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Fare il formatore è una ‘vocazione o una ‘missione’? La formazione manageriale come strumento di cambiamento.

di Luigi Adamuccio 06 febbraio 2015

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E’ un modo per ottenere l’immortalità, Dalai Lama

I consigli sono come la neve: più dolcemente cade,

più a lungo dura e più profondamente

s’insinua nella mente, Samuel Taylor Coleridge

Il formatore, nel linguaggio pedagogico e aziendale, è colui il quale prepara le persone a svolgere un’attività, una professione o ad affrontare un cambiamento significativo nel loro modo di operare. E’ un docente che si muove in ambiti molto diversi tra loro: dalle agenzie formative alle strutture aziendali, dalle società di formazione a quelle di consulenza. Raggiunge il suo scopo, è di successo, si dice, se è in grado di centrare l’obiettivo: coinvolgere e promuovere un interesse attivo da parte di chi ascolta. Ma non è un’infallibile enciclopedia ambulante o un esoterico alchimista, dispensatore di ricette già pronte o, peggio ancora, un venale imbonitore e simulatore disposto ad assecondare le direttive del committente pur di sbarcare il lunario. Il ‘Formatore’, quello con la lettera maiuscola, ha una grossa responsabilità o, se vogliamo, una missione molto nobile: creare valore dalle persone, promuovendo il pieno sviluppo del potenziale umano, sia che tratti temi di management o aggiornamento normativo, sia che si rivolga a giovani laureati alla ricerca di un primo impiego o ad adulti con una loro posizione lavorativa perché già da tempo inseriti in un’organizzazione aziendale.

Corso della vita

Non amo parlare di me stesso e della mia storia professionale. Non lo faccio per un atteggiamento di naturale autolimitazione nei confronti
di ciò che, essendo personale, potrebbe non interessare più di tanto chi ascolta o legge ed anche per una mia insofferenza verso i vanagloriosi che, in una spirale autoreferenziale (e capita di incontrarne anche tra i formatori), fanno esclusivo riferimento a se stessi, rischiando di annoiare gli interlocutori.

Qui, però, con il solo fine di spiegare come la formazione abbia occupato nella mia vita un posto sempre più importante, sono costretto a violare l’appena accennata regola.

Solo una breve digressione, funzionale alle considerazioni che immediatamente dopo farò sulla professione del formatore, il cui esercizio io considero un privilegio per almeno due motivi che reputo fondamentali:

  1. perché, un po’ come l’attore sul palcoscenico, il docente è centrale rispetto al resto dei presenti in aula (tanto da stabilire rapporti caratterizzati da una graduale profondità ed entrare in sintonia con loro, riuscendo a capire le aspettative ed i fabbisogni di ciascuno);

  2. per le energie che mobilita e per i processi che innesca (tanto da riuscire ad infrangere miti, riti e condizionamenti palesi od occulti e da aiutare i partecipanti a guardare le cose da angolazioni diverse, ad imparare ad osservarsi e riflettere sulle conseguenze del proprio operato, a diventare artefici del proprio destino).

La mia attività prevalente è quella di analista senior che da più di venticinque anni lavora in banca occupandosi di Organizzazione aziendale.

Fino a cinque, sei anni fa non avevo particolari esperienze nel campo della formazione, se non quelle legate alla partecipazione alla progettazione didattica di corsi di formazione presso la mia azienda di appartenenza, la Banca Popolare Pugliese.

Questo fino a quando, in tempi e circostanze diverse, non ho conosciuto due persone che hanno dato una significativa accelerata in quella direzione: Elisabetta Salvati, Presidente di Aforisma, business school leccese specializzata in master postlaurea, e Francesco Varanini, consulente e formatore, docente universitario, cofondatore e direttore della rivista “Persone & Conoscenze”, oltre che autore di numerose pubblicazioni.

Ed è così che ho iniziato ad associare all’attività in azienda la docenza di general management e di organizzazione aziendale nella suddetta business school leccese ed a far parte del relativo Comitato Tecnico Scientifico, partecipando alla progettazione didattica.

Ho frattanto vissuto anche l’esperienza dei corsi di formazione professionale legati all’Obbligo Formativo, quella presso altre aziende diverse dalla mia, fino a giungere, più di recente, anche alla progettazione di un percorso dai contenuti per me in un certo senso nuovi, di sviluppo per manager sociali, ossia per personale con compiti gestionali e poteri decisionali presso un nucleo di ASP (Aziende di Servizi alla Persona). Un’attività formativa indirizzata a responsabili di struttura, coordinatori di servizi socio-sanitari, responsabili di organi in staff ai vertici aziendali. Non dei neo assunti, quindi, ma personale in molti casi con diversi anni di anzianità di servizio e una mente giovane ed aperta, con tanta voglia di cimentarsi con tematiche nuove.

Una piacevole conferma, in sintesi, di quanto sosteneva decine e decine di anni fa l’industriale americano Henry Ford, ossia che chiunque smette di imparare è un vecchio, che abbia 20 anni o 80, mentre chi continua ad imparare, giorno dopo giorno, resta giovane.

Il lavoro del formatore

Comincio, così, a vivere sempre più l’aula formativa come uno dei miei abituali luoghi di lavoro, un luogo in cui, sinergicamente, si partecipa alla costruzione del futuro, di un nuovo approccio economico-aziendale.

Fondendo creatività e concretezza, con la formazione, infatti, si creano le premesse per veicolare un importante messaggio, quello che con impegno e dedizione è possibile realizzare tutto ciò che si vuole, persino riscoprire il gusto, indipendentemente dall’età e dalle esperienze più o meno positive vissute in precedenza, di rimettersi in discussione e ricominciare ad investire su se stessi.

Il culmine l’ho raggiunto quest’anno con l’elezione a membro del Consiglio Direttivo per la Puglia dell’AIF – Associazione Italiana Formatori. Altri compiti, quindi, altre responsabilità, compresa quella di rappresentate un’intera categoria, le sue istanze, le sue caratteristiche intrinseche e distintive.

Ed è lì che ho cominciato a prendere piena coscienza del mio ruolo di formatore a tutti gli effetti, in aggiunta a quello di bancario.

La rapidità degli eventi fin qui mi ha impedito una meditata riflessione su chi sia e come debba essere un vero Formatore, quello, ripeto, con la lettera maiuscola, e non i tanti “de-formatori” e “form-attori” che riempiono la scena, offuscando il valore e la reputazione di quanti svolgono seriamente un lavoro così nobile e delicato.

Lo faccio qui ed ora, con questo contributo.

Il mio modesto parere, maturato a margine di una carriera, se vogliamo, non lunghissima, è che il formatore debba innanzitutto saper ascoltare, oltre che insegnare. Sia ben chiaro, tuttavia, che il termine “insegnare” io qui lo intendo nel suo significato etimologico (dal latino “insignare”, composto dal prefisso “in” unito al verbo “signare”, con il significato di segnare, imprimere segni nella mente).

La formazione non va, poi, confusa con una tradizionale serie di lezioni accedemiche, né con l’addestramento, che ha come scopo quello di perfezionare capacità produttive di un certo numero di persone attraverso un insegnamento molto pratico.

La formazione, in quanto strategia didattica ben distinta, deve, a mio avviso, fornire spunti di riflessione, punti di vista, concetti, informazioni, schemi interpretativi, grandi linee direttive entro le quali muoversi, spiegazioni, esempi, discussioni di casi allo scopo di agevolare l’acquisizione della capacità di svolgere un ruolo, ma mai tradursi in suggerimenti espliciti di intervento, di azioni correttive o di remediation. E ciò anche qualora la formazione dovesse passare dalla classica lezione frontale in cui l’insegnante ha di fronte la classe e la comunicazione resta asimmetrica, cioè diretta da un emittente a più destinatari.

Si sfocerebbe, altrimenti, nella consulenza, contribuendo ad alimentante zone grigie già abbastanza ampie ed un grado di confusione già elevato.

La formazione, in buona sostanza, deve:

  • promuovere una stimolante interattività, mettendo in rapporto reciproco docente e partecipanti all’attività di formazione sì da consentire uno scambio di vedute, un’attenta analisi delle cose, un’approfondita indagine che non si fermi ad una superficiale osservazione;

  • favorire la trasmissione della conoscenza ‘privata’ o ‘euristica’, ossia quella preziosa conoscenza non codificata, non acquisita soltanto attraverso i testi o corsi di aggiornamento o seminari, ma capitalizzata nella pratica quotidiana in un campo di azione ben definito (e qui sta il valore aggiunto offerto, rispetto ai formatori puri, dai formatori che associano quest’attività a quella lavorativa in un campo specifico).

E questo vale soprattutto per la formazione manageriale, se è vero come sostiene Henry Mintzberg, professore canadese ed autore di numerose pubblicazioni, che l’attività manageriale non è una professione o una scienza, ma una pratica1.

Il Formatore deve saper suscitare la curiosità necessaria alla comprensione della realtà che circonda ognuno, deve saper indicare come muoversi in uno scenario che ha scisso definitivamente il binomio progresso economico – rispetto dell’uomo.

Deve riuscire a sviluppare in chi è in aula la capacità di soffermarsi sui dettagli, di cogliere le sfumature, le diversità, di fare confronti, deve motivare al cambiamento, all’innovazione, all’imprenditorialità e intraprenditorialità, al riconoscimento della necessità di una rivitalizzazione dell’organizzazione di appartenenza.

E questo dovrebbe valere sempre, sia che si faccia formazione in senso lato sia che essa abbia carattere manageriale, sia essa diretta ad adulti o a giovani e brillanti laureati.

Secondo Don Lorenzo Milani il formatore: “deve essere per quanto può profeta, scrutare i segni dei tempi, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in modo confuso. (…) Essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (…). Quando invece vedranno che non sono giuste (…) essi dovranno battersi perché siano cambiate. (…) Questa tecnica di amore costruttivo per la legge l’ho imparata insieme ai ragazzi mentre leggevamo il Critone, l’Apologia di Socrate, la vita del Signore nei quattro Vangeli, l’autobiografia di Gandhi, le lettere del pilota di Hiroshima. Vite di uomini che sono venuti tragicamente in contrasto con l’ordinamento vigente al loro tempo non per scardinarlo, ma per renderlo migliore.”2

La pratica manageriale ed i relativi formatori

A voler schematizzare, con tutte le approssimazioni e le parzialità che questa scelta comporta, il lavoro di un manager, in quanto tale responsabile, indipendentemente dalla sua collocazione gerarchica, della gestione di un certo numero di risorse finanziare, strumentali e umane, possiamo dire sia sempre più caratterizzato da:

  • continue pressioni e ritmi incessanti;

  • delicate relazioni orizzontali tra colleghi e nello stesso tempo gerarchiche verso il basso e verso l’alto della struttura di appartenenza;

  • una leadership non separata da una visione etica, affinché il potere derivante dal ruolo diventi positivo con la lungimiranza, il servizio, la ricerca del bene comune;

  • abilità di tipo tecnico sempre più trasversali all’azienda;

  • una sempre maggiore elasticità nell’affrontare con prontezza questioni che mutano nel tempo;

  • uno sforzo di coordinamento per la messa in atto di forme di supervisione sempre meno esplicite;

  • la creazione di un clima di lavoro che riesca a creare motivazione ed a conquistare il cuore ed il cervello dei collaboratori più che imporre determinati comportamenti molto sbilanciati sul controllo;

  • una crescente capacità di identificare la cultura aziendale, influenzandola, se è il caso, o, da vero leader, sviluppandone una nuova attraverso la messa in pratica di valori e l’elaborazione di una nuova vision o una nuova strategia di business;

  • un rafforzamento sempre più evidente della cultura della responsabilità sociale, con un occhio particolare alle implicazioni che ogni singola scelta quotidiana può avere, una volta adottata, all’interno di una organizzazione, fatta di persone ancor prima che di cose inanimate.

E’ evidente come le persone siano, a tutti gli effetti, le uniche risorse aziendali attive ed animate, ed in quanto tali possono acquisire una coscienza comune, adattando i propri atteggiamenti, fino a giungere a condizionare significativamente i risultati di una compagine.

Se conveniamo su queste peculiarità del lavoro manageriale, qui di seguito possiamo anche provare ad elencare le cose di cui dovrebbe occuparsi e preoccuparsi chi fa formazione manageriale, per svolgere al meglio un lavoro così interessante ed appassionante:

  • agevolare la maturazione di un approccio sistemico ed olistico alla gestione delle risorse aziendali;

  • stimolare un approccio “customer centric”, necessario al mantenimento di un’efficace relazione con il territorio-mercato di riferimento;

  • sviluppare le soft skills, ossia competenze trasversali alle componenti specialistiche già possedute, capaci di incrementare il valore economico aziendale puntando sulla centralità della persona;

  • accompagnare i destinatari della formazione a trovare la loro vera dimensione sia lavorativa che umana, evitando inutili e sterili intellettualismi e respingendo qualsiasi velleità di proselitismo, perché il peggiore errore che può fare un formatore è tentare di plagiare le menti;

  • promuovere una formazione tesa alla costruzione di organizzazioni aziendali, basate su solidi sistemi valoriali, in grado non solo di generare reddito nel tempo, ma anche di dare un contributo decisivo nella direzione della crescita socio/economica del territorio in cui le stesse organizzazioni operano;

  • favorire l’integrazione di idee, persone e tecnologie, con la massima attenzione all’individuo nel suo processo di crescita professionale ed umana, per una sua elevazione economica e sociale;

  • accrescere il livello generale di professionalità, favorendo il lavoro di gruppo, la condivisione di informazioni, lo scambio di esperienze professionali e umane;

  • accendere per sempre il desiderio di capire, quella molla che spinge all’analisi ed alla conoscenza nell’ottica dell’innovazione; un desiderio che, una volta affacciatosi alla mente, vi si radica costituendo un patrimonio che, affinché col tempo non subisca svalutazioni, va necessariamente “manutenuto”;

  • favorire il cambiamento, instillando nei partecipanti un orientamento di tipo emozionale al servizio, alla qualità ed al successo dell’organizzazione.

Occorre fare che i manager (vecchi e nuovi) diventino non gli spettatori, ma gli attori dei fenomeni che portano al cambiamento culturale nel mondo del lavoro e delle organizzazioni aziendali, mondo con il quale devono necessariamente confrontarsi.

In altre parole, il motivo conduttore della formazione manageriale dovrà essere la centralità delle persona e, partendo da questa, la creazione di valore per i così detti stakeholders attraverso la creazione di una visione del futuro, la collaborazione (dal latino “cum” e “laborare”, ossia lavorare insieme agli altri) e la partecipazione attiva ad un lavoro di pianificazione, direzione e controllo di esecuzione.

L’ispirazione per un lavoro così delicato può forse venire dal così detto “humanistic management”, il quale, per rispondere a certe domande, chiede soccorso, oltre che alle materie economiche, alla musica, all’arte, alla letteratura moderna e classica3.

Ed è in ossequio a tale visione che, con una certa leggerezza ed efficacia, in chiusura prendo in prestito alcuni versi della poesia di Gianni Rodari intitolata “Una scuola grande come il mondo”4:

C’è un scuola grande come il mondo. Ci insegnano maestri, professori, avvocati, muratori, televisori, giornali, cartelli stradali, il sole, il temporale, le stelle. Ci sono lezioni facili e lezioni difficili, brutte, belle e così e così. (…) Di imparare non si finisce mai, e quel che non si sa è sempre più importante di quel che si sa già.”

In essa l’autore mette in rilievo l’importanza di ciò che si apprende dalla natura, dai giornali, dalla televisione, da tutto ciò che riempie la nostra vita. Questo fa sì che il nostro non sia mai uno sterile stare nel mondo del lavoro, ma un mettere in atto quello che di buono, di utile, di etico ci offre la nostra esistenza. E questo vale anche per i formatori. Perché, come direbbe l’amico e guida Francesco Varanini, siamo tutti docenti e discenti ed a nessuno è consentito di rintanarsi nel proprio sapere, che è sempre parziale.

1 MINTZBERG HENRY, Il lavoro manageriale in pratica – Quello che i manager fanno e quello che possono fare meglio, Franco Angeli, Milano, 2014.

2 La citazione riprende alcuni passaggi della lettera ai giudici che Don Lorenzo Milani scrisse nell’ottobre del 1965 dalla scuola di Barbiana, un piccolo centro toscano, dove il sacerdote ed insegnante avviò un’esperienza educativa che al tempo sconcertò molti, stimolando un animato dibattito pedagogico, anche con strascichi di natura giudiziaria.

3 Il “management umanistico” è un approccio alla pratica manageriale che si contrappone nettamente allo “scientific management” di tayloristica memoria. Fondato sull’apertura verso ambiti estranei all’impresa, quali la filosofia, la poesia, e verso le nuove tecnologie dell’ITC, si caratterizza per l’esigenza di riportare le persone al centro dell’attenzione, di rovesciare le gerarchie, di ridare senso e significato al lavoro di ciascuno, indipendentemente dalla posizione lavorativa e dal ruolo occupati.

4 RODARI GIANNI, Il libro degli errori, Einaudi ragazzi, Assago, 2011.

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In Banca Popolare Pugliese, per più di venti anni, si è occupato di organizzazione aziendale e di processi operativi e gestionali. E’ autore di due libri e di articoli dal contenuto tecnico per riviste specialistiche. Ha organizzato e preso parte, anche come relatore, ad una serie di incontri-convegno su argomenti sempre legati a problematiche organizzative. All’attività in azienda associa la docenza di organizzazione aziendale presso AFORISMA, dove è anche componente del relativo Comitato Tecnico Scientifico. Da giugno 2012 è "Ethics Officer onorario" e "Referente regionale" per la Puglia di Assoetica. Dal 2015 è membro del Consiglio Direttivo di AIF – Associazione Italiana Formatori - Delegazione di Puglia e Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione delle due società facenti parte del Gruppo Banca Popolare Pugliese. Dal 2017 è Formatore manageriale specialista qualificato APAFORM - Livello EQF 6.

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