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Creatività, innovazione, spirito di servizio: tre parole chiave per uscire dalla crisi

di Marco Lisi 15 maggio 2013

Un popolo di creativi
E’ il luogo comune più diffuso e che tutti, in qualche modo, invochiamo nei momenti di difficoltà: gli italiani sono una nazione di creativi, la creatività è la nostra migliore risorsa.
E’ indubbio che in un’economia sempre più basata sul valore della conoscenza, la creatività diventa un “asset” fondamentale, sia a livello delle singole aziende che in un’ottica di sistema paese.
Per la maggior parte della storia umana, la ricchezza è derivata dallo sfruttamento delle risorse del luogo di residenza, come il terreno fertile e le materie prime (minerali, carbone, petrolio).
Oggigiorno, la risorsa economica chiave, la creatività delle persone, è un bene altamente mobile. Conseguentemente, la ricchezza di una regione viene sempre meno a dipendere dalle sue caratteristiche geografiche e naturali, ma da altri fattori, per lo più culturali e sociali, caratterizzati da una dinamica evolutiva particolarmente rapida.
E’ questa l’opinione di Richard Florida, professore alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh, noto per la sua “Teoria delle 3 T”: tecnologia, talento e tolleranza, i tre fattori fondamentali allo sviluppo della creatività e quindi dell’economia.
Il professor Florida ha addirittura definito un indice di creatività, “Creativity Index”, basato su una serie di criteri e di rilevazioni statistiche, seppur in qualche modo opinabili, in grado di misurare la presenza dei tre fattori già menzionati nel tessuto socio-culturale di una nazione.
Sorprende a questo punto che proprio da una ricerca della Carnegie Mellon, basata su dati del periodo 1997-2000 ed estesa a tutti i paesi europei e nord-americani, risulta che l’Italia è praticamente agli ultimi posti della graduatoria di creatività, precedendo soltanto il Portogallo e la Grecia. Incidentalmente, la nazione leader in quanto a creatività sarebbe la gelida Svezia (altro che solarità mediterranea!), con un indice superiore addirittura a quello degli Stati Uniti.
Sembrerebbe la caduta di un mito, peraltro a noi particolarmente caro, che innumerevoli volte è stato invocato, da destra come da sinistra, per giustificare ed interpretare le sorti della nostra economia.

La creatività non basta
In momenti difficili e spesso travagliati, quali quelli che l’Italia ed il resto dell’Europa stanno attraversando, quando sembrano perduti alcuni tradizionali punti di riferimento e, ancor peggio, si affievolisce sempre più la speranza riguardo al nostro futuro, è impellente la necessità di rafforzare la nostra determinazione nel creare qualcosa di nuovo e migliore, per noi stessi e per la comunità.
La creatività, intesa non solo come invenzione di nuove idee, ma anche come capacità di uscire da schemi tradizionali per concepire nuove prospettive, nuovi modi di pensare, è un punto di partenza essenziale. Ma la creatività non basta: è necessario convertire le nostre idee creative in innovazione, attraverso spirito imprenditoriale e una realistica visione del “business”.
Creatività ed innovazione, peraltro, spesso si rincorrono, creando un circolo virtuoso.
Nel solco dell’approccio creativo e dell’innovazione, si sviluppano allora nuovi modi di lavorare, di concepire l’impresa.
La creatività è, infatti, al giorno d’oggi, un’esperienza tanto individuale quanto collaborativa.
Le tecnologie della comunicazione facilitano il nostro scambio di idee ed il lavoro collaborativo; inoltre, strumenti e piattaforme software, concepite “ad hoc”, ci aiutano a sviluppare la nostra creatività ed a tradurre in pratica nuove idee e soluzioni tecniche. In questo modo strumenti innovativi generano essi stessi nuova innovazione.

Creatività ed innovazione come stile di vita
Creatività e passione per l’innovazione devono diventare uno stile di vita, un abito mentale che inspiri la nostra vita professionale quotidiana (ancor meglio: la nostra vita, “tout court”).
Dinamismo, incertezza e competizione continueranno, purtroppo, a connotare nel prossimo futuro lo scenario economico mondiale perché è l’economia stessa a non possedere, al momento, un assetto etico e sociale stabile, di lungo periodo.
La risposta a questo stato permanente d’incertezza e volatilità non può risiedere in un approccio meramente difensivo: sarebbe una scelta in generale perdente e, per di più, elitaria, poiché tendente a sacrificare i molti a vantaggio dei pochi.
La reazione positivamente “visionaria” alla nostra situazione attuale deve basarsi su un radicale cambiamento mentale, su una “metànoia”, anche etica, della quale creatività, innovazione ed il loro corollario, la meritocrazia, costituiscono la parte essenziale.
Può esserci utile, come riferimento storico e culturale, il ricordo di quel periodo per molti aspetti insuperato ed irripetibile nella storia d’Italia e del mondo intero che è stato il Rinascimento italiano.
In quel capitolo della storia infatti, pur nel bel mezzo di vicende politiche complesse e spesso crudelmente violente, si assistette ad uno sviluppo eccezionale ed armonico della creatività, dell’innovazione e del “bello” in tutti i campi del vivere umano: economico, tecnico ed artistico (a parte, forse, quello sociale).
Che il gusto del “bello” e della bellezza non fosse soltanto un vezzo culturale, quanto piuttosto la logica conseguenza di una visione unitaria del sapere (di una visione “sistemica”, diremmo oggi) ce lo spiega Leon battista Alberti, che del Rinascimento fu tra gli esponenti più illustri: “Definiremo la bellezza come l’armonia tra tutte le membra, nell’ unità di cui fan parte, fondata sopra una legge precisa, per modo che non si possa aggiungere o togliere o cambiare nulla se non in peggio” (“ De Re Aedificatoria”).
Sostituite la parola “sistema” a “bellezza” nella frase citata ed avrete una delle migliori definizioni possibili dell’oggetto del “systems engineering”.

Spirito di servizio e professionalità
Dopo creatività ed innovazione, una terza parola deve diventare chiave nella nostra vita: servizio.
Riscoprire il valore del servizio, dello spirito di servizio, significa non solo riconoscere una realtà storica incontrovertibile, che cioè l’economia del mondo occidentale è prevalentemente basata sui servizi; significa anche e soprattutto mettere il singolo uomo ed il genere umano tutto al centro delle nostre attenzioni, mettendo in discussione qualità e scopo di quanto produciamo.
La presente crisi economica ci offre da questo punto di vista un’occasione unica per rivedere le assunzioni sulle quali la nostra società si basa e di proporre un nuovo modello, nel quale servizi nuovi, migliori e maggiormente antropocentrici siano sviluppati.
Non si tratta di riproporre in modo acritico e alquanto stantio la cultura del “piccolo è bello” (magari mitigata e corretta, in versione italica, da un parimenti importante “purchè sia creativo”). Ben vengano la quantità e la grande produzione, purché siano accompagnate da una sempre maggiore qualità e da un orientamento sempre più focalizzato sui valori di base e sui grandi obiettivi del genere umano e della società.
Così come creatività ed innovazione, lo spirito di servizio ci sfida a dare un nuovo significato alla nostra professionalità.
Non ci può essere spirito di servizio senza intelligenza emotiva (empatia), senza coscienza della propria responsabilità sociale, senza attenzione ai dettagli, senza una visione etica della professione e della vita.
Inoltre, un autentico spirito di servizio induce all’umiltà: umiltà nell’ascolto, nel rispetto per la diversità, nella tolleranza.
Un grande santo spagnolo della chiesa cattolica nel secolo scorso, giocando sul doppio significato, anche in italiano, del verbo “servire’, soleva ripetere: “Por servir, servir”.
Con spirito di servizio, creatività ed innovazione noi potremo aggiungere efficacemente valore a ciò che facciamo, per il miglioramento della società.

“Dormivo e sognavo che la vita era gioia. Mi svegliai e vidi che vita non era che servizio. Servii e compresi che nel servizio era la gioia.”

Rabindranath Tagore

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