Conversazioni

Un modo di vedere l’associazione

di Renato Bisceglie 25 ottobre 2013

Francesco

Vedo che hai avuto modo, da quando ci siamo parlati di elaborare: una visione complessa.

Una visione che si estende a diverse professionalità in diversi campi tu citi scuola, università, ma potremmo parlare in modo esteso di sanità, di aziende, oggi, al contrario di alcuni che lo sostengono, forse in ricordo del passato, tutt’altro che presenti in associazione quando ci sono ampi spazi di intervento in campi diversi dalla classica formazione manageriale, quale ad esempio la formazione tecnica Per non dimenticare realtà quasi mai toccate, se non marginalmente dall’associazione quali il terzo settore o le fasce di persone che, fuori dal lavoro “attivo”, si dedicano ancor più attivamente a volontariato, sostegno….

Non sembri una digressione: è un un modo per estendere il tuo concetto: ….. immaginiamo, e lasciamo, in questa fase, anche vagare l’immaginazione in campi insoliti o verso modalità insolite.

Quanto più divergiamo, nei termini di pensiero laterale, tuttavia, tanto più ci rendiamo conto che forse non esiste un unico modo di vedere l’Associazione (la riporto qui e solo qui con la A maiuscola): che tra le tante modalità molte possono essere condotte e sviluppate in termini totalmente innovativi, altre magari in modo più tradizionale: siamo in presenza probabilmente di una associazione in fieri sempre più complessa, dalle molte sfaccettature, forse un domani addirittura una associazione di associazioni, di non facile conduzione e per la quale serve un governo e un indirizzo di sintesi, non necessariamente burocratico, del resto in buona misura AIF è da sempre volontaristica, essendo gli unici asset fissi la sede e la segreteria.

Apprezzo lo sforzo di tutti, anche tuo, in questi pochi mesi da cui ti sei assunto la Presidenza della Lombardia, di trovare modalità di coinvolgimento che deve essere evolutivo, tu parli di legami col passato forse è proprio questo legame a vecchie modalità che ha impedito di evolvere. Un esempio in positivo è il recente Festival dell’Apprendimento con centinaia di partecipanti, gratuito, sul territorio, con sforzo volontaristico, ma che presenta aspetti organizzativi, di budget, di comunicazione e di ricaduta sull’associazione sicuramente migliorabili ma che, proprio per questo, richiedono una organizzazione.

Qui tocchiamo un punto che tu sottolinei associazione come gratuità, associazione come scambio culturale, ma per fare questo occorre comunque una organizzazione, una presenza, una riconoscibilità, sia nei confronti dei relatori sia dei partecipanti (siano essi soci o no).

Quindi l’associazione, e in particolare una associazione che non ha poche decine o poche centinaia di partecipanti, ha bisogno, come tutte le organizzazioni, di una spina dorsale, poi sappiamo benissimo entrambi, per aver vissuto a lungo in organizzazioni e in associazioni, che esistono necessità operative, economiche, e relativi compromessi (non necessariamente negativi, anche se qualche volta lo sono!). Possiamo discutere se l’economicità si ottiene comprimendo le spese e/o aumentando le entrate, quanto si può essere efficienti con uno staff consolidato o ricorrendo ad altre forme transitorie, quanto debba esservi di centralizzazione o di delega alla periferia,. Si tratta di discussioni, e anche di compromessi, che non devono necessariamente essere proiettati per l’eternità, ma da considerare dinamici nel tempo. Tuttavia queste decisioni vanno prese, non si può continuare a rimandare una necessità ormai evidente, poi potrà essere un primo passo, seguito da altri successivi, ma se mai ci muoviamo rischiamo di ripetere quanto a più alto livello sta succedendo: paralisi completa e veti reciproci.

Non vi è dubbio che per una serie di circostanze il dibattito interno all’associazione sia stato negli ultimi anni molto sopito, in un momento in cui, forse molto più che nel passato, serviva dialettica, evoluzione per rappresentare una platea molto diversificata di persone e di ruoli che operano come professionisti nelle aziende, pubbliche o private, per le aziende, in altre associazioni parallele, nella scuola e così via. Come vedi sto parlando di professionisti e non di “formatori” perché, dal mio punto di vista, c’è sempre meno una distinzione tra il “formatore classico” di alcuni anni fa e una serie di professionisti che si occupano separatamente o al tempo stesso di apprendimento, di facilitazione, di sviluppo personale e organizzativo…. Sta di fatto che dell’arcipelago di professionisti che gravitano nel nostro campo noi, come AIF. ne raccogliamo solo una parte, vuoi per nostra capacità di aggregazione o per interessi diversificati, sempre più rappresentati da associazioni parallele ed emergenti, ma di fatto quello che ci chiedono i nostri associati, stando anche ad alcune survey degli ultimi anni, è sviluppo culturale, scambio, crescita, supporto metodologico e professionale, rappresentatività, riconoscibilità e servizi.

Ora alcuni di questi aspetti sono stati perseguiti, altri meno: nonostante che se ne sia parlato da alcuni anni, di fatto certe azioni di visibilità e rappresentanza, pur iniziate da tempo non sono state perseguite. Questo è anche uno dei motivi per cui un significativo numero di soci ci hanno lasciato o, come minimo, si sono messi in attesa di che cosa sta avvenendo.

Non dimentichiamo che la maggioranza dai soci, da diversi anni è costituita da “consulenti” più che da persone inserite in una organizzazione.

E veniamo quindi a quanto riguarda la L4. Trovo tuttt’altro che umiliante il fatto di avviare al nostro interno una azione di revisione approfittando di questa occasione: se mai umiliante è l’averne discusso vagamente per alcuni anni e non aver dato seguito concreto. Quindi ben venga questa occasione se è la scintilla o semplicemente ci costringe a prendere atto della realtà. Purtroppo, mutuando quanto avviene nel sistema paese, piaccia o non piaccia, se non ci sbattiamo il muso di fatto non ci muoviamo.

Ora quello che alcuni colleghi stanno cercando di fare è prendere atto di una evoluzione legislativa che doveva essere prevenuta, come altre associazioni più o meno titolate, “reali” o purtroppo “virtuali”, hanno già fatto o stanno facendo, sottraendoci di fatto aderenti.

Non si tratta come più volte ripeti nel tuo testo di gestire elenchi, può darsi che questa sia una delle necessità, ma sicuramente una delle meno rilevanti e comunque se così fosse che cosa c’è di disdicevole? Certo se fosse l’unico scopo sarebbe molto riduttivo, ma non lo è.

Nè si tratta di dare una veste univoca all’associazione. Certo il lavoro che si sta facendo è nella direzione di “compliance” alla L4, ma non è questo l’unico modo di essere in associazione. Come ho avuto modo di discutere con alcuni colleghi, delusi, negli ultimi giorni la logica non è quella di scegliere una direzione ed escluderne un’altra: mi sono sentito dire esplicitamente: “quando la smettiamo (anzi la smettete, perché la collega quest’anno non si è ri-iscritta) di ragionare in termini di o-o e incominciamo a seguire una logica e-e” . E’ la stessa logica che ho cercato di portare avanti discutendone con te recentemente. Per dirla in altre parole, di un collega del team, la tesi non è quella di “contrapporre la gestione di un elenco di formatori” alla “ispirazione fondativa di Aif (sviluppo apprendimento)”: i due elementi non sono contrapposti ma complementari. Aif non sarà’ più’ se non saprà’ essere luogo di qualificazione di professionisti e luogo di elaborazione di politiche di apprendimento. Tutto questo senza nascondersi, ma discutendo quando necessario nelle opportune sedi, senza divenire un “sindacato”, ma, visti i ritardi accumulati, agendo senza impiegare mesi e anni, come tanti colleghi ci rimproverano!

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