Conversazioni

Codici a sbarre

di Davide Dalla Valle 17 dicembre 2013

Ciao Matteo,
grazie per le riflessioni!. Apprezzo molto quanto scrivi e vorrei condividere un pensiero. Non conosco l’autore che citi ma da lì parto provando a vedere le stesse cose da una prospettiva laterale: se tutto andrà bene, componendo le idee, ne uscirà una specie di discorso cubista.
In ciò che scrivi mi sembra di vedere un doppio movimento: da un lato la ricollocazione del soggetto nel cuore dell’etica, dall’altro una ricollocazione dell’etica nel cuore del soggetto. Cosa intendo dire?
Nel primo caso mi sembra che ben rappresenti quel duplice rapporto sul quale si innesta la condotta morale: da un lato una relazione col codice – «i  valori esterni all’individuo, spesso quelli dominanti dell’ambiente sociale in cui vive, o del gruppo a cui fa riferimento o delle sue letture preferite» – dall’altro, poco dopo e a proposito della nuova morale, un rapporto dell’azione morale col soggetto che compie l’azione, e quindi del soggetto con se medesimo – per dirla con l’ultimo Foucault. Ritengo che recuperare il rapporto con sé stessi abbia il significato di recuperare margini di azione, sfumature (un’etica analogica).
Nel secondo caso, a proposito dell’«Io invaso da un contenuto, valori con cui l’Io si identifica in modo totalizzante» ho tradotto scrivendo di una ricollocazione dell’etica nel cuore del soggetto; qui forse sta il punto su cui maggiormente desidero proporti un pensiero.
Con te condivido l’idea di un’etica introiettata, incorporata diciamo, e con te condivido la necessità di un’accettazione meno difensiva dell’Ombra. Ma al rapporto con l’Ombra aggiungerei un necessario rapporto con l’etica incorporata, con quel sistema di valori che, psicoanaliticamente, svolge la funzione del Super Io. Condivido quindi in toto l’idea di una maggiore accettazione delle parti indesiderate, ma aggiungo anche di considerare l’utilità del codice, nel senso della sua funzione, e i vincoli di pensiero e azione che introduce.
Questo per due ragioni. La prima è per ricollocare la scelta etica nel campo dei vincoli che il codice istituisce ed entro il quale si può dispiegarsi come qualcosa di diverso, una possibilità attualizzabile.
La seconda è per desacralizzare il codice, sottoponendolo all’esame di realtà, prenderlo per la funzione che esercita  – ausiliaria all’Io per la gestione delle parti di sé  indesiderate (da Freud in giù), momento di passaggio dal sociale allo stato nascente all’istituzione (da Alberoni a Fornari).
Scrivo questo pensando che se un codice, un riferimento allo stesso tempo esterno e interno, è inevitabile – e  io penso che lo sia – considerarlo attraverso la funzione che esercita è un modo per ricondurre l’etica, che pur con quel codice intrattiene un rapporto, a una dimensione umana e contingente.
Sostanzialmente, tra il fare e il non fare, che mi pare sia la demarcazione che proponi, io suggerisco quella tra il fare abitudinario e il fare diversamente, il che credo implichi anche un diverso rapporto col codice.
Ritornando così all’inizio, al Foucault dell’Uso dei piaceri (penso che il nostro non avrebbe apprezzato la mia Incursione nei terreni della psicoanalisi, ma vabbè, nessuno è perfetto!) il mio spunto è quello di ripensare l’etica  nei termini di misura, rapporto, adeguatezza (del codice), restituendo l’etica alla ricchezza etimologica di “abitare il mondo”.

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Apprendista psicosocioanalista

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