Contributi

Geishe, odalische, prostitute, escort

di Maria Cristina Koch 09 ottobre 2013

Lo chiamano il mestiere più antico del mondo, c’è chi diceva che ogni ragazza siede sul suo tesoro, c’è chi si scandalizza, c’è chi lo rivendica come forma di libertà. C’è chi lo considera una perversione, chi una vera e propria patologia. Film, romanzi, memorie ne hanno parlato senza limiti. Il dibattito è antico, antichissimo, le soluzioni molteplici, articolate e sfaccettate nei più diversi contesti.
Mi interessa, però, che ci fermiamo un attimo a riflettere sulla situazione attuale, su come viene praticato il sesso nel nostro tempo, magari tentando qualche accostamento con altri ambiti, altre attività.
Attualmente, il nostro modo di concepire il tempo e lo spazio si è fatto radicalmente differente da quello che, solamente cinquant’anni fa, era considerato l’unico modo possibile di concepirli. Che cosa vuol dire, oggi, ‘lontano’ se si parla con un’altra persona via skype dagli stati uniti? Che ci vede e che sa di essere visto? Come si può negare che ciascuno di noi si trova al centro del mondo se possiamo essere rintracciati sul cellulare che è sulla nostra persona, (onnipresente, perfino sul tavolo del ristorante in tanti incontri che un tempo avrebbero pudicamente chiamato ‘galanti’) e se la prima domanda abitualmente non è certo ‘come stai?’, come si chiederebbe e si chiedeva dal telefono fisso ma ‘dove sei?’
E come possono i nostri figli concepire il tempo come un lungo continuum che si svolge prima e dopo il nostro presente se fin da piccolissimi hanno imparato a pensare per moduli? Ogni film, ogni spettacolo, perfino i talk show vengono periodicamente interrotti per l’onnipresente, (d’accordo, necessaria), pubblicità. Durante la quale si fa zapping, ci si alza per uno spuntino, si fa una pipì veloce, si raccontano le novità e i pettegolezzi della giornata. Poi ci si avverte l’un l’altro: ricomincia!
Una sceneggiatrice della televisione mi raccontava che era stato criticato un suo lavoro perché, per seguirlo, bisognava porre attenzione, attenti al filo del narrare da un modulo all’altro. Non esprimo valutazioni, racconto quel che mi è parso di cogliere. Così, se trovo un cinema che mi trasmette un film senza intervalli, per me è prezioso, se guardo la televisione, uso gli intervalli come tutti. Sarebbe interessante studiare se, quando si usa il computer per vedere un film in dvd, si creano comunque delle interruzioni, credo di sì ma non ci ho mai fatto troppo caso. Così accade per il mondo del lavoro, oltre al fenomeno sempre più dilagante del precariato senza che questo abbia dignità di libera professione, non si lavora forse per progetti? non si frantuma in moduli governabili ogni azione per poterla verificare correttamente?
Ecco, mi sembra che questo sia accaduto anche per il sesso. Non mi pare incongruo che anche per il sesso si vada facendo sempre più strada un pensiero di eventi puntiformi, mini moduli che iniziano e finiscono, non si costituiscono in rapporto, non sono giornate di un anno ma eventi conclusi in sé. Profondamente e nettamente differenziati da una qualunque retorica della coppia, del matrimonio. Credo di poter dire che anche nel rapporto coniugale avviene così, non solamente nel rapporto esplicitamente a pagamento ed esplicitamente unico in sé ogni volta.

Non abitiamo più il corpo
Anche nel rapporto coniugale o, più genericamente detto di coppia, infatti, è sempre più invalso l’uso di dire “abbiamo, non abbiamo, facciamo sesso”. Sono anni che le persone con cui lavoro non usano più la locuzione “fare l’amore o fare all’amore”. Prima di scandalizzarcene o di tirarne giudizi, possiamo constatare che oggi il corpo non viene più abitato, non viene più considerato, come solo poco tempo fa, la dimensione esterna e visibile del nostro essere. Noi siamo una cosa, il nostro corpo è un’altra. Ma non mi appartiene nel senso di fondersi con la mia persona, mi appartiene come un qualsiasi bene, una proprietà: da curare, tenere come si deve, vestire, agghindare, modellare, truccare, pettinare e rifinire. Come una cosa in sé, un bene, appunto, che va custodito e di cui si teme con orrore il degrado e il deterioramento. Poiché ancora non abbiamo sufficienti pezzi di ricambio, pezzi di restauro sì, certo, ma non è come per gli organi interni che possono essere agevolmente sostituiti con altri freschi e sani prelevati da un’altra persona o, in certi casi, più grezzamente, organi suini. Il che non significa, anzi!, che ovunque non vengano pubblicizzati corsi per curare l’espressione del corpo, il linguaggio del corpo, come muoversi in pubblico, come atteggiarsi per comparire davanti a una telecamera, quale altezza di tacchi slancia di più la gamba e va di moda. L’uso che facciamo del nostro corpo, tutti oramai (basti ricordare che tantissime volte ormai accade che le signore non trovino posto in istituti di bellezza perché già iper prenotati da uomini), è un uso di scambio con gli altri: affinché ci riconoscano e ci mettano nella loro appartenenza, affinché possiamo avere credito e voce in capitolo.
Pensiamo, ad esempio, all’uso dei tatuaggi e dei piercing, diffusi in ogni età e in ogni stagione: un giro su di una spiaggia racconta tanto davvero. I due fenomeni apparentemente sembrano tanto simili, percepiti e narrati come fratelli ma hanno funzionalità e scopi un po’ differenti. Il tatuaggio è davvero un modo di adornare stabilmente il nostro corpo, di marcarlo a modo nostro con lo sguardo rivolto certamente agli altri. Un corpo tatuato esprime emozioni ed emozioni tende a suscitare nell’altro: se l’altro prova paura, allora sono forte, se si incanta delle mie braccia scurite da ghirigori sono davvero molto maschio, il fiore, la farfalla, il segno zodiacale, tutti segni che, appunto, mi segnano e dicono agli altri.
Forse, ciò per cui oggi non ho più le parole, segni concisi come le abbreviazioni e le distorsioni negli sms dei cellulari. Anzi, tanto più moderne e capaci di presentarmi come moderno se non correggo le proposte del mio T9 che ha scritto ”scusa” per “paura”: lo lascio così, è un modo di dirci fra appartenenti.
Il piercing, assai più invasivo del tatuaggio, spesso diventa, attraverso il dolore e il fastidio che impone (il o i piercing sulla lingua, sul labbro, quando non sui genitali) la verifica che il corpo c’è, esiste. Se qualcosa fa male, se dà fastidio, esiste. Una volta una ragazza mi raccontò che da bambina, alla morte di suo padre, non provando dolore, si abboffò di cose così diverse e così pesanti da finalmente provare un dolore percepibile e da sentirsi in pace perché aveva provato dolore per il padre. Dunque andava bene, ciò che provava dimostrava la sua innocenza. Talvolta il piercing è un gesto d’amore: mi buco i genitali nei punti più dolorosi, magari ce li buchiamo ambedue come omaggio reciproco, prova d’amore.
E’ dunque così sconcertante che accada che alcuni uomini (e anche dei ragazzi) non possano eiaculare se non guardandosi allo specchio? Con un preciso concatenarsi: se mi vedo che sto scopando, dunque vuol dire che sto godendo, dunque posso informare il mio pene che può eiaculare.
Ma spingerei il discorso ancora un poco più avanti. La spinta sessuale è la prima spinta vitale, quella più radicale e necessaria che dà origine a ogni altra e ne permette l’esistenza. Ma perfino i ragazzi oggi hanno difficoltà a svolgere per bene l’atto sessuale. Non per ignoranza o inesperienza ma proprio perché manca la forza di questa prima spinta che è venuta affievolendosi. Accade sempre più spesso che gli uomini (ma, anche qui, perfino dei ragazzi minorenni!) debbano ricorrere alle medicine per soddisfare la compagna, accade molto spesso davvero che il rapporto di coppia non preveda se non rari, sporadici e un po’ insaporiti di necessità di prestazione, incontri sessuali.

Il denaro come misura del mio valore
Perché, in fondo, ciascuno di noi ha bisogno di sapere quanto vale, il tema della misura è un tema infinitamente presente nel nostro tempo. Passiamo dal mondo del lavoro, con gli estenuanti cicli di valutazione: mia, tua, del team, su un ambito e su di un altro, che possono diventare armi temibili che minacciano un possibile allontanamento, ai crediti a scuola, una invenzione relativamente recente ma accolta e utilizzata con entusiasmo in ogni livello di istruzione, per non parlare dell’ovvia importanza dell’economia e dello scambio economico e finanziario che mai come oggi è diventato un nostro pensiero quotidiano (chissà per quanto tempo ci resterà fisso in testa lo spread? anche a chi non ne aveva mai neppure sentito parlare?).
E, in sé, i termini stessi rimandano al denaro: la stima (di una persona ma anche di un oggetto), il valore così bello se declinato anche al plurale che sa di ori luccicanti e di pensieri e ideali nobili, l’apprezzamento che proviamo e di cui siamo affamati, e via così, tutte parole, tutti termini fortemente intrisi del denaro. Pensiamo solo al bene quando si trasforma in beni. Non è poi così bizzarro che in un’epoca in cui la parola e l’immagine sono fra i nostri codici interpretativi fondamentali e i basamenti del nostro pensare, si dia tanta importanza al denaro. Così che, in un semplice passaggio, il mio valore viene misurato dalla moneta più corrente e più riconoscibile: il denaro, appunto. E che abbiamo bisogno di saperlo, di essere certificati e rassicurati su questo punto, neanche questo è così bizzarro, tutta la nostra persona in quanto esseri umani è prima di ogni altra cosa essenzialmente fondata sulla relazione, come prima garanzia di sopravvivenza. Tutto il nostro essere, il nostro stesso esistere si radica in questa e la caratteristica più importante di una relazione è lo scambio, dalle cellule, alla conoscenza, ai fluidi per generare, ai rapporti internazionali. Ma lo scambio per funzionare deve poter essere generalizzabile, noto e usabile facilmente al di là di ogni barriera culturale o di distanza fisica o mentale, e il denaro ormai da millenni è la base di qualunque scambio. Forse non è per caso, allora, che viene assimilato, nei rapporti psicologici, all’universo degli affetti, anch’esso territorio di monete di scambio basilari, universali e vitali. Ecco, quello che sta succedendo, che sta diventando norma, è che gli affetti non sono più un elemento mobile dell’equivalenza con il denaro: si sono identificati. Appiattiti e, come si dice, letteralmente non c’è più relazione, non ci sono due o più membri: appunto, c’è solo sovrapposizione. Banalmente, semplicemente. Drammaticamente.

Una bassa autostima che ci pervade
Un pensiero che da tempo si sta trasformano in una convinzione è che tutti quanti noi abbiamo una autostima davvero bassa. Soprattutto in tempi in cui l’arroganza e la prepotenza stanno invadendo i campi della cortesia e del rispetto reciproco. Allagati da una travisata idea di trasparenza e sincerità, questi campi, nel tentativo di disinfestarli dal conformismo e dalle convenzioni più antiquate, sono divenuti radure sterili in cui troppi predoni scorrazzano brandendo la bandiera della sincerità. Nessuna ipocrisia più, abbattuta ogni barriera gerarchica, eliminato ogni vestigia delle istituzioni, restiamo, però, scoperti e indifesi, inermi nel nostro isolamento. E alla mercé di chiunque perché potremmo essere distrutti se non avessimo valore per il più forte. Meglio, si pensa, assaltare prima di essere assaltati, ma in ogni caso si instilla un sentimento diffuso di timore, di paura, il mondo si fa territorio nemico, perfino il nostro corpo ci si rivolta contro e dobbiamo domarlo con i farmaci, con le pastiglie, con tutti gli espedienti più impensabili. un gioco, però, che ci si capovolge in mano, poiché se è stato il farmaco o qualunque altra sorta di incantamento a rimetterci sul mercato, questo non può che essere la più drammatica e ineludibile conferma che, appunto, non ce l’avremmo fatta, che non abbiamo valore. Che la nostra stima è sotto le scarpe, lo spread di scambio fra la nostra persona e l’altro è fuori controllo. Mi adatto, dunque, a comprare ciò che altrimenti non potrei avere e che, invece, voglio. Mi adatto, dunque, a vendermi perché essere acquistata certifica che ho un valore e lo fissa con chiarezza; e il denaro che mi procura mi dà la possibilità di acquistare altri beni che possano puntellare il mio valore agli occhi del mercato. E fra questi beni c’è la giovinezza, la bellezza, beni da investire, mettere in luce, utilizzare come campi da sfruttare fino a che li possiedo. In una rincorsa infinita, come i criceti che si affannano tutto il giorno, fissi alla loro ruota.

Un possibile nuovo Rinascimento?
Chissà se, alla fine, annoiati e stanchi di questa terribile fatica, non ci verrà voglia di tornare nuovamente a godere di quei valori che in un tempo altro avevano garantito la nostra sicurezza? Chissà se vorremo assaggiare ancora una cittadinanza piena, un vivere da protagonisti e non da sudditi, una percezione di ciò che ha valore per noi che si fondi sul valore della nostra persona, chissà se avremo voglia e desiderio di riguardare a noi stessi come a una rarità preziosa, a un bene unico da custodire e da far fruttare ampliando il nostro avere?
Chissà se, prima o poi, l’equivalenza tornerà a scomporsi nei due elementi distinguendo gli affetti e il denaro e dando, ad esempio un valore al denaro?
Chissà, magari sarebbe bello. E se succedesse, noi che gioco giocheremmo in questo nuovo campo?
Possiamo oltre allo spread contenere affiancato anche questo interrogativo? Lavorarci di fantasia? Immaginarci come persone alte e fiere, protagonisti di un’esistenza in cui lo scambio è anche, forse soprattutto, stima, in cui la nostra sana e lucida autostima la ritrova e la riconosce negli altri? Due minuti per giocare, poi raccontatecelo.

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libera professionista, psicoterapeuta, saggista, counselor, formatrice. mcristina@mckoch.fastwebnet.it, www.lacasadivetro.com, www.sistemanet.com, www.sicolombardia.it

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