Contributi

Con i piedi sull’emozione

di Alessandro Bolzonello 07 marzo 2014

Biologicamente nasciamo, cresciamo e moriamo. Ma il vivere non è solo questo: la vita è emozione.

L’emozione è un interessante metro della vita umana: quanto siamo in grado di produrre emozioni? quanto sappiamo viverle e gestirle?

La nascita e la morte sono eventi potenti, ma tra questi si collocano molteplici situazioni emozionali, alcuni inevitabili, talvolta subiti, altri frutto della deliberata azione individuale.
Le civiltà hanno sviluppato svariate ritualità finalizzate a convogliare e controllare l’emozione. Il tempo viene scandito da momenti nei quali celebrare le fasi della vita umana ed i passaggi temporali, spesso rivestiti religiosamente: ecco i riti che segnano il passaggio alla vita adulta, ecco le festività a cavallo dei cambi di stagione. Occasioni deputate ad esprimere il carico emotivo che inevitabilmente si sviluppa lungo lo scorrere del tempo.

La funzione di questi eventi è sia ‘contenitiva’, cioè volta a circoscrivere l’entropia del cambiamento, sia difensiva, cioè intenta ad imbrigliare e limitare l’emozione. Pratiche, insomma, volte a controllare il carico emotivo, spesso e volentieri più di difesa dall’emozione che strumenti di espressione della stessa.

Ma non basta tenere a bada le emozioni; la vita ha bisogno di produrne e nutrirsene.

Oggigiorno continua a prevalere la psicopatia, meglio – usando le parole di Umberto Garimberti – l’analfabetismo sentimentale. Anzi questo analfabetismo è stato alimentato in quanto funzionale al concetto di crescita e di sviluppo, che si traduce sostanzialmente in business, fino a contagiare tutti i livelli della vita, da quella privata a quella sociale, da quella economica a quella istituzionale.

In questa situazione ecco affermarsi e diffondersi artificiali meccanismi di sfogo connotati dalla delega ad altro ed agli altri dell’espressione emozionale. Cioè l’incapacità emozionale induce a vivere l’emozione di riflesso: assunzione delle emozioni altrui, anche appropriandosene indebitamente, oppure adozione di artificiali sfoghi emozionali attraverso traditional-media oppure, oggi in modo sempre più diffuso, digital-media. I contenuti catalizzatori, invece, mantengono una profonda connotazione di genere: le vicende dello sport per le emozioni maschili, mentre le vicende delle vite altrui, quelle che si prestano ad essere esposte, per quelle femminili. Insomma nel calcio e nel gossip sfocia l’incapacità di produrre e vivere le emozioni. Il nulla ha preso il sopravvento.

Ma si può ripartire. E’ possibile rilanciare la cultura dell’emozione che emancipi l’uomo mettendolo nelle condizioni di produrre, vivere e gestire le emozioni, con se stesso e con gli altri; è possibile – usando la categoria coniata da Gustave Flaubert – agire sull’educazione sentimentale. Non solo è possibile, si deve ripartire.
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Economista e psicosocioanalista. Si occupa di personale in una azienda informatica. Cultore dell’essere umano e delle sue vicende. Ha avuto la possibilità di aprire naso, occhi ed orecchi di fronte alla vita, ancor più in un contesto, quello attuale, in piena mutazione, con-fusione, dove alla degenerazione si intreccia la rigenerazione, alla barbarie la genialità. Fin dove può, prova a 'tenere dentro' tutto quello che c'è, con la convinzione che l'esistenza di una 'cosa' oppure di un 'fenomeno' non sia mai un caso. Ritiene questa posizione liberante: elimina la categoria dell' 'assurdo', del 'non senso' ed apre al 'possibile', al 'nuovo'.

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