Contributi

La mia religione

di Rolando Marco Carini 31 agosto 2013

Nella riforma delle istanze spirituali si pone la pesatura degli accenti con cui l’immanenza e la trascendenza del divino concorrono alla statuizione e alla fondazione delle coesione religiosa. Non sono mancate quindi utopiche visoni del mondo (molto tempo prima del “Paradiso Ora” agito dal Living Theatre) dove la convivenza armonica degli esseri rende la vita pienamente vissuta nel benessere, nella felicità e nella gioia della relazione. Visioni che ponevano l’accento sul potenziale edonistico come strumento per la risoluzione delle umane controversie. (Forse l’evoluzione culturale di lontani etogrammi di comuni antenati Bonobo?).

Il contrario quindi del paradiso di cattolici, puritani e calvinisti, posto nella trascendenza e guadagnato con sacrifici e sofferenze.

Ciò che intendo come “mia” religione si sostanzia nella connessione profonda che ho sperimentato fra questo nuovo così contrastato e il mio passato remoto di credente.

C’è chi confonde l’etica con la religione.

Possono esistere etiche senza religione, ma non il contrario. L’etica è informata dalla religione.

Una differenza fra religione ed etica è il desiderio di eternità.

Ho costruito una mia personale religione perché desidero con tutto me stesso l’eternità.

Ogni mia parte desidera continuare a vivere e confligge con le forze della distruzione. (Anche i pensieri più effimeri, se ci si fa caso, temono per la loro vita e portano  ansiosamente il loro sapere di fronte al tribunale utilitaristico della conoscenza.) Certo, in questo, sono imbrogliato dal linguaggio: illuso dalla impossibile eternità che esso magicamente crea quando presentifica l’essere che non è più o l’essere che non è ancora o l’essere, che non è qui ora. E non solo facendolo durare nel mio pensiero, ma condividendone con altri le implicazioni.

La vita mi ha insegnato però che non posso chiedere troppo: l’onnipotenza di una vita fuori da questo universo per un “sempre” che non mi è dato in alcun modo di poter misurare.

Ho quindi rinunciato alla trascendenza, all’onnipotenza e a Dio.

Devo accontentarmi, ma non è poco, di una eternità debole: quella fragile continuità della mia identità nei ricordi dell’altro che mi ha amato.

Cerco di spiegarmi meglio. Ho ricevuto una educazione cattolica e molto della religione che ho pensato deriva dagli insegnamenti del Cristo. Fino alle revisioni praticate dagli apostoli, sopratutto quelle di Paolo, i cristiani desideravano l’abolizione della schiavitù perché Cristo aveva insegnato loro che gli esseri umani sono persone. Come tali possiedono il dono di potersi fare ricettivi del seme linguistico dell’altro; risuona nella loro interiorità, ne fa germogliare i significati e con il loro frutto, consente loro di seminare a loro volta. L’alternanza dello scambio comunicativo ci rende alternativamente maschili e femminili e le vibrazioni dei significanti ci rendono empatici capaci di vivere come nostre le emozioni dell’altro.

Ma la schiavitù non era forse nata con l’assoggettamento delle donne?

Concepire che in ogni scambio comunicativo diventiamo femminili e che le donne loro stesse sono anche maschili, concepire che siamo quindi il frutto armonico e vigoroso dell’amore del padre e di quello della madre, uniti a formare l’essenza della nostra identità, era rivoluzionario (quindi irreversibile) perché riconosceva in noi, definitamente, una piena, articolata soggettività che non poteva, una volta che era stata riconosciuta, essere dimenticata e nuovamente sacrificata all’assoggettamento della schiavitù. (Per questo motivo Paolo, che voleva trovare un accordo con i ceti privilegiati dalla schiavitù, aveva scoraggiato i primi cristiani dal continuare per la via della emancipazione dalla schiavitù sostenendo che contava solo quella dell’anima adiscapito di qulla dei corpi.)

Sicché se penso alla mia identità consapevole, penso a me come espressione degli amori della mia vita. Al proporsi progressivo di una consapevolezza alimentata dal dialogo delle persone che hanno condiviso con me l’amore.

Così, mentre sorrido, penso/esprimo/divento/sono il sorriso. che era anche quello di mia madre, alle parole che balbettavo col suo sorriso, alla espressione che mi da il senso di esistere con ciò che ricreo perché ancora amo.

Ma anche se non penso, agendo imito, e nella mia espressione l’amore di altri si condensa.

Pensare, parlare ed esprimere l’identità della popolazione dei miei amori dialoganti ciascuno a ricordare sé stesso e, a sua volta, la propria testimonianza di amori.

I confini della mia identità davvero così sfumano e divento piccino sulle spalle ondeggianti di questi giganti. Ma quando ne sento la forza, come se fosse davvero solo mia, è perché forse ne sono in qualche modo responsabile, io, privilegiato, ma non unico, testimone di quegli amori, in ogni mia espressione, li consegno all’altro e, se mi ama, e quanto più mi amerà, egli ne vorrà decifrare l’alchimia geroglifica facendola vivere in lui e diventando egli stesso testimone del mio amore.

E farmi amare infine, da me, dipende.

Così mi sento in buona compagnia, con altri a me congiunti dei quali accolgo, ad ogni scambio, il seme: con loro, staffetta della vita.

Questa eternità debole è ancora meno sicura di quella biologica. Quella di geni che trasmettono occhi, nasi ed orecchie, potenti bicipiti, spalle profumate e deliziose, anch’essi oggetto di un piacere che si conserva. Ma non è poco ed è di tutti: seppur così debole, la mia religione diventa l’etica di un progetto: la preghiera silenziosa che ciò che all’altro comunico sia anche solo poco accolto, perché solo da lui dipende la mia debole eternità. E dagli esiti di un progetto che unisce può e deve dipendere il futuro della cultura umana.

(rev 2013-08-21 Castiglione della Pescaia)

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