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Privacy, eroi e traditori. La lezione di Philip Dick

di Francesco Varanini 14 giugno 2013

Un amico di recente mi diceva che di Dick ha letto tutto, anni fa, e che conserva il ricordo di un autore superato, non più attuale. Cito questo giudizio perché raramente mi sono trovato così in disaccordo. La vasta produzione di Dick mi riserva sempre sorprese, e se anche avessimo letto tutto, Dick è un autore da ri-leggere. La sua scrittura veloce, delirante, cela misteri, e ci svela ogni volta qualcosa di nuovo.
Dick se ne fotte dell’attualità. L’attualità è solo una delle attualità possibili. Crediamo di vivere in un mondo, ma forse viviamo in un altro. Credo di essere la tal persona, ma forse, senza saperlo, sono un’altro, manovrato da altrui mani, forse sono addirittura, senza saperlo, una macchina. Lo sguardo di Dick è sghembo, irriducibilmente diverso. Ma proprio per questo ci aiuta a guardare il presente, riesce a parlarci in modo profondissimo di ciò accade intorno a noi.
Questa offerta di letture alternative del mondo, questa salutare distorsione della nostra autopercezione ci è data da ogni pagina scritta da Dick. Ma poi, di volta in volta, troviamo nella sua vasta produzione un romanzo che illumina in modo speciale i fatti di cronaca; un romanzo che ci porta a scavare dietro l’apparenza di ciò che ci inquieta nel presente, dietro le parole che leggiamo sulle pagine dei giornali.
In questi giorni, guardando le notizie su Google News, in qualsiasi paese e in qualsiasi lingua… (Dick mi obbliga a divagare: lui aveva già immaginato Google News, integratore di informazioni, giornale che si fa da solo: lo chiamava giornale omeostatico). In questi giorni, guardando le notizie su Google, troviamo su ogni organo di stampa articoli che seguono il preteso scoop del Guardian. L’inchiesta, in realtà, non svela nulla che non si sapesse già. Siamo tutti ‘sotto ascolto’. Le nostre conversazioni telefoniche e i nostri scambi di e-mail e i nostri post sui social network sono osservati da occhiuti guardiani. Non è una novità.
Ciò che può semmai interessarci è come atteggiarsi di fronte a questo diffuso, incombente controllo. Come atteggiarsi non genericamente come cittadini detentori di un diritto che ci siamo abituati a chiamare ‘privacy’, ma come singole persone: tu, io, o qualcuno di noi che si trova, magari suo malgrado, nel ruolo di ‘scrutatore’ delle vite altrui.
Ecco così al centro della scena Edward Snowden, l’ex agente della CIA che ha parlato di ciò che stava accadendo. Tutto può essere riassunto nel titolo che abbiamo visto campeggiare su ogni giornale del globo: ‘Traditore o eroe?’.
Proprio di fronte a questo titolo mi è tornato in mente Philip Dick. Si questa opprimente cappa imposta da un incombente potere, di questo clima di complotto, che ci vede impotenti vittime, parla costantemente. Potremmo citare molti romanzi o racconti o saggi di Dick. Ma credo che esista un romanzo che più di ogni altro ci immerge in questo clima: A Scanner Darkly.
Un romanzo uscito nel 1977 -anno non a caso- che parla dell’impossibilità di essere normali per i reduci del Sessantotto, e di dipendenze e di droga, e dell’ambigua ipocrisia dei centri di accoglienza e di disintossicazione per dipendenti dalla droga.
Questo in apparenza non c’entra con le polemiche sulla privacy, sul tracciamento di ogni istante della nostra vita, sull’essere costantemente ascoltati, osservati, tracciati. Ma Philip Dick è generoso. E nel mentre celebra la vicenda di questi eroi dimenticati, nel mentre ci racconta del loro soccombere, ci racconta anche, in un romanzo-nel-romanzo, di Bob Arctor, membro di quel gruppo di sfigati e sognatori, e allo stesso tempo agente sotto copertura assegnato a spiare la vita dei suoi amici. Ma anche di sé stesso.
Dick ci parla dell’impossibilità e della vanità della privacy. Entità che ci appaiono sinistre –la NSA statunitense, la rete Echelon– incarnano oggi la minaccia: siamo costantemente, inevitabilmente spiati. Siamo tutti scrutati, controllati , osservati da occhi elettronici. Ogni informazione che ci riguarda è probabilmente conservata in qualche remota e segreta server farm. L’incubo immaginato da Dick negli anni ’70 del secolo scorso è la nostra realtà quotidiana.
Qualcuno si preoccupa di connettere queste informazioni per costruire un discorso che ci riguarda. Si pretende così si sapere chi siamo; si pretende anche -come ci ricorda Dick, di condizionare la nostra stessa autopercezione, riconducendola all’immagine frutto di tracciamento, di ascolto segreto.
Difendersi dall’ascolto occulto, da questo ‘oscuro scrutare’, è impossibile. Quale via ci resta allora. Cosa possiamo fare. Proprio qui, mi pare, il visionario Dick ci soccorre e ci indica una strada. La possibile via d’uscita non sta in pur necessarie, giuste norme poste a tutela della privacy. Sta nella nostra personale, individuale capacità di muoversi su questa scena, scegliendo di uscire dal proprio ruolo, come Edward Snowden. O giocando un doppio ruolo, come Bob Arctor. Dick ci spinge a ripensare il dilemma: ‘eroe o traditore?’. Ci spinge a togliere il punto interrogativo. Siamo eroi e traditori allo stesso tempo. Ognuno di noi potrebbe trovarsi a fare le scelte di Snowden e di Arctor.
Piuttosto che cercare una inattingibile privacy, è forse più saggio accettare che siamo costretti a vivere in una casa di vetro, e concentrare semmai l’attenzione nell’occultare le poche notizie su di noi che vogliamo veramente nascondere.
Dick ci invita a rovesciare il gioco: se qualcuno vuole imporci una immagine, una storia di vita, una colpa, ciò che possiamo e dobbiamo fare è usare gli strumenti che la tecnologia ci offre per lasciare di noi tracce coerenti con l’immagine che abbiamo di noi stessi, tracce autobiografiche, memoria di chi siamo veramente, memoria di ciò che, secondo noi, è veramente accaduto.
Lascio la parola a Dick: questa sua frase contiene un mistero, e allo stesso tempo, come accade con ogni mistero, qualche segno di un suo possibile disvelamento.

Annotare, e se possibile, permanentemente registrare, affinché tutte queste vite possano essere ricordate. Per l’avvento di quei giorni migliori, quando, più in là, vi sarà chi sia in grado di capire.

Philip K. Dick, A Scanner Darkly, Doubleday, 1977; trad. it. Un oscuro scrutare, Fanucci.
Film tratto dal romanzo: A Scanner Darkly, regia di Richard Linklater, 2006

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