Contributi

Spotify e i walkman

di Marco Bruschi 18 dicembre 2013


Come le tecnologie cambiano il nostro modo di vivere la musica

Io a dieci anni avevo un iPod. Conteneva dodici canzoni e a volte si inceppava e dovevi tirar fuori il supporto di memoria e arrotolarlo con una matita per cercare di riparare in qualche modo il danno. Il problema era la pellicola che si attorcigliava. Aveva solo il tasto forward. Così se volevo riascoltare una canzone dovevo andare avanti, girare il supporto di memoria e andare avanti di nuovo. Nello specifico, il supporto di memoria era una musicassetta e il mio iPod era un walkman. I più fortunati possedevano un iPod di livello avanzato che ci mettevi supporti di memoria chiamati CD e loro sì, avevano anche il tasto rewind.

 Adesso, per dire, c’è Spotify.

Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso

Si è parlato tantissimo di Spotify soprattutto riguardo ai diritti d’autore. Se e come gli artisti ci guadagnano davvero a essere presenti su Spotify, quanto può favorire i gruppi emergenti, quanto può invece danneggiare i gruppi medi o grandi – esemplare l’esempio di Thom Yorke che quest’estate ha lasciato la piattaforma e si è scagliato contro lo streaming musicale. Il dibattito è ancora apertissimo e la cosa non si chiuderà presto.

Ma anche per noi utenti le cose cambiano, non solo per gli artisti.

Una musicassetta conteneva dieci, quindici canzoni. Potevi anche portartene un po’ con te, ma non un quintale. Dovevi scegliere, prima di uscire, la musica che avresti ascoltato. Poi sono arrivati i lettori CD e poi i lettori mp3 – e anche gli iPod, quelli veri. Aumentando la quantità di musica che possiamo portarci dietro si è sempre più assottigliata la nostra necessità di dover scegliere. Ora con Spotify disponibile su mobile la nostra necessità di dover scegliere a priori si è azzerata. Già con Youtube naturalmente, ma prendo Spotify come esempio perché questo strumento è stato creato appositamente per la musica e poi perché lì c’è davvero tutto – certo, a parte Thom Yorke e pochi altri.

C’è chi critica questa disponibilità incredibile e illimitata di tracce, tutte raggiungibili in un modo semplicissimo. Sempre lì e subito. Io personalmente ne sono felice, ma voglio puntare il focus su come siano cambiate le cose.

Mio padre, quando usciva un disco dei Led Zeppelin si metteva il giaccone e andava al negozio per comprare il vinile. Rientrava a casa, si sedeva, accendeva il giradischi e ascoltava. L’artista aveva messo delle tracce una dopo l’altra per una ragione ben precisa e le tracce di solito venivano ascoltate in quell’ordine. Esistevano dei riti e delle gestualità che oggi non sopravvivono se non in poche nicchie. Non è nostalgia. Non mi mancano queste cose perché nemmeno io le ho mai vissute in prima persona. Io avevo il mio walkman. E’ un altro esempio di come le nuove tecnologie che diamo così tanto per scontate adesso, si siano modificate e con esse abbiano modificato la nostra cultura.

Io ballo da sola

Mio padre non aveva un walkman, perché non esisteva. E in realtà ho mentito, perché non aveva manco un giradischi. Aveva un amico, però, che ce l’aveva. Quando usciva per comprare l’ultimo dei Led Zeppelin, poi andava a casa sua. Il giradischi era in camera, immobile, enorme, e loro si sedevano e ascoltavano la musica. Si incontravano, per ascoltare della musica. Mio padre sapeva che non avrebbe avuto altre occasioni di ascoltare quel disco fino alla volta dopo.

Per me le cose erano già diverse perché potevo portarmi in giro la musica anche se non avevo il tasto rewind. Potevo camminare per strada e ascoltare le canzoni sparate nelle mie cuffiette. Provati te a portarti un giradischi in collo.

Questa è stata la vera rivoluzione della musica, che ha trasformato più profondamente il nostro modo di usufruirne. Ed è un parallelismo molto interessante con ciò che è successo ai libri, di cui ho parlato anche qui. Prima i libri erano pochissimi, enormi. C’erano i monaci che si ritrovavano in una stanza dove c’era un solo, grandissimo, inamovibile libro. Uno di loro leggeva agli altri e loro assimilavano le parole, poi mentre lavoravano nei campi cercavano di impararle a memoria. Probabilmente non avrebbero più avuto occasione di leggere la stessa cosa in vita loro.

Poi le cose sono cambiate. Ma non grazie alla stampa, o meglio, non solo. Sono state inventate delle cose che hanno permesso di creare un l’oggetto libro simile a come lo conosciamo ora. Nello specifico: la tecnica di produzione di una carta più sottile, l’invenzione di nuovi metodi di rilegatura e l’inchiostro a base metallica. In questo modo le persone hanno potuto cominciare a portarsi un libro in borsa, sedersi su una panchina e leggerlo in silenzio. La lettura si è trasformata da evento sociale a evento privato.

Nella musica – quella di tutti i giorni, non i concerti – è successa la stessa cosa, e strumenti come Spotify amplificano tutto ciò a dismisura.

Sono spuntate anche delle silent disco, dove tu senti la musica solo dentro a delle cuffie e puoi sintonizzarti sul genere che ti piace di più. Un evento sociale, in questo caso, trasformato in qualcosa di più privato e personalizzato.

Personalizzami

La personalizzazione, le cose cuciteci addosso, sono la direzione che il Web e che tutte le nuove tecnologie sembrano avere preso. Google stesso, come ci ha raccontato molto bene Eli Pariser, applica dei filtri alle nostre ricerche e che il Web non è uguale per tutti.

Facebook è l’esempio principe della personalizzazione estrema. Sto ancora cercando di spiegare a mio padre che non può telefonarmi per dirmi: leggi quell’articolo che c’è su Facebook perché le nostre pagine sono diverse. Non è un’impresa facile.

Tutto ciò può portare dei benefici, oppure rischiare di farci perdere qualcosa. Sicuramente fa cambiare le cose e come ci rapportiamo a esse. Alcuni riti scompaiono, ne nascono altri. Noi stessi, cambiamo. La cosa importante, dal mio punto di vista, è che sia un cambiamento consapevole e non qualcosa che ci caschi addosso senza nemmeno accorgersene.

 Originariamente pubblicato qui

Autore

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Laureato in Informatica Umanistica all'Università di Pisa, guarda le nuove tecnologie da un punto di vista sociologico, culturale e qualche volta letterario. Adora i vizi e non si fida di chi dice di non averne. - http://www.marcobruschi.net/ Twitter: @paroledipolvere

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