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Debito pubblico e chiacchiere in televisone

di Lauro Venturi 24 settembre 2013

In questa ripresa autunnale si sentono le solite litanie sul debito pubblico che strozza sul nascere ogni possibilità di sviluppo.

Ripropongo un testo (semi serio) che scrissi due anni fa e che mi sembra ancora attuale.

La morale di fondo è che più parliamo dei problemi e più ci incupiamo, mentre occorre rischiare in fretta su soluzioni imperfette.

 

Mi daranno il Nobel?

Nella seconda metà di agosto stavo attraversando il confine tra il New Hampshire ed il Vermont.

Non c’erano gli sfavillanti colori dell’autunno, ma il paesaggio era comunque molto bello e rilassante, tanto di quel verde da perderci gli occhi, tra prati sconfinati ed alberi senza risparmio.

Qua e là qualche fattoria, ordinata come nei disegni dei libri di lettura delle elementari.

Ad un tratto, per quegli strani scherzi che fa la testa, ho iniziato a pensare alla nostra crisi economica.

Ecco, il link è da ricercare nel fatto che la sera prima avevo visto in televisione un servizio in cui Obama spiegava i problemi dell’America agli americani,

La sua autorevolezza, che noi ci sogniamo, mi rafforzava l’idea che, anche se perde nei sondaggi, sia una persona in gamba e coraggiosa.

Ho scritto d’aver iniziato a pensare alla nostra crisi economica, ma l’aggettivo mi suona subito sbagliato e riduttivo.

La crisi è strutturale e quindi non affrontabile con strumenti da “conto economico”. Richiede interventi che incidano appunto strutturalmente.

Forte del fatto che non ho alcuna seria competenza di macro economia e che la rubrica in cui scrivo non è compresa tra la categoria “teorie”, posso confessare, senza imbarazzo, d’aver pensato: “Accidenti, ecco la chiave per risolvere i nostri problemi!”

Provo a spiegarmi meglio.

Abbiamo un debito di mille e novecento miliardi di euro, poco più di trentamila euro a testa.

Quando a metà agosto sono partito per le vacanze, le manovre finanziarie che si susseguivano disordinatamente, mi davano l’idea di chi vuole svuotare l’oceano con un cucchiaio.

È come quando un’azienda (e qui un po’ di esperienza la possiedo) è fortemente indebitata ed illusoriamente crede che i piccoli avanzi del conto economico possano aggredire il debito che ha verso banche, fornitori, ecc..

Non ci si salta fuori, il debito si incrementa ad una velocità tale che le piccole efficienze rilevate dal conto economico non sono nemmeno bastevoli a pagare gli interessi: figurarsi la restituzione del capitale!

Per altro, il conto economico dell’Italia è tragicamente in deficit e debito si assomma a debito.

Devo confessare che sui debiti ho la coda di paglia, nel mio copione esistenziale ci sta il mio babbo che non ha mai fatto un debito in vita sua. Faceva le migliorie alla casa un po’ alla volta, quando aveva i soldi. A chi gli diceva: “Ma così spendi di più!”, lui ribatteva sereno: “Va bene, ma se poi mi succede qualcosa e non riesco a pagare le rate?

Lasciamo stare il babbo, qui il debito pubblico si incrementa ogni secondo, se poi ci mettiamo anche lo spread con i bund tedeschi….

Mentre osservavo un bellissimo barn, ho pensato che dentro a quelle assi rosso sangue di bue, che si stagliavano sul verde, c’era sicuramente tanto fieno. Ed ho avuto l’idea geniale.

Trenta mila euro di debito a testa, questa la cifra che pesa su ogni socio di questo malmesso e bellissimo Paese.

Quante sono le persone che hanno in banca questa cifra, avendo messo il fieno in cascina?

Secondo me non poche, è risaputo che il risparmio delle famiglie italiane è molto consistente.

Allora, se fossi al posto di chi comanda, direi a queste persone: “Se mi date i trenta mila euro di debito, in un’unica soluzione o in cinque anni, io vi tasso come se il debito dell’Italia fosse a zero”.

Le persone farebbero un po’ di conti e mi sa che tra quel poco che prendono di interessi nel tenere i trenta mila euro in banca e il beneficio fiscale ottenibile, la proposta risulterebbe conveniente.

E poi, ci pensate alle facce della BCE, del FMI,… quando vedono che l’Italia riduce così velocemente il debito? Che soddisfazione.

Chi non può versare tutti i trenta mila euro, o parti di queste, continuerà ad essere tassato come prima. Un software nemmeno troppo complesso potrebbe calcolare l’impatto della riduzione del debito, a diversi livelli, sulla fiscalità necessaria per coprire il fabbisogno pubblico.

Se poi questa mia manovra fosse accompagnata da riduzione dei costi della politica, liberalizzazioni e privatizzazioni, dismissioni di patrimoni mobiliari e immobiliari non strategici…, che voto sarebbero costretti a darci Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch?

Glielo faremmo vedere noi agli americani ed ai tedeschi!

Ad un certo punto, con uno di quei cambi di umore che non dovrebbe essere (ancora) diagnosticato come disturbo bipolare, mi ha preso un piccolo antipatico scoramento: “Ma chi fa il cassiere di tutta questa operazione? Va a finire che dopo un po’ i trenta mila euro non sono più nel mio conto deposito e nemmeno nelle casse statali, persi nei potenti rivoli del PUSPI, partito unico della spesa pubblica inefficiente. No, non mi fido.

Ma questa è un’altra storia. Forse, purtroppo, la vera storia.

 

Autore

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57 anni, dirigente d'azienda, esperto di PMI e sistemi associativi

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