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Non lasciatevi ammaliare da chi in aula domina la scena. I veri maestri non sono loro

di Francesco Varanini 18 marzo 2015

Si chiude una giornata di formazione destinata a sollecitare in un gruppo di persone azioni orientate al cambiamento. Il gruppo è variegato, ma le persone si conoscono già tra di loro. La giornata è articolata in diversi stimoli tesi a sollecitare l’emergere di punti di vista sul cosa fare, e sul come farlo. Lo scopo è consolidare l’impegno, l’assunzione di responsabilità personali e collettive. Gli organizzatori -i formatori interni all’organizzazione- affidano l’intervento conclusivo a un docente universitario del quale si considerano seguaci. L’incarico è motivato con la competenza tecnica del professore: la sua specializzazione gli fornisce gli strumenti per ben intendere i vari discorsi portati alla luce dai partecipanti. Potrà perciò fornire una sintesi efficace delle proposte, delle possibilità, delle vie praticabili. Il professore è quindi invitato a partecipare, senza intervenire, ai lavori della giornata, e a prendere la parola alla fine.
La giornata è costruttiva. Emergono effettivamente diversi punti di vista. Si giunge al momento conclusivo. Il professore prende la parola. Parla con facondia, eppure senza nessuna pompa, senza abuso di termini tecnici. Cattura l’uditorio. Peccato si capisca subito che il portare alla luce i diversi punti di vista emersi è subito messo da parte. Il professore porta il proprio punto di vista. Non tanto un punto di vista sul daffarsi in quella situazione aziendale. Il professore porta il proprio punto di vista sul futuro del sistema paese, sul futuro del mondo, sull’indebita prevalenza della finanza sulla cultura del lavoro.
Sono argomentazioni condivisibili e ben argomentate. Sul volto degli organizzatori si legge soddisfazione e contentezza: il professore sostiene in modo acuto e sottile il punto di vista che loro stessi sostengono. Tutti i presenti pendono dalle labbra dell’oratore. Si legge sui volti ammirazione per il discorso ben costruito. Ammirazione per le tesi sostenute. Ma anche sollievo. Qui sta il punto: il professore dice ai presenti che le colpe, gli errori stanno da un’altra parte. Durante la giornata ci si era interrogati a proposito delle responsabilità di ognuno di noi. Ma ora giunge la buona notizia: le responsabilità stanno altrove. Ce lo dice l’oratore autorevole, brillante: ci ricorda proterve strategie globali che governano il mondo. Cosa potremo mai fare noi di fronte a tutto ciò. Siamo giustificati, siamo salvati, insomma, da queste alate parole. L’impegno ad assumerci la nostra quota di responsabilità può passare in secondo piano, può essere felicemente dimenticato. Il discorso si conclude perciò in un applauso liberatorio.
Credo che chi di noi progetta formazione, e fa formazione in aula, dovrebbe riflettere su come spesso rischiamo di cadere in situazione come quella che ho raccontato. Dovremmo guardarci dal fornire bei discorsi colmi di affermazioni e poveri di domande. Dovremmo stimolare invece l’impegno personale di tutti e di ognuno. In un momento in cui solo un condiviso impegno da parte di tutti gli attori sociali può tirar fuori il nostro paese dalla situazione in cui noi italiani ci siamo cacciati; in un momento in cui, mancando nella classe politica un’etica e una cultura del cambiamento, la ripartenza non può che fondarsi in una leadership diffusa, in un’assunzione di responsabilità ad ogni livello.
Il fatto è che noi stessi, noi che svolgiamo il ruolo di docenti, siamo spaesati. Ci troviamo spesso a dover agire in situazioni aziendali di fronte alle quali ci sentiamo impotenti. Più in generale, tecnologia, economia, finanza, politica ci hanno portato in un mondo che ci spaventa.
Il mondo è cambiato radicalmente, in poco tempo; il mondo cambia rapidamente sotto i nostri occhi: il mondo nel quale noi formatori si troviamo ad insegnare non è il mondo per il quale non siamo stati preparati.
Accade così che, di fronte all’ignoto ed al pericoloso, finiamo per rinserrare le fila nascondendoci dietro la comodità del ruolo. Il docente si fa scudo dell’autorità concessa dal ruolo per non confrontarsi con i propri dubbi ed i propri timori. Continuare ad insegnare sempre e comunque è una necessità personale del docente, necessità che passa sopra le aspettative e i bisogni di coloro che -ammaliati dalle belle parole e dall’esercizio di autorità- sono per converso costretti nel ruolo di passivi discenti.
Abbiamo molti buoni motivi per sostenere che ad ogni livello ed in ogni luogo, nella scuola e nell’università come nella formazione aziendale, servono figure autorevoli, e capaci di insegnare l’importanza dell’autorità. Possiamo senza difficoltà sostenere che non può esistere educazione senza autorità. E possiamo con molti motivi aggiungere che l’autorevolezza del maestro che guida e si prende cura è particolarmente importante oggi – quando ci troviamo di fronte quotidianamente al caos, alla complessità, all’incertezza.
Ma dovremmo anche ricordare che i veri maestri non mostrano sicurezze e non cercano l’ammirazione e l’applauso. I veri maestri mostrano dubbi, si interrogano sempre, e stimolano gli allievi ad andare oltre il loro stesso insegnamento. I maestri chiamano alla responsabilità personale e invitano ognuno ad essere maestro di se stesso.

Questo testo è apparso come Editoriale sun numero 101 di Persone & Conoscenze, gennaio-febbraio 2015.

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