Contributi

Ripensare la formazione

di Francesco Varanini 30 luglio 2015

Viviamo momenti difficili. Ci appare ovvio dire che senza formazione non potremo uscire dalle pastoie presenti; non potremo costruire il futuro. Ma viene anche da chiedersi che senso abbia investire oggi in formazione, in un’epoca in cui sempre più frequentemente le persone al lavoro sono viste non come un investimento, ma all’opposto come un costo da minimizzare. C’è da capire, anche, come può e deve essere la formazione in un quadro socioeconomico dove la produzione passa troppo spesso in secondo piano di fronte alla speculazione finanziaria.

Tentiamo di farci una ragione dello scenario richiamandoci ritualmente a chiavi di lettura che appaiono, in fondo, generiche ed elusive: il mondo postmoderno, la società liquida. Non basta celebrare una volta di più la centralità della persona. Non basta agganciarsi alla lezione di Zygmunt Baumann o di Edgar Morin, o all’autorità di Papa Francesco.

Dovremmo smettere di intendere la formazione come seguito di un carismatico eroe e come simbolico ritorno ad un mitico passato. Non serve immaginarci figli di Adriano Olivetti: ciò che è stato non tornerà. Dovremmo semmai guardare agli errori di Adriano, che non ha saputo creare una impresa sostenibile, capace di durare nel tempo. Dovremmo guardare a ciò che gli olivettiani non hanno saputo fare, mentre nel mondo cresceva la nuova industria dell’hardware, del software, della conoscenza digitalizzata.

Viviamo attanagliati da dubbi, minati da insicurezze, frustrati da un senso di impotenza. Ma la formazione rassicurante è inutile, ed è anzi dannosa. Se questo è il tempo dell’incertezza, vero maestro è chi si mostra dubbioso e fomenta dubbi. Le affermazioni di principio generano passività, i dubbi generano invece ricerca e impegno e responsabilità.

Dovremmo smetterla di considerare la formazione come ambito già definito nei confini e nei modi: aula frontale, lavoro di gruppo, studio individuale non sono che alcune delle modalità possibili. Dovremmo smetterla di considerare la formazione aziendale e l’apprendimento degli adulti ambiti affrontabili senza allargare i confini, senza prendere in considerazione un panorama più vasto che comprende l’alfabetizzazione, la scuola di ogni ordine e grado, l’università e gli apprendimenti personali che releghiamo, svalutandoli, come attività del ‘tempo libero’.

Dovremmo concepire la formazione, intesa in questo senso lato, come sguardo gettato senza remore su quei terreni che ci appaiono oscuri, e fonte di paura. La formazione consiste nel lavoro su di sé che ogni cittadino del mondo è chiamato a compiere, e nella costruzione sociale di conoscenza. La formazione consiste nell’andare oltre l’ignoranza. Il timore del nuovo si supera sperimentando e studiando. O, almeno, ascoltando qualche narrazione.

Dietro Kolb e Knowles

Esistevano due modalità di fare formazione, abituali all’uomo a millenni. L’oralità e la scrittura; l’aula e il testo scritto. Ma ci capita di vivere in un’epoca in cui questa marmorea certezza, questa chiarezza dell’essere, è messa in discussione.

Non dobbiamo temere di apparire apocalittici. La novità è di enorme portata. Un illustre umanista, ottantenne, scrive: Nessun oggetto creato dall’uomo, nessuna invenzione precedente, sicuramente dalla scoperta del fuoco in poi, ha esercitato un impatto così incisivo sulle attività umane di ogni giorno come quello provocato dal PC e dal portatile, dagli sms della telefonia mobile e da internet. Lo schermo elettronico è diventato lo specchio dell’uomo.1

Non credo Georges Steiner esageri.

Possiamo per molti versi considerare una virtù dell’università il suo mantenersi fedele a una storia millenaria. Ma non possiamo negare che un conto è un’università dove lo studente ha a disposizione gli appunti del docente ed i libri della biblioteca, un conto è l’università quando lo studente ha a disposizione i piani di studi di ogni università del globo, ed ogni testo pubblicato in una qualsiasi lingua.

L’esperienza del viaggio accompagna l’uomo da tempi immemorabili. Ma non possiamo negare che un conto è viaggiare a piedi, un conto è viaggiare a cavallo, un conto è viaggiare in aeroplano. L’esperienza del viaggio sarà differente. Così cambia anche, con il computer e con la Rete, l’esperienza della formazione, viaggio in cerca di conoscenza.

Dire che da quando si dispone di un computer in aula troppo spesso i docenti cedono parte del proprio ruolo a sildes Power Point è guardare solo a una banale, marginale caduta. La discontinuità è molto più profonda e pervasiva. Il sacro ambito della formazione ha dovuto subire in un secolo o poco più l’assalto della stampa a larga diffusione, del cinema, della radio, della televisione. Fino all’avvento del computing e del World Wide Web e della diffusione di device, utensili come finestre aperte sulla conoscenza nelle mani di ogni cittadino del mondo.

La scrittura e la lettura su supporti cartacei, i libri, le biblioteche, la stampa, non sono che uno dei modi per formare e per formarsi. I muri, confini della zona sacra della formazione, l’aula, sono sfondati e resi irrilevanti dal fatto che, volente o nolente il docente, durante un qualsiasi corso i partecipanti tengono acceso il proprio telefono cellulare, o prendono appunti sul proprio tablet. Sono dunque connessi in Rete, una rete globale che comprende ogni cittadino del mondo ed ogni possibile fonte di conoscenza. Potremmo dunque dire che i muri dell’aula sono definitivamente abbattuti. O potremmo dire all’opposto che tutti, nessuno escluso, viviamo in un’unica Aula Globale.

Noi qui ed ora, in questa aula, siamo assieme all’abitante del remoto villaggio situato lungo il Rio delle Amazzoni. Consultiamo contemporaneamente le stesse fonti. Apprendiamo insieme. Sempre meno muovendoci in base a programmi e piani di studi, e sempre più invece cercando risposte a domande emergenti.

In questa luce, dovremmo rileggere anche le novità più interessanti che ci sono state proposte dalla letteratura specificamente dedicata alla formazione e all’apprendimento degli adulti.

Non a caso facciamo riferimento a David Kolb in ogni percorso di formazione formatori. Kolb, nella scia di Dewey, Piaget e Lewin, pone al centro del processo di apprendimento l’esperienza concreta e l’osservazione riflessiva.2 Non a caso seguiamo Malcom Knowles nel considerare centrali, nel processi di apprendimento degli adulti, informal education e self-directed learning.3 Non a caso Cepollaro e Varchetta ci invitano a considerare la formazione come spazio di possibilità, attraversamento di confini, tessitura di connessioni.4 Non a caso Domenico Lipari ci ricorda che la relazione formativa si fonda sul riconoscimento della differenza e della soggettività di ogni persona.5

Ma tendiamo a dimenticare che Kolb, Knowles, e chiunque -nella seconda metà del Ventesimo Secolo, e vieppiù nel primo scorcio del nuovo millennio- ragioni a proposito della formazione, sta parlando di come si apprende in un mondo segnato dalla presenza dei mezzi di comunicazione di massa e dai computer e dalla Rete. Senza i computer e la Rete le esperienze di apprendimento di cui Kolb e Knowles ci parlano sarebbero impraticabili. Dunque a questa nuova scena sociale dobbiamo rivolgere lo sguardo.

Accettare le discontinuità

Noi formatori e studiosi di formazione dovremmo avere il coraggio di ammettere che sappiamo ben poco di computing e di cultura digitale e di World Wide Web, e che questa carenza rischia di rendere vano e fuori luogo ogni nostro insegnamento.

Dovremmo ammettere che questo mondo fatto di reti sociali e di pretesa ‘saggezza della folla’ ci spaventa. Dovremmo però di conseguenza, tornare ad imparare, accettando che coloro che ci ascoltano in aula sanno, su molti argomenti, molto più di loro. Invece, troppo spesso tendiamo a trinciare giudizi.

Trovo irritante il fatto che i ragionamenti relativi a ciò che che comunemente chiamiamo ‘nuove tecnologie’ -ragionamenti pubblici e privati, orali e scritti, conviviali e accademici- si risolvano troppo spesso nell’affermazione di banali luoghi comuni. ‘Google non rispetta il diritto d’autore e si appropria delle nostre conoscenze’. ‘Google e Facebook violano e vanificano la nostra privacy’. ‘Con Facebook i ragazzi abbassano le relazioni sociali al raccontarsi eventi quotidiani irrilevanti’. ‘Con Facebook l’affermazione di giudizi di valore all’aggiungere un ‘mi piace’ a qualcosa di già detto’. ‘Di Wikipedia non ci si può fidare’. ‘Fare le ricerche sui libri era istruttivo, farle sul Web no; con il Web è troppo facile copiare’.

A onor del vero, non è che aiutino gli organi di informazione. Nessun professionista è più difeso di fronte alle nuove tecnologie del giornalista. Il giornalista sa che il Web cambia irrimediabilmente la sua professione – e forse anche la supera. Salvo eccezioni, invece di cercare di capire e di cambiare, resiste. E sforna titoli scandalistici o a effetto: ‘I furti sulla Rete’; ‘La vita segreta delle password’. O per mostrarsi a la page sforna frasi senza senso: “il mondo dei social continua a mandare twit all’hashtag….”. Cerchiamo di non fare come loro.

Cerchiamo di capire quali sono le vere discontinuità, i veri cambiamenti. Per esempio: dovrebbe esserci chiaro che guardare alla differenza tra libro e e-book è restare in superficie; mentre invece è molto importante riflettere sull’abissale differenza che separa il codice cartaceo dal codice digitale.

Non commetterò però ora l’errore di mettermi a discettare qui del codice digitale. Sappiamo bene che alla conoscenza ci si avvicina se ci si appassiona. Mi limiterò a narrare qualche storia. Storie di maestri, veri umanisti, che stanno alle origini di ciò che oggi chiamiamo computer world, nuove tecnologie, informatica al servizio dell’uomo, dite come volete. Maestri che possiamo considerare anche in senso stretto formatori.

(…)

[Potete leggere le storie del maestri -Vannevar Bush, Ted Nelson- e del loro insegnamento a proposito di formazione, nella versione completa di questo articolo, apparsa sulla rivista Sviluppo & Organizzazione, 262, gennaio-febbraio 2015.
Vedi anche: Gianluca Bocchi e Francesco Varanini,
Le vie della formazione. Creatività, innovazione, complessità, Guerini e Associati, 2013, in particolare il capitolo ‘Come potremmo formarci’. 
Di seguito, la conclusione dell’articolo.]

Un futuro che è già cominciato

Avendo sott’occhio il Web, appartenendo al Web, la formazione va definitivamente oltre i ruoli contrapposti di docente e di discente. Al posto dei due ruoli pre-definiti, modalità più ‘mobili’, di volta in volta differenti. Ognuno, a seconda delle situazioni e dei contesti, è docente e discente. Auto-formazione, formazione di altri, formazione individuale e di gruppo si ibridano e si contaminano.

L’idea di segmentare formazione e apprendimento, offrendo diverse risposte formative a diverse fasi della vita, alla luce della lezione di Bush e di Nelson, ci appare sempre più inadeguata. Si continua a imparare lungo l’arco dell’intera vita, autoapprendendo con l’ausilio del proprio Personal Computer e della Rete, ed entrando ed uscendo da luoghi istituzionali dedicati a specifici apprendimenti.

Si apprende di volta in volta quello che serve. Non formazione, ma formazioni, apprendimenti, saperi, conoscenze, costruiti dalla persona -da ogni persona e da una rete di persone- di volta in volta adatte alle diverse fasi della vita ed alle diverse circostanze sociali.

Visione potente, sintetizzata dal gioco sottile che lega literature a literacy.

Literature è la rete di ‘oggetti di conoscenza’, ricca e immensamente variata, dove la ridondanza è una virtù. La rete intesa come spazio di libertà con-creato e continuamente ri-creato da donne e uomini, soggetti diversi l’uno dall’altro, ma tutti tutti dotati di pari autorità e tutti chiamati a contribuire.

Literacy -qualcosa di molto più vasto della semplice ‘alfabetizzazione’- è la nuova competenza di cui dobbiamo disporre, donne e uomini, per muoverci consapevolmente sul terreno della cultura digitale. Forse dovremmo meglio dire usando una espressione difficilmente traducibile in italiano: capability – per sottolineare che si tratta di una competenza che ci sarà solo laddove si manifesteranno le condizioni che ne permetteranno l’emergenza e la diffusione.

Ted Nelson, proponendoci una nuova literature, e quindi una nuova literacy, chiama così in causa i contesti sociali e familiari, i sistemi scolastici, i processi di apprendimento.

A Ted Nelson chiediamo, per concludere, una potente visione. Imagine a new accessibility and excitement that can unseat the video narcosis that now sits on our land like a fog. Imagine a new libertarian literature with alternative explanations so anyone can choose the pathway or approach that best suits him or her; with ideas accessible and interesting to everyone, so that a new richness and freedom can come to the human experience; imagine a rebirth of literacy. 6

Immaginate un’accessibilità e un entusiasmo nuovi, che possano schiodare la narcosi da video che oggi incombe su di noi come una cappa di nebbia.

Immaginate una nuova letteratura libertaria dove spiegazioni alternative permettono a chiunque di scegliere il percorso e l’approccio a lui più confacente; dove le idee siano accessibili e interessanti per chiunque, in modo che l’umana esperienza possa godere di una nuova ricchezza e una nuova libertà; immaginate una rinascita della letteratura.

Immaginiamo una rinascita della formazione. E’ un futuro che è già cominciato.

1Georges Steiner, My unwritten books, New Directions, New York, 2007, ; capitolo: School Terms, p. 146; trad. it. I libri che non ho scritto, Garzanti, 2008.

2David A. Kolb, Experiential Learning: experience as the source of Learning and Development, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ, 1984. Renato D. Di Nubila e Monica Fedeli, L’esperienza: quando diventa fattore di sviluppo. Dall’esperienza di David A. Kolby alle attuali metodologie di Experiential Learning, Pensa Multimedia, Lecce, 2010.

3Malcolm S. Knowles, Informal adult education. A guide for administrators, leaders, and teachers, Association Press, New York, 1950. Malcolm S. Knowles, Elwood F Holton III, Richard A Swanson, The Adult Learner, Butterworth-Heinemann, Waltham,Mass, 1973 (prima edizione; poi Elsevier, San Diego); Quando l’adulto impara. Andragogia e sviluppo della persona, a cura di Maurizio Castagna, Angeli, Milano, 2008 (nona edizione). Malcom S. Knowles, Self-directed learning: A guide for learners and teachers, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ, Cambridge, 1975; trad. it. Self Directed Learning, a cura di Monica Fedeli, Angeli, Milano, 2014.

4Gianluca Cepollaro e Giuseppe Varchetta, La formazione tra realtà e possibilità. I territori della betweenness, Guerini Next, Milano, 2014.

5Domenico Lipari, Formatori. Etnografia di un arcipelago professionale, Angeli, Milano, 2012.

6Ted H. Nelson, Literary Machines, Swarthmore (Pa), 1981 (pubblicato in proprio, dedicated to George Orwell e Doug Engelbart.). Trad. it. dell’ed. 1990: Literary Machines 90.1, Padova, Muzzio, 1992, p.1/4.

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