Contributi

Un futuro per le Relazioni Industriali

di Francesco Donato Perillo 16 settembre 2013

Nel bene e nel male. Le relazioni industriali nel nostro Paese hanno profondamente inciso su due piani paralleli e poco convergenti: su quello macro delle politiche dei governi in materia di welfare, e su quello micro delle modalità di gestione del personale e della comunicazione all’interno delle nostre aziende. Tuttavia, a causa di mille contraddizioni, della vistosa carenza di regole e di certezze, risulta arduo identificarne un vero e proprio modello di regolazione della dimensione sociale sia dello Stato che dell’impresa.

Ragionando sul piano aziendale, il “sistema di relazioni” – del tutto assente o molto debole nei paesi anglosassoni – presenta un significativo punto di forza: riesce a fornire alla gestione aziendale uno strumento potente di comunicazione e di incanalamento delle tensioni interne. Ma l’altra faccia della medaglia ne mostra i limiti: il sistema spinge il management a tirarsi fuori dai conflitti, a delegare ogni responsabilità ai vertici e alle Direzioni del Personale, ad abdicare alle proprie dirette responsabilità. Quante volte, davanti a problemi di ogni tipo, ma spesso attinenti a necessità di riorganizzazioni e ristrutturazioni, abbiamo raccolto dalla voce dei nostri manager il sommario giudizio: “è una questione sindacale, una questione del Personale, un affare tra Direzione e sindacati”. Quante volte, soprattutto nelle aziende di grandi dimensioni, taluni hanno addirittura giocato di sponda, provando ad utilizzare il sindacato per sostenere propri disegni antagonisti rispetto alle decisioni dei vertici. Quante volte ancora si è verificata complicità, consociativismo,  un’intesa sotterranea e inconfessabile tra i leader delle due parti, per decidere nomine, promozioni, trasferimenti, destini di persone o scambi di diverso tipo.

Un sistema che spesso ha prodotto anche derivati tossici: la tendenza a favorire un comportamento organizzativo basato su criteri di fedeltà e di appartenenza piuttosto che su merito competenze; la propensione di tante Direzioni del Personale ad una gestione collettiva delle risorse umane (i dirigenti, i quadri, gli impiegati, gli operai) trascurando la cura dell’individuo e del talento.

Danni collaterali, corollari deviati del “sistema” di relazioni industriali. Ma è l’Italia, la via italiana alla democrazia, anche a quella industriale.

La crisi offre però una straordinaria opportunità: la possibilità di raccordare i due piani delle relazioni industriali e di disfarci, nella gestione della finanza come dell’impresa, di ogni derivato tossico. La possibilità di recuperare il bambino, gettando via l’acqua sporca.

La contrattazione integrativa, o “di prossimità”, sembra imboccare questa strada.

L’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, ne detta apertamente le condizioni: “è essenziale un sistema di relazioni sindacali e contrattuali regolato e quindi in grado di dare certezze non solo riguardo ai soggetti, ai livelli, ai tempi e ai contenuti della contrattazione collettiva ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole stabilite”.

Il 2 settembre 2013 è stato poi compiuto un altro importante passo con la sottoscrizione tra Confindustria e Organizzazioni sindacali di un rinnovato patto sociale: un’alleanza del lavoro in grado di affrontare l’emergenza dettata da una crisi economica e sociale di proporzioni devastanti. Un patto, rivendicato anche dalla CGIL con forte spirito unitario, che sottende anche un altro non dichiarato ma fondamentale obiettivo: quello di rimettere al centro della sensibilità politica il lavoro e le sue condizioni: il lavoro, parimenti  assunto da aziende e sindacati a valore fondante.

Davanti all’economia dei derivati, dell’instabilità sistemica  e della virtualizzazione delle relazioni umane, la rivendicazione del valore del lavoro assume il significato di una rivincita dell’economia reale e dell’identità della persone reale contro l’identità della persona come consumatore.

Mai come in questa fase, le relazioni industriali stanno evidenziando un esplicito orientamento al recupero di ogni possibile spazio di convergenza, superando una lunga storia di contrapposizioni conflittuali.

Presso la sede di Confindustria Pescara si è svolto un laboratorio di formazione lungo un intero anno, sul tema “Relazioni Industriali 2013 – per un rinnovato rapporto tra le parti sociali”[1]: un esperimento coraggioso, che ha messo insieme nello stesso percorso di approfondimento e discussione sindacalisti e capi del personale. Il confronto congiunto con esperti nazionali su temi che direttamente o indirettamente  impegnano sul campo gli attori delle relazioni industriali, ha generato convergenze, un nuovo stile di comunicazione, e soprattutto consapevolezza del valore della cooperazione per la soluzione dei problemi spesso drammatici che accomunano aziende e dipendenti.

Un piccolo segno, ma su questa strada, nonostante la globalizzazione dei mercati, la rarefazione dei rapporti sociali, il depotenziamento del potere contrattuale, le relazioni industriali hanno futuro.

 


[1] Sinergie Education con Confindustria Pescara,CGIL, CISL, UIL, UGL,  gennaio-novembre 2013.

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