Contributi

Troni vuoti, fumate bianche. Tra sacro e profano, cinema e realtà

di Sergio Di Giorgi 21 marzo 2013

Giorni e nuvole, di primavera

Ho scritto e riscritto più volte queste note.  Se ciò è in buona parte da imputare alla mia indole,  in questo caso ho (o almeno credo di avere..) delle attenuanti. Infatti, avevo deciso di parlare – con l’aiuto di alcune suggestioni cinematografiche ed aggiornando altre mie note precedenti (1) – di questo nostro tempo, dove il Potere, non solo quello politico, legato al governo degli uomini, ma anche quello spirituale, dopo la rinuncia di Papa Benedetto XVI al pontificato avvenuta l’11 febbraio scorso, sembrava davvero come un “trono vuoto”, che nessuno fosse in grado o avesse voglia di occupare.
Ho scritto e riscritto queste note in giorni in cui ci siamo sentiti inquieti, incerti, sospesi; in cui il tempo sembrava a volte come bloccato, ma allo stesso tempo sembrava correre più veloce del solito. Come se questa nostra inquietudine fosse alimentata, oltre che dai consueti, più prosaici ma anche più pressanti problemi – il lavoro che non c’è, i soldi che scarseggiano, e viceversa…- proprio dalla “assenza” del Potere e di una guida. Giorni in cui abbiamo continuato, a dispetto dei cieli grigi e spesso piovosi, a nutrire speranza, nel cambiamento. A desiderare dunque una guida nuova, che non fosse basata sul principio gerarchico, da “un’autorità che è autoritarismo, di una tradizione che si fa tradizionalismo” (2), la cui voce non arrivasse a noi, melliflua, retorica o tonitruante, “calata dall’alto”, ex cathedra, da un pulpito, uno scranno o un palco da comizio-spettacolo.

Giorni, comunque, che annunciavano la primavera. La sentivamo nell’aria, e poi è arrivata, oggi anche per il calendario. Giorni in cui la nostra speranza era stata anche ripagata da fatti concreti: si era incarnata nei volti nuovi del Potere, spirituale e laico (il nuovo Papa Francesco e poi i due nuovi Presidenti delle Camere), che cominciavano a riempire quei troni vuoti, e usavano simboli – tra cui le parole e i gesti – che traducevano, prima ancora di altre parole e concetti, peraltro assai importanti, una nuova visione del Potere e si ponevano come “rivoluzionari” rispetto al passato (su questo è stato già detto troppo e non aggiungeremo altro, se non sottolineare il cambiamento della “voce del potere” che spesso si fonda proprio sul “potere della voce”).

Corto-circuito, tra finzione cinematografica e realtà
In effetti, avviene da tempo. Ma mai con questa forza ed evidenza, con questa ammiccante platealità. Parliamo dell’osmosi o forse potremmo dire, con altra metafora, del corto-circuito – spesso infatti con effetti implosivi o esplosivi – tra la realtà e la finzione (cinematografica) che si mescolano e sovrappongono di continuo, tra la nostra memoria e il ‘tempo reale’. Così, immagini, scene, sequenze di film visti più o meno di recente affollano lo sguardo, interpolando la nostra visione dei Tg o delle dirette televisive, la lettura dei quotidiani, cartacei o elettronici, e dei social network e media di ogni risma… Del resto questo scambio o corto-circuito continuo avviene sempre più spesso tra il sacro e il profano, cultura alta e bassa, politica e satira, ecc. Sarà “un segno dei tempi”. Come segno dei tempi è forse pure questa capacità del cinema – a dispetto della sua pretesa perduta centralità nell’immaginario collettivo a vantaggio di altri media- di continuare ad essere, come in fondo è stato sin dal suo avvento, un luogo “profetico” come pochi altri; ma anche un linguaggio artistico e un ambiente narrativo dove il cinema e il mondo si contengono e interpretano a vicenda.
Ed ecco allora alcuni esempi, tratti dalla cronaca e filtrati dall’esperienza personale di questo corto-circuito (rimandiamo, come testimonianza audiovisiva, ai link dei brani cinematografici di riferimento). (3)

Martedì 26 febbraio, ore 17 (“a las cinco de la tarde”), Roma.
Pier Luigi Bersani scende nell’arena – la hall anonima di un albergo – per offrirsi in pasto ai giornalisti. Devono sembrargli una mandria di tori inferociti, e lui non ha nessuno, nemmeno un banderillero al suo fianco (si sa, è sempre soli nelle sconfitte, e anche nelle “non vittorie”, che forse hanno un sapore ancora più brutto, poiché indecifrabile, delle chiare sconfitte). Infatti, ha la faccia delle peggiori occasioni, stanca e sgualcita, l’espressione è un po’ schifata, il colorito un po’ verdognolo. Parlerà con voce più bassa e stracca del solito, senza quasi mai guardare dal suo piccolo palco sopraelevato la platea dei giornalisti appena più in basso; non avendo nessun sigaro tra le mani o agli angoli della bocca torturerà compulsivamente le stanghette degli occhiali.

Appena lo vedo apparire, il flash, credo di averlo postato anche su Facebook (o su Twitter, vabbe’ non importa)…Avevo visto da pochi giorni “Viva la libertà” di Roberto Ando’ (2013, adattamento dal suo romanzo “Il trono vuoto”, Bompiani;  il trailer ufficiale è su  http://www.youtube.com/watch?v=dLicMAWhv1k). Per un attimo, prima che Bersani parlasse, ho sperato che non fosse Bersani/Oliveri ma piuttosto Bersani/Ernani, come se Bersani/Bersani avesse mandato là …il fratello gemello! Allora sì che tutto sarebbe cambiato; altro che “non vittoria” e “non abbiamo vinto anche se siamo arrivati primi’, ecc. ecc. che sembravano parafrasi evangeliche, ma era come quando , durante la campagna elettorale, Bersani imitava (male, s’intende) Crozza che lo imita (bene), insomma un disastro, il grado zero della comunicazione per un leader politico (4). Se fosse stato il gemello, anzi il gemello pazzo, avrebbe potuto urlare (visto anche che questa cosa in Italia contribuisce a far vincere le elezioni…), recitare poesie, se non proprio Brecht anche solo un enigmatico ma pregnante haiku, fare delle flessioni, cantare, urlare: tutto ciò, insomma, che, se fatto bene, avrebbe potuto stupire, spiazzare. Ma naturalmente, ripensandoci a freddo, non avendo fratelli gemelli il vero e unico Bersani ha fatto bene ad astenersi. Del resto, pochi giorni dopo, pensando all’enigmatico finale del film, anche noi vedendo la faccia sorniona di Bersani all’indomani dell’elezione dei Presidenti delle Camere, ci siamo chiesti per un attimo se fosse “lo stesso” Bersani…

E’ da notare che l’archetipo e artifizio narrativo del gemello, viene declinato da Roberto Andò in maniera assai arguta – e certo ben assecondata dal grande talento attoriale di Toni Servillo. Infatti, il regista lo mescola, quasi sovrapponendolo, con l’altro e più inquietante topos del sosia e del doppio. L’Ernani, il gemello professore di filosofia, che non a caso è stato appena dimesso da una clinica psichiatrica, non è un “clone” e nemmeno un più o meno abile imitatore, è appunto un ‘altro da sé’.
Che, in ogni modo, accetta di buon grado l’agone politico. Che la politica sia una salita (su un palcoscenico scivoloso) o una discesa (in un “campo” melmoso), ci vuole comunque , al netto delle pulsioni narcisistiche, una buona dose di coraggio (o di temerarietà) per affacciarsi davanti a una folla – di fedeli, di tifosi, di spettatori paganti, ecc. – che attende trepidante.

Mercoledì 13 marzo 2013,ore 20 circa, Città del Vaticano
E’ un semplice saluto, quel “Buonasera!”, lanciato dal nuovo Papa Francesco I. Anche noi, attraverso lo schermo televisivo, e come tutti in San Pietro, lo vediamo venirci incontro, in una classica inquadratura frontale.  Ed è un saluto – che per il tono e l’intonazione e il timbro e l’estensione della voce che lo pronuncia – riempie un vuoto, sblocca un’immagine fissa, quasi un fermo-immagine, nella memoria. La memoria delle scene, e delle relative inquadrature, dense di significato, di “Habemus Papam” di Nanni Moretti (2011). L’inquadratura in soggettiva -vista con gli occhi di noi spettatori e di Papa Melville (Michel Piccoli)- del balcone-loggiato di San Pietro, negli attimi che precedono il rituale dell’annuncio, da cui si intuisce solo lo sbalzo abissale sulla piazza e sulla massa compatta e festante dei fedeli che attendono l’apparizione del corpo del potere e il suono della sua voce: per un vero e proprio discorso (quale ebbe a pronunciare, innovando sin da subito il protocollo, Giovanni Paolo II) o anche solo per una benedizione. Nel film, lo ricordiamo, la formula del “guadium magnum” resta una frase incompiuta, cui non segue il nome dell’eletto. Il Potere resta senza nome, innominabile, senza corpo e senza, appunto, voce. Ma l’afasia del Papa Melville è rotta da un grido sordo e angosciato, ma certo anche liberatorio. E il successivo breve discorso della rinuncia, l’ammissione di “non essere in grado di condurre”, di non poter essere guida (http://www.youtube.com/watch?v=Qbs9u79Uw74) è certo assai dolorosa, è letteralmente una fuga dal potere, dalle sue
stanze enormi e sontuose (tra le quali nel film come nella realtà si svolgevano i tristi giochi e congiure del potere curiale). Fuori dalla finzione, nella cronaca di una rinuncia così ben annunciata dal film, Papa Benedetto XVI non ha emesso alcun grido, ma le sue parole (e parabole) sono risuonate per giorni dure e taglienti. E lo sconcerto e sgomento provocati negli ambienti vaticani da quel gesto estremo e dalle sue spiegazioni non saranno stati diversi da quelli che vediamo dipinti sui volti dei cardinali nell’opera di Moretti.

Poi il regista inquadrerà, questa volta dalla prospettiva della piazza, quel balcone vuoto, quella porta-finestra coperta a metà da pesanti tendaggi, appena mossi dal vento, da cui si vede solo il nero dell’interno del Palazzo, là dove poco prima Papa Melville è stato risucchiato. Ma quel vento porterà più avanti le note della celeberrima “Todo cambia” nella indimenticata e inimitabile interpretazione della grande cantante argentina Mercedes Sosa1 (ancora una premonizione e una profezia…). E’ la canzone che Papa Melville troverà quando, depistando i suoi angeli custodi e le manovre di Palazzo (e del suo “portavoce”), svicola fuori dal Palazzo, spogliato dagli abiti del Potere, usando i mezzi pubblici, per incontrare il mondo vero, là fuori, nella Roma del potere temporale. Nell’anno di grazia 2011, troverà un popolo stanco e solitario, nevrotico, disilluso. Eppure la speranza del cambiamento – simboleggiata da quella canzone- non era estinta.
La ‘lezione di Melville’ – quel suo entrare nel mondo reale, a inseguire i “segni dei tempi” – anticipa in maniera impressionante il vissuto precedente e i primi gesti del nuovo Pontefice. E, solo ora, possiamo accorrere nuovamente come nel film ad ascoltare il suo discorso finale, ora che Melville ha ripreso la parola, per spiegarci l’inadeguatezza del potere, oggi, non come pavidità, ma come gesto, consapevole, di suprema umiltà. Dunque di supremo coraggio. L’umiltà di non sapere o di non potere più. Senza false promesse e senza inganni, a se stessi e agli altri. Una sfida per credenti e non credenti. Una sfida per la politica e i politici.
Purtroppo, non tutti sembrano volerla raccogliere. Infatti, appena due giorni prima…

Lunedì 11 marzo 2013, ore 13 circa, Milano
All’ora dei telegiornali, sui gradini di un tribunale molto emblematico, quello di Milano, vediamo in diretta un’adunata chiassosa e – almeno secondo molti di noi potenzialmente sediziosa. A vedere bene si tratta dei parlamentari, uomini e donne s’intende, appena eletti o rieletti nelle liste del PDL. Protestano contro la magistratura che (ça vaut sans dire)
perseguita Silvio Berlusconi, si offrono a interviste volanti, a un certo punto cantano (anche se l’armonia non sembra delle migliori) l’inno di Mameli. Da lì a poco, invaderanno – minacciosamente ma senza arrecare danni materiali alle strutture (però morali sì, almeno ad avviso di chi scrive) – l’atrio del suddetto palazzo di giustizia. Tutto questo avviene sotto lo sguardo di due martiri laici della nostra povera Patria, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che assistono impotenti alla scena, immortalati dalle gigantografie all’esterno di quel Tribunale (e oggi, oltre che la primavera, a Milano come in tante altre città d’Italia si ricordano, a conclusione della “settimana della memoria” i nomi dei tanti eroi e antieroi di questo nostro Paese, uccisi dalle mafie).
Come si vedrà meglio (solo dopo qualche ora, dai vari video caricati sui social media) si respirava in effetti una certa aria goliardica tra i convenuti, spesso ripresi a scherzare e ammiccare tra loro; pero alcuni coglievano anche l’occasione per lanciare messaggi minacciosi ai giornalisti che provavano a intervistarli.
Ovviamente, questo ulteriore inevitabile corto-circuito con la memoria filmica riguardava, ancora Moretti, il celebre finale de ”Il Caimano” (film del 2006). http://www.youtube.com/watch?v=AXMezbDSSrM.
E pero’… però cambiano tante cose (“Todo cambia”..): anche se sempre sulle scalinate davanti a un tribunale, l’ambientazione è assai meno carica di minaccia, è diurna anziche’ notturna, non ci sono le bottiglie incendiarie lanciate dai supporter contro i magistrati, e soprattutto non c’è… Silvio Berlusconi che comunque incombe come convitato di pietra (per la cronaca era ricoverato al San Raffaele di Milano per una improvvisa uveite…).

E però… che quel film – e quel finale – facessero paura lo dimostra un fatto: dopo tanti ostacoli, rinvii, e censure, il film è stato trasmesso dalla RAI (Rai 3) solo 5 anni dopo la sua uscita in sala!… http://tv.fanpage.it/il-caimano-di-moretti-supera-la-censura-e-va-in-onda-su-rai-3/#ixzz2OBK5E21L

Insomma, chi ha e continuerà ad aver paura – nei Palazzi del potere spirituale e temporale – del cinema-profetico?

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(1) Cfr. Sergio Di Giorgi, “Il discorso del potere. A proposito di “Habemus Papam” e di altri film recenti., in “Learning News” (rivista elettronica AIF-Associazione Italiana Formatori), maggio 2011.
(2) Come rileva, con riferimento al rapporto tra la figura del Pontefice e la sensibilità contemporanea, la lucida analisi di Vito Mancuso, “Il mestiere di Pietro”, La Repubblica, 4 marzo 2013.
(3)Si tratta di link a youtube legati a scelte personali e alla effettiva disponibilità in rete dei brani evocati.
(4) Peraltro, voglio precisare che considero Bersani, tra i leader politici italiani, uno dei pochi onesti e leali; lo dimostra quella sua frase – un rimprovero nemmeno velato ad altri predecessori e attuali contendenti, che non a caso l’hanno criticata, considerandola indice di “attaccamento alla poltrona” –  pronunciata in quella stessa occasione (“io non abbandono la nave” e resto “da mozzo o capitano”).
(5) Come è noto Mercedes Sosa compose la canzone durante il suo esilio a Parigi, ai tempi della dittatura dei militari argentini, alla quale registi come Fernando Solanas hanno dedicato grandi opere filmiche (ricordiamo solo il celebre dittico di Solanas “Tangos, l’exil de Gardel”, 1985 e “Sur”, 1988. Sulle polemiche e sui sospetti circolati in rete e sulla stampa di tutto il mondo a proposito del ruolo svolto da Papa Jorge Bergoglio durante la dittatura e rispetto alle posizioni –spesso acquiescienti- delle gerarchie cattoliche, rimandiamo all’articolo di Francesco Varanini “Bergoglio, Verbitsky, Ersatz”, apparso su “Bloom” il 17.3.2013, da cui riportiamo: “I dolori passati e i conflitti presenti non dovrebbero farci velo. Non dovrebbero impedirci di sperare che Bergoglio, in questi tempi difficili, possa fare qualcosa di buono e di giusto” (corsivo nostro).

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Formatore, consulente e critico cinematografico indipendente. Autore di saggi e articoli, è redattore delle riviste AIF (Associazione Italiana Formatori) “FOR-Rivista per la Formazione” e “Learning News”, collaboratore di “Persone & Conoscenze” (Este) e da poco di "Bloom". Come critico cinematografico collabora, tra le altre testate specializzate, a “Cineforum” e “Cinecriticaweb”. Di recente ha curato (con Dario Forti) il volume collettaneo Formare con il cinema. Questioni di teoria e di metodo, Franco Angeli, 2012. E-Mail: srg.digiorgi@gmail.com

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