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Le trappole della non etica nella vita quotidiana. Un aiuto dalla psicoanalisi

di Matteo Fantoni 16 dicembre 2013

Nella nostra quotidianità e, in modo particolare, nella vita lavorativa, quando vorremmo ragionare in modo etico ci troviamo spesso intrappolati. Chiusi in posizioni che non ci permettono di utilizzare uno sguardo etico e ci costringono a lasciar perdere, perdendo così terreno nei confronti di chi fa la voce più grossa o di infernali meccanismi organizzativi senza nome e senza storia.
La prima trappola è quella massimalista: per portare avanti la mia posizione devo essere un asceta o un eroe. Ma, dato che eroe non sono, non posso fare nulla. Tengo famiglia e dovrò pur mangiare. Così si prende commiato dalla realtà e si lascia che altri dettino legge.
La seconda è quella dei buoni e dei cattivi, dove la pseudo etica ci serve solo per separare chi si comporta bene da chi si comporta male e noi, iscrivendoci d’ufficio tra i buoni, attribuiamo tutte le colpe ai cattivi. Se solo non ci fossero i cattivi. Allora sì che potrei fare tante belle cose. In Italia, in questo momento, tutti noi siamo preda della distinzione tra noi e i politici. Quelli sono i cattivi veri. E fin che ci saranno loro ben poco si potrò fare. La condanna all’inazione.
Le due trappole possono sembrare antitetiche: in una sono troppo normale per prendere posizione e nell’altra sono troppo buono per fare qualcosa. In realtà condividono ambedue una stessa concezione dell’etica come qualcosa di assoluto e binario, tutto o niente. Dualistico direbbe Jung, dove bene e male sono estremi che non prevedono terre di mezzo.
C’è un libretto breve e interessante che mi ha fatto riflettere su queste trappole e su come provare a uscirne. Psicologia del profondo e nuova etica di Erich Neumann, medico e psicoanalista tedesco di origine ebraica, discepolo di Carl J. Jung, nato a Berlino nel 1904 e riparato in Israele nel 1934, a seguito delle persecuzioni razziali, dove è morto nel 1960.
Mi ha colpito che, a parlare di un diverso modo di intendere l’etica, non più assoluto o dualistico, sia una persona che ha vissuto su di sé e sul suo popolo un male assoluto, l’orrore delle persecuzioni e della Shoah. Chi potrebbe meglio di lui condividere un’ idea di etica totalizzante dove bene e male sono radicalmente distinti e dove non c’è spazio per i grigi?
Ma forse, proprio perché Neumann ha in mente quell’esperienza, cerca di trovare una nuova via all’etica che ci tolga dalla paralisi, come quelle delle nostre trappole o di inazioni ben più terribili che hanno reso possibile l’avvento del nazismo.
Neumann distigue tra vecchia e nuova etica. Quella vecchia consiste in valori esterni all’individuo, spesso quelli dominanti dell’ambiente sociale in cui vive, o del gruppo a cui fa riferimento o delle sue letture preferite. Sono quelli in cui il soggetto si identifica in modo totalizzante. L’Io in questo modo diviene posseduto, invaso da un contenuto “che è più grande, più forte, più carico di energia che non la coscienza e per questo perde possesso di quest’ultima. Ciò che rende così pericoloso questo stato di possessione è il fatto che esso impedisce all’Io e alla coscienza di orientarsi nella realtà”.
L’assoluto devasta l’individuo, gli fa perdere contatto con ciò che ha intorno e con ciò che lui effettivamente è. Si diventa disumani e o si vive come asceti, oppure si rifiuta in toto l’approccio etico. O eroi o indifferenti, incapaci di fare nulla se non sfuggire al confronto. E’ ovvio che gli indifferenti sono molti di più.
La nuova etica, invece, per Neumann è tornare umani, riscoprire la parte di male che abbiamo in noi e riconoscerla, accettarla. In termini junghiani, conciliarsi con l’Ombra, la nostra parte rimossa, che la vecchia etica aveva creduto di sconfiggere. Assumersi la responsabilità dei nostri sogni, delle nostre fantasie anche quelle più oscure. Non con senso di colpa, ma con consapevolezza di sé, dei lati buoni e dei lati cattivi. Se accettiamo l’oscuro in noi lo faremo anche con quello dell’Altro. Solo così potremo smetterla di dividere l’umanità in buoni e cattivi, separazione totalmente sterile.
Per Neumann questo non significa autoassolverci tutti. Così come non significa una preponderanza dell’Ombra sulla coscienza. Al contrario significa sapere che l’Ombra è dentro ciascuno di noi e che con questa presenza dobbiamo fare i conti. Dobbiamo fare il bene pur sapendo che il male è in noi stessi.
Si giunge quindi a un’etica a contatto con la realtà, che non sfugge alle contraddizioni, ma le affronta, magari , aggiungo io, anche solo con una piccola mossa. Consapevoli che tutto non possiamo fare, ma qualcosa, seppur minima, sì. Da un’etica binaria a un’etica analogica, dove esiste un continuum infinito tra bene e male, dove ogni spostamento verso il bene è una possibilità che si realizza.
Qual è il prerequisito per tutto questo? “Il fattore etico decisivo – scrive Neumann – è il criterio della verità. Una conoscenza sempre più ampia di noi stessi si presenta in questo contesto come un valore etico e non come valore scientifico”.
Trovo che questa frase sia davvero forte. Dovrebbe dare il colpo di grazia agli stereotipi culturali che ci portiamo dietro, per i quali l’etica è prima di tutto oggettività e linea di demarcazione. Al contrario, Neumann ci dice che, prima di guardare fuori , dobbiamo rivolgere lo sguardo dentro di noi. Senza verità sui noi stessi non c’è neppure la possibilità di una vera etica.

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Sono laureato in filosofia e da circa 25 anni mi occupo di comunicazione aziendale, come come manager, consulente e docente. Ho lavorato all’interno di aziende, soprattutto farmaceutiche e all’interno di agenzie. Sono socio di Ariele , presso cui mi sono diplomato al master in consulenza al ruolo e sviluppo organizzativo. Dal 2011 collaboro attivamente con Assoetica. Mi interesso di etica in azienda, etica della comunicazione e di psicologia dinamica nelle organizzazioni (psicosocionalisi). E da qualche anno ho allagato la mia attività di consulenza, oltre alla comunicazione, alla facilitazione di gruppi, agli interventi formativi e al counseling.

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