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Dove ti porta questo treno

di Daniela Rimicci 20 novembre 2013

Storie di vita. Storie di giovani che affrontano e cercano di raggiungere il loro personale Everest nel mondo del lavoro. Attingo alla realtà che conosco per fare riflessioni e condividere messaggi costruttivi. Sono una persona curiosa. Osservo e ascolto tutto ciò che è intorno a me con una selezione pressoché istantanea tra ciò che merita attenzione e ciò che invece ritengo superfluo. Scelta che, in ogni caso, dipende dal mood o dall’attività del momento.
Mi capita spesso di cogliere frasi, osservare comportamenti, conoscere persone, ascoltare storie… Di conseguenza faccio dei ragionamenti e cerco, soprattutto, di portarmi a casa qualcosa che mi arricchisca o faccia scaturire in me idee. La velocità con cui la mente elabora il mondo intorno a noi e le immagini che crea nella nostra testa è fulminea.
Ecco, voglio dare un senso a tutto questo: fotografare pensieri e immagini e tradurli in parole. A un’anima attenta −uomo, donna, adulto o giovane− una storia positiva come un punto di vista diverso fanno sempre bene. Comincio da me perché il tema mi riguarda da vicino.
Il fatto stesso di essere qui, a lavorare, mi fa sentire una privilegiata. Sì perché questo è il lavoro che sognavo da anni ma che non avevo il coraggio di osare. ‘Dove vuoi che ti porti questo treno?’ mi sono chiesta tante volte sul convoglio che scandisce le mie giornate −7.22 Lecco-Milano centrale, 18.53 Milano Centrale-Lecco− e accoglie i miei pensieri più intimi. Ho risposto a una proposta di lavoro con curiosità e meraviglia. ‘Ha chiesto proprio a me? Davvero? A una PR che ha passato anni a rispondere in modo quasi parossistico alle domande ‘PR sta per…?’ ‘Cosa fai di preciso?’ ‘Cerchi clienti?’ per spiegare cosa significasse l’acronimo e giustificare l’attività, socialmente sconosciuta. Posso attribuire questo privilegio al caso, alla fortuna, al destino. Oppure al fatto che qualcuno abbia intravisto dal CV, e poi dall’incontro con me, delle potenzialità. Fatto sta che dopo tanti anni di gavetta come PR −alias addetta stampa precaria− si è aperta una porta nuova che non avevo considerato.
Ho passato estati intere a informarmi su internet riguardo tutti i corsi post laurea, master in giornalismo e scrittura in partenza a settembre successivo. Costi esagerati. Senza considerare le spese contingenti come trasferte, libri, pasti, ecc. Ovviamente i corsi migliori, se non provieni da una famiglia facoltosa, sono inavvicinabili. Certo, le borse di studio ci sono. Avete mai letto le postille dei bandi? Ecco, i criteri di accesso, in pratica, prendono i tuoi sogni e li stracciano come carta vecchia. Tralascio la possibilità economica che o si ha o non si ha, mi soffermerei sulla meritocrazia. Parola abusata e giostrata nel significato a seconda di come torna comoda.
Chi è meritevole? Quello che ha ottenuto un voto alto? Un misero numero, che include o esclude, può definire davvero quello che una persona vale? Ne esprime il talento? Ci racconta se ha il carattere per affrontare un determinato contesto lavorativo? Per me, come per molti direttori del personale che intervisto, no. 81/100 in maturità linguistica, 98/110 nella laurea triennale in comunicazione: numeri che schifo non fanno, per chi al contempo lavora e ha una vita sociale…
Il corso in giornalismo l’ho frequentato in una vita parallela dove sono nata ereditiera. In questa vita, invece, sono grata ai miei genitori operai che mi hanno pagato le scuole private e hanno sostenuto ogni mia scelta. Anche quelle sbagliate, ma che mi hanno insegnato tanto. Ho cercato di sfruttare al meglio le ‘vie della vita’, le opportunità on stage, anche lavori sottopagati all’inverosimile (tipo da 0 a 200€ al mese), per arrivare fino qui.
Un giorno farò l’esame e sarò una professionista ‘ufficiale’ anche per lo Stato italiano. Paese in cui vivo. Paese in cui continuo a sperare. Abbiamo tutti bisogno un po’ di ottimismo, no? Di darci da fare per mantenere ciò che abbiamo, valorizzarlo e spostare i nostri obiettivi ogni giorno un po’ più in là. Ogni giorno è una sfida. Costanza, volontà, entusiasmo: sempre ‘sul pezzo’.

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