Contributi

Le aziende sono un paese per gli over 40?

di Matteo Fantoni 19 marzo 2013

La riflessione che vorrei condividere non è tanto sulla discriminazione per età, quanto sul perché chi ha più di 40 anni possa vivere con difficoltà la vita aziendale, non per “colpa” dell’azienda, ma per un suo vissuto personale. Come 46enne il tema non potrebbe non essermi più vicino.
Come base di appoggio ho scelto il saggio di Elliott Jacques dal titolo Morte e crisi di mezz’età, pubblicato nel volume Lavoro, creatività e giustizia sociale, a cura di Luigi Pagliarani. Non ho l’ambizione di farne corretta esegesi, ma solo di darne una lettura molto personale.
Consiglio a tutti gli over 40 di avvicinarsi al testo di Jaques. E’ un testo che picchia duro, come si può intuire dal titolo. La prima volta in cui l’ho letto ho avuto una reazione di rifiuto totale. Ci sono tornato su qualche mese dopo. Mi ha aperto degli abissi, ma anche delle speranze.
L’analisi di Jaques parte dal rapporto creatività ed età e mostra come vi siano due tipologie di artisti: quelli che creano prima dei 30/ 40 anni e poi si fermano e in alcuni muoiono. Poi ci sono quelli che proseguono e scoprono una nuova modalità di creare. E fin qui tutto bene, anzi è consolatorio: tutti gli “over” possono tranquillamente identificarsi con Beethoven, Balzac e Verdi.
Ma la parte hard deve ancora arrivare. Qual è l’elemento che arriva dopo i 40 anni? La paura della morte, nel senso che nell’ età di mezzo – mi suona meglio che mezz’età – si inizia a capire che la vita e, di conseguenza la nostra progettualità lavorativa, non può essere infinita. In altri termini, si scopre in modo più o meno conscio, che non siamo immortali e non siamo onnipotenti. La nostra progettualità di vita entra davvero nella dimensione del tempo, di un tempo anche lungo, ma non più infinito, come era nello stadio di adulto precoce – così lo chiama Jacques.
Quando scriveva Jaques il tempo era ancora più limitato, sia perché l’età media della pensione era più bassa e anche l’aspettativa di vita era più limitata. Ma storicizzare la sua riflessione non ci aiuta molto. Io ho trascorso 20 anni di vita lavorativa e me ne restano almeno altri venti. Non sono pochi, ma non sono più infiniti, come mi sembrava 20 o 10 o anche 5 anni fa.
Cambia completamente la percezione del tempo: se ho davanti tanto tempo, tanto da sembrare infinito, posso affrontare con un certo spirito gli avvenimenti della mia vita lavorativa. Posso rimandare delle scelte, tanto potrò sempre fare dopo. Posso rimandare le mie gratificazioni profonde, mentre inseguo quelle più banali di status, carriera e stipendio. Posso pensare che poi ci sarà un momento in cui finalmente i miei sforzi saranno ripensati.
Vent’anni di vita lavorativa davanti sono troppi per dire: “attendo con saggezza la mia pensione”, ma pochi per dire “ci sarò sempre un dopo, un dopo che darà significato profondo a quello che sto facendo adesso”.
Questa credo sia la sfida più complessa da affrontare. Non è tanto che le possibilità di carriera si riducono, non è tanto il fatto che gli head hunters sono sempre alla ricerca del mitico trentenne che ha una solida esperienza, costa poco ed è pronto a devastarsi la vita pur di riuscire. E non è neppure la difficoltà ad adattarsi al cambiamento o di aggiornare le proprie competenze. E’ la difficoltà di rimandare le scelte importanti o di raccontarsi bugie per prendere tempo. Questa è la vera difficoltà.
Allora il vero nemico del’ over 40 in realtà è sé stesso. A maggior ragione in un mondo aziendale sempre più difficile da leggere. Qualche anno prima poteva dare scariche di adrenalina. Oggi molto spaesamento.
Cosa può fare l’ over 40 ? Liberarsi di tutto e darsi alla meditazione e all’elemosina, come suggeriscono le religioni orientali? Difendere i privilegi acquisiti fino alla pensione? Inseguire con ancora più determinazione gli obiettivi che si aveva da neolaureati?
Secondo Jacques quest’ultima non è soluzione. Anzi, è la via per prendersi una bella depressione – confesso che le terminologie di tipo psichiatrico sono ciò che apprezzo meno del saggio – e per vivere la realtà come complotto persecutorio.
Ma Jacques – dopo aver aperto l’abisso – ci aiuta. Bisogna tornare indietro e rileggere la parte sulla creatività. La creatività dell’età di mezzo è più di tipo scultoreo, dove la materia non è più ignorata o superata, ma è parte integrante dell’opera d’arte. Il difetto insito nella materia diventa elemento della creazione. Quindi una creatività più consapevole, meno assoluta, meno ideale.
In un primo momento l’immagine dello scultore non mi aveva convinto. Ma poi, pensandoci meglio ho scoperto che affascina. Mi fa pensare a un rapporto intenso un qualcosa di altro da me come il marmo o la pietra con cui devo venire a patti. Non posso essere rigido come la materia, ma devo sforzarmi di conoscerla, capirne i pregi, i difetti e lavoraci sopra. Non c’è nulla di più reale della presenza fisica della materia. E la materia va accettata così com’è.
Così, anche nella mia vita, il caos, l’imperfezione, la mancanza di piena corrispondenza tra l’ideale e il reale, perfino la frustrazione, possono divenire elementi da valorizzare, sui quali costruire una diverso rapporto con il lavoro. Più consapevole. E più legato alla realtà e meno alle fantasie.
Per esempio, mi piacerebbe affrontare un progetto formativo a lungo termine, come il master in counselling che ho appena iniziato, cercando di focalizzarmi non su quello che potrò avere tra tre anni quando avrò completato il master, ma su quello che giorno per giorno imparo e provo a mettere subito in pratica. Con inevitabili errori. Ma anche con qualche soddisfazione qui ed ora.
Nel lavoro scultoreo – afferma Jaques “non è più indispensabile raggiungere la perfezione nel proprio lavoro: lo si può plasmare o riplasmare, ma lo si accetterà anche con dei difetti.”
In sostanza, la sfida per gli over 40 è tenere insieme il proprio desiderio, la propria dimensione progettuale con il principio di realtà e con l’inevitabile incompiutezza che lo accompagna. Non si può più essere Mozart, ma Beethoven sì.

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Sono laureato in filosofia e da circa 25 anni mi occupo di comunicazione aziendale, come come manager, consulente e docente. Ho lavorato all’interno di aziende, soprattutto farmaceutiche e all’interno di agenzie. Sono socio di Ariele , presso cui mi sono diplomato al master in consulenza al ruolo e sviluppo organizzativo. Dal 2011 collaboro attivamente con Assoetica. Mi interesso di etica in azienda, etica della comunicazione e di psicologia dinamica nelle organizzazioni (psicosocionalisi). E da qualche anno ho allagato la mia attività di consulenza, oltre alla comunicazione, alla facilitazione di gruppi, agli interventi formativi e al counseling.

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