Contributi

Adriano Olivetti: un uomo nato cinquant’anni troppo presto

di Alberto Peretti 24 agosto 2013

Certe riflessioni, anche critiche, sui processi di delocalizzazione pur nella loro ineccepibilità teorica denunciano la tristezza dell’attuale riflessione economica.
La tesi sostenuta è così sintetizzabile: il mercato punisce chi delocalizza. Non è cioè economicamente sostenibile separare la produzione di reddito, il consumo di prodotti e gli investimenti. La delocalizzazione cade nell’errore di considerare che esistano distinte aree del mondo che possono le une fornire capitali e domanda di beni, le altre dove è possibile reperire mano d’opera. Ma – si sostiene – ai luoghi dove si chiudono le produzioni si sottrae la capacità di acquisto e nei paesi dove si delocalizza, attratti dal basso costo del lavoro, non si trova un sufficiente potere d’acquisto e d’investimento. Si finisce così per produrre dove non si è ancora in grado di acquistare e di vendere dove non si è più in grado di comperare. Insomma, la delocalizzazione promossa per essere più competitivi impedisce la competitività.
La fallacia non è nel ragionamento, ma nell’impostare la questione della delocalizzazione su mere considerazioni di mercato e di competitività. In gioco entrano ben altri elementi. Ed è Adriano Olivetti ad averli descritti oltre mezzo secolo fa.
La delocalizzazione va discussa affrontando le domande davvero ineludibili. Un’impresa è soltanto una merce? Può essere spostata, smontata, fatta funzionare sulla base di considerazioni di mero profitto? L’impresa ha sì o no come suo connaturato movente un fine sociale e un miglior livello di vita? Adriano con largo anticipo denunciava che la delocalizzazione selvaggia impedisce una politica sociale fondata sul rispetto della persona umana e indirizzata al suo perfezionamento e al suo pieno manifestarsi: “La continua mobilità degli impianti, – scrive Olivetti – presupposto teorico di una economia incontrollata e fondata sul profitto, è un ostacolo di grande rilievo, a una politica sociale che intenda assistere in ogni manifestazione la vita dei lavoratori. Questa politica richiede un grado di sicurezza d’impiego, di continuità di lavoro e il formarsi di una simbiosi, importantissima al fine del perfezionamento della persona umana, tra ambiente esterno e attività industriale.”
Spezzando i legami tra impresa, territorio ed esistenza dei lavoratori la delocalizzazione frena il dispiegamento di due “forze spirituali” – spirituali! – che dovrebbero rappresentare il motore dell’agire d’impresa: una maggiore giustizia sociale e una continua ricerca scientifica. La delocalizzazione è suicida non tanto e solo perché va contro le cosiddette leggi della domanda e dell’offerta, ma in quanto impedisce quella sicurezza di vita e quella vitale continuità nella produzione che costituiscono le condizioni per investimenti in ricerca, tecnologia, formazione. Senza le quali un’autentica impresa è destinata a scomparire.
Il lavoro è soltanto uno strumento “che permette di produrre reddito e risparmio” oppure è un’espressione del vivere? La delocalizzazione offende il lavoro e reifica l’impresa. Li riduce a mere cose e al loro valore di scambio. Sottrae loro la vita. Mortifica la vera natura di una fabbrica. Che è – per dirla con Olivetti – un “organismo vivente” con “un carattere, una possente volontà interiore di perfezionamento sistematico dei processi tecnologici, di miglioramento continuo dei suoi prodotti considerati non come merci ma come oggetti scientifici.” E come tali possibili soltanto “nel continuo esercizio dello spirito di fantasia e di immaginazione […] nella spontanea negazione del principio che ad ogni istante debba intervenire un concetto esclusivo di calcolo economico”.
Le parole di Adriano Olivetti invitano a rimettere il mercato e le sue logiche al posto che loro compete. A rileggerle come condizioni d’esistenza di un’impresa e non come suo fine. E’ da qui che occorre ripartire, per non rimanere irretiti in un pensiero economico arrogante o triviale, comunque incapace di mettersi al servizio dell’essere umano e della vita.

Questi temi saranno al centro dell’incontro: Con Adriano Olivetti a scuola di futuro. Una giornata sui luoghi e sulle tracce di un modello d’impresa destinato a cambiare il mondo, 14 settembre 2013. Qui trovate il programma e le informazioni per partecipare

- ha scritto 1 contributi su Bloom!.


© 2018 Bloom!. Powered by WordPress.

Made by TOCGRS from the great Daily Edition Theme