare la spesa corrente. Così abbiamo raddoppiato il debito pubblico in 13 anni per costruire strade, centri polifunzionali, scuole, palestre, ospedali, opere incompiute dopo 5, 10 anni dall’inizio dei lavori. Oltre al danno la beffa di deturpare il paesaggio. Non contenti, abbiamo creduto che i posti di lavoro si potessero ottenere facendo ripetere gli stessi processi di lavoro da diversi centri decisionali, in questo siamo maestri, e ci siamo riusciti. Con la devolution e il finto federalismo abbiamo accentuato gli effetti nefasti di una burocrazia infernale e costosa. Oltre al nobile scopo di assumere persone il cui impiego allunga i processi di lavoro, abbiamo moltiplicato i veti e i contro veti, col risultato di sottoporre le imprese, a tour de force micidiali per ottenere autorizzazioni che in Svizzera sono rilasciate via web con due giorni d’attesa.
Ma l’idrovora “trangugia e divora” senza sosta, la bestia più la sfami e più chiede continuamente cibo; così una volta che la strada dell’indebitamento diventava sempre più difficile per via del parametro invalicabile debito pubblico / prodotto interno lordo che ci ha regalato l’ingresso nell’euro, ci siamo buttati con grande determinazione sulla tassazione degli asset delle famiglie: case, terreni, risparmi, auto ecc. Ci furono momenti di orgasmo contemplativo da parte di ministri che invocavano la dea della bellezza, a cui rendere omaggio, quando la gioia pervadeva i loro cuori nel pronunciare la fatidica formula di rito propiziatorio:” le tasse sono belle” Per mitigare l’odore di selvaggio proveniente dal motore del capitalismo le anime belle frequentatrici di sagrestie ed ex case del popolo, hanno messo nel carburante un additivo speciale: gli effluvi profumati della socialdemocrazia nordica. Tasse, imposte, gabelle.
Siamo arrivati alla crisi di sistema iniziata nel 2008 con il motore dell’economia che andava fuori giri al primo colpo di acceleratore. Oggi la società scricchiola da tutte le parti e potremmo assistere impotenti al crollo della struttura se non si interviene subito. Chi ha conseguito i master a Boston e a Chicago se ne stia a casa. Parli solo chi ha carisma e leadershiip. Gli altri stiano zitti per favore. I mediocri hanno già fatto abbastanza danni. La strada da seguire è già tracciata. Non è quella di aumentare la carta invocando Draghi. Bisogna fare il percorso a ritroso degli ultimi 13 anni, e rimettere mano alla spese corrente questa volta in senso contrario cercando di ridurre progressivamente la carta che abbiamo emesso in cambio di denaro. La nostra economia è tornata ai livelli del 1999, pertanto bisogna ridurre i costi per tornare allo stesso livello di quegli anni. Ci vorrà tempo. Per questo bisogna cominciare subito.
Da che parte si comincia? Dai responsabili. Tagli ed eliminazione di istituzioni inutili o poco produttive: provincie, Tar, Corte dei Conti, effetti distorsivi delle devolution, tagli ai costi della politica e non dei futuri introiti ma retroattivi. Tagli drastici agli stipendi e alle pensioni dei superburocrati, tetto agli stipendi dei manager delle banche e delle società quotate. Privatizzazione delle 7000 società partecipate dagli enti locali. Riorganizzazione dei processi della burocrazia, accorpando funzioni, competenze, e centri decisionali. I tagli potranno permettere la riduzione delle tasse sugli asset dei ceti produttivi che potranno tornare a spendere e rivitalizzare la domanda di beni e servizi. L’alternativa è nel Credo di Grillo ed è il terzo punto del suo programma, dei dieci apparsi sul Sole 24: la ristrutturazione del debito. Una follia che solo chi ha sempre calcato palcoscenici teatrali e televisivi poteva pronunciare senza fare una grossa risata. Ma forse il comico ancora inconsapevole del ruolo politico che dovrà assumere ha riso… di pancia.

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