Contributi

Miseria umana in azienda

di Luca Benazzi 14 aprile 2017

Una critica costruttiva degli ambienti di lavoro, oggi luoghi di miseria umana, affinché diventino luoghi in cui la creativitá degli individui si manifesti liberamente e dove valga il piacere di passare numerose ore della propria vita insieme agli altri.

Non si riesce mai a dormire quanto serve (1)
La notte non riesco mai a dormire abbastanza. Al mattino, quando suona la sveglia, mi alzo imprecando e mi trascino in ufficio. Dormire poco fa male, ma ho così tante cose da fare dopo la giornata di lavoro che andare a letto più presto sarebbe stato impossibile. Dal lunedì al venerdì, la sera è l’unico momento che abbiamo per vivere, ma spesso ci sono mille dettagli burocratici e una lunga lista di cose da fare che si accavallano e reclamano risoluzione nel più breve tempo possibile. Mi domando come facciano quelli che hanno famiglia. Un mio collega che ha due figli: “Quando arrivo a casa, un’ora libera è il massimo che riesco a concedermi”. Con i ritmi lavorativi di Londra, in cui si lavora sette ore e mezza al giorno. Mi domando, ma per quelli che lavorano dieci ore al giorno sono schiavi moderni? (i)

Non si riesce mai a dormire quanto serve (2)
Un’amica mi confida di aver passato mezz’ora in bagno a dormire: “È triste…”. L’altro giorno ho aperto la porta del bagno che era chiusa male e ho trovato un collega che sonnecchiava. Ora capisco perché i bagni sono sempre occupati…

Lavoro come schiavitù
Continuo a incontrare persone scontente del proprio lavoro. Un giorno un mio collega che appare sempre svogliato mi confessa di essere depresso, mi dice che deve occuparsi di cose di cui non gli interessa nulla. Un altro collega dichiara senza pensarci due volte: “In questi ultimi sei mesi sento che lavorare in questo posto mi sta distruggendo l’anima. Ogni giorno lavoro guardando l’orologio”.

Inchiodati alla postazione di lavoro...
Molti lavoratori passano la giornata incollati davanti al monitor di un computer, è diventata una cosa normale. Ma chi ha detto che stare tutto il giorno davanti ad un monitor bersagliati di e-mail sia il modo più umano (e più produttivo) di lavorare? Molti di noi hanno bisogno di muoversi per pensare meglio. Poi abbiamo bisogno di interagire con gli altri, se non vogliamo diventare degli zombie. Perché il lavoro non può essere più dinamico e interattivo? É normale che gran parte dell’interazione tra le persone avvenga nelle sale riunioni, e che gli uffici assomiglino a delle camere mortuarie?

… anche per mangiare
Vedo i miei colleghi che consumano silenziosamente il loro pasto, ciascuno dalla propria ciotola, nel loro angolino davanti al monitor… mi sembrano animali domestici, provo un misto di desolazione e tenerezza.

Stress
Un mio collega è dovuto stare una settimana a casa per il livello di cortisolo (il cosiddetto ormone dello stress) che si è impennato a livelli preoccupanti, procurandogli squilibri metabolici e insonnia. Una patologia di cui, pare, soffrono moltissimi lavoratori, soprattutto nelle grandi metropoli.

Colloqui di lavoro (1): l’asimmetria congenita
I colloqui di lavoro volgono spesso in autentiche farse. Non ci sarebbe in fondo nulla di male se ci si divertisse e se lo sforzo fosse reciproco. Invece quando c’è un colloquio, è il candidato a doversi recare sul posto di lavoro, investendo il proprio tempo, talvolta sentendosi anche chiedere di produrre dei lavori per dimostrare la propria competenza. E se fosse l’azienda, una volta tanto, ad andare a casa del candidato? C’è questa idea del datore di lavoro come il benefattore, come quello che investe, quello che innova e fa girare il sistema, ma l’esperienza insegna che molto spesso hanno più merito i lavoratori che i datori di lavoro.

Colloqui di lavoro (2): “A quali progetti ha lavorato?”
Avere nel proprio portfolio grandi clienti, grossi gruppi magari tra i meno etici, è per molti un’ottima referenza. Non si considera che le grandi aziende sono ambienti dove spesso regnano il disordine e la dispersione, grossi elefanti in cui ognuno ha qualcosa da dire e delle opinioni da difendere, ragion per cui nella maggior parte dei casi si producono lavori mediocri. Nel nostro mondo in rapido cambiamento, sono spesso le piccole organizzazioni a produrre esempi di eccellenza, nei prodotti come nei metodi.

Colloqui di lavoro (3): esperienza lavorativa
A volte durante un colloquio capita di sentirsi dire: “Mi dispiace, ma lei non sembra avere abbastanza esperienza in questo e quello…”. Ma come fanno a saperlo, come fanno a valutare? Sai che sei in grado di fare quello che ti chiedono, ma il tuo interlocutore ha stabilito che non sei in grado. Sarebbe molto più logico se si cominciasse subito a lavorare, senza troppe messe in scena, uno dimostra quel che vale e nel giro di qualche giorno si decide se proseguire oppure no. Senza perdite di tempo, senza dare sempre l’ultima parola al datore di lavoro che stabilisce se sei idoneo oppure no, pur non avendo elementi per valutare chi sei, come lavori, che qualità hai. Senza rischiare di perdere altre occasioni interessanti in attesa di una risposta, che quand’anche arriva non è garanzia di nulla, perché comincia il periodo di prova. Una maggiore flessibilità darebbe beneficio sia ai lavoratori che alle aziende.

Colloqui di lavoro (4): a caccia di talenti o di manovali?
Quanto conta ciò che ho fatto nel mio tempo libero? L’eccellenza a scuola? Le mie idee, le mie passioni, i miei progetti? L’eccellenza rispetto alla mediocrità diffusa? Interessa qualcosa?

Colloqui di lavoro (5): client facing experience
Quando guardano il tuo curriculum, molti datori di lavoro si dimostrano preoccupati per la mancanza di determinati capacità ritenute essenziali, una di queste è l’esperienza con il cliente. Come se i clienti, alla fine, non fossero una forma come un’altra di esseri umani. Sto in mezzo alle persone da trent’anni, che altro serve? E se fossi uno che sta di fronte ai clienti da dieci anni, ma che non è capace di comunicare?

Gli intermediari (1): agenzie interinali o di reclutamento
Sto parlando con l’agente al telefono per discutere il mio curriculum, mi dice preoccupato: “Due mesi senza lavoro, dobbiamo spiegarli in qualche modo questi due mesi…!!”. Ho avuto un trasloco internazionale, ma a parte questo, che cosa devo spiegare, di grazia?! Bisogna per forza lavorare a ritmo continuo? Ci si potrá prendere una pausa ogni tanto?

Gli intermediari (2): quelli delle risorse umane
Molto spesso i responsabili delle risorse umane vivono staccati dalla realtà lavorativa dei dipendenti eppure prendono decisioni organizzative importanti. Non sanno quasi nulla delle persone a cui parlano, del lavoro che svolgono, dell’intreccio di relazioni umane e dell’organizzazione che si è creata spontaneamente, ma sanno che devono ottimizzare i processi interni dell’azienda.

Rituali aziendali (1): le offerte di cibo
Sul posto di lavoro esistono numerosi rituali. Uno di questi consiste nell’offrire da mangiare ai colleghi. A volte il rituale prende la forma di vere e proprie distribuzioni di cibo, con il generoso di turno che passa da una scrivania all’altra offrendo dolci (lo zucchero è una droga che tutti accettano volentieri). A volte ti vedi offrire quelle caramelline gelatinose a forma di orsacchiotto e piene di additivi che mangiavi quando andavi alle scuole medie.

Rituali aziendali (2): quando la generosità è inopportuna
Arriva un collega, mi porge una confezione di Togo (i noti biscotti allungati ricoperti di cioccolato). Lí per lí penso che ad un togo è difficile rinunciare, anche se non è proprio il momento, e accetto. È estate, il cioccolato mi si scioglie tra le dita, mi si attacca sui denti e mi rovina la digestione. Allora maledico il mio collega , il suo bisogno di essere accettato socialmente e la sua offerta generosa ma intrisa di un sottile sadismo; infatti mi verrebbe spontaneo divorare l’intero pacchetto, ma devo limitarmi a raccogliere educatamente un solo biscotto di circostanza, per non correre il rischio di fare la figura del maleducato.
La prossima che mi offre dei Togo, o rifiuto pensando: “Tieniti i tuoi biscotti, drogato!”, oppure li accetto e mi mangio la scatola intera.

Le riunioni

Sono numerose le riunioni in cui si assiste ai tentativi di prevaricazione e autoaffermazione, all’incapacità di ascolto, all’incompetenza, ai più indecenti sprechi di capitale umano che si siano mai visti (dieci persone intorno ad un tavolo a discutere di sciocchezze, concentrandosi sui più minuti dettagli).
Sono i momenti in cui la miseria umana emerge in tutta la sua indecenza.

Quelli che si offendono
C’è anche l’atteggiamento di chi, ritenendo che l’altro sbagli, rinuncia al proprio carico di responsabilità.

Lo squallore dei luoghi di lavoro
La maggior parte dei luoghi di lavoro è caratterizzata dall’assenza quasi totale di elementi creativi, come se fosse in atto una gara a renderli poveri e inespressivi.

Gli sprechi

L’azienda produce innumerevoli sprechi: di carta, di plastica, di energia, di capitale umano. In moltissimi casi i prodotti non sono di alcun beneficio per la società e nemmeno per chi vi lavora, ad esclusione di un manipolo di dirigenti, clienti e manager.

L’organizzazione gerarchica
Le strutture aziendali che reputo peggiori tra quelle in cui ho lavorato sono quelle in cui c’era un grande capo che alla fine voleva avere l’ultima decisione su tutto. L’inefficienza regnava sovrana e la bassa qualità dei prodotti finali era la prova che le cose migliori emergono dalla collaborazione, dall’interazione, dallo scambio.

Le sedute degli alcolisti anonimi
Alcune metodologie di mangement diffuse nel settore informatico prevedono che ci si riunisca in cerchio, stando in piedi, e ciascuno a turno dica quello che ha fatto ieri, quello che ha fatto oggi, e se ha incontrato problemi. Queste micro-riunioni assomigliano a delle sedute di alcolisti anonimi, e ricordano pericolosamente i giorni di scuola che avremmo voluto dimenticare per sempre, in cui c’erano gli insegnanti che ci dicevano che cosa fare senza possibilità di replica. E chi arriva in ritardo viene talvolta sottoposto a punizioni, in certi casi si arriva addirittura a pretendere dal malcapitato piegamenti sulle braccia. Sono le situazioni in cui la miseria umana appare in tutta la sua consistenza.
Si dice che non ci sono leader e che ci si deve autorganizzare, ma poi si è obbligati a recitare la parte delle scimmie ed accettare di conformarsi a schemi prevedibili e umilianti.

La divisione dei ruoli
La divisione in ruoli, artificiosa e controproducente, crea delle maschere che nascondono la ricchezza umana degli individui. Per lavorare devi specializzarti, incanalarti in un settore specifico, perdere la capacità di visione globale.
Accettando di essere incasellati in professioni e specialismi, facciamo un danno a noi stessi e alle organizzazione per cui lavoriamo.

Sistemi che si autoregolano
Abbiamo davvero bisogno delle gerarchie negli ambienti di lavoro? Abbiamo bisogno di datori di lavoro e lavoratori, di chi comanda e di chi obbedisce? Perché le regole non si fanno insieme? Perché non lasciare che si creino relazioni spontanee, connessioni che si autoregolano, piuttosto che relazioni artificiose imposte dall’alto?

“Non ci servi più / non sei efficiente”
Tempo fa, camminando lungo il corridoio dell’azienda per cui lavoravo, incrociai un collega con cui avevo ottimi rapporti, le lacrime che gli gocciolano copiose dagli occhi. Pensai che gli fosse morta una persona cara, domandai: “Che ti è successo?” “È l’ultimo giorno che lavoro qui, sono stato licenziato”. Senza alcun preavviso, appena prima delle vacanze di natale. Non erano contenti della qualità del suo lavoro, ma nessuno aveva sollevato il problema. Il suo indirizzo di posta venne disattivato prima ancora che potesse inviare un messaggio di saluto ai colleghi. Era una delle persone che più stimavo in quell’azienda.

Il ricatto
In che misura abbiamo la libertà di mettere il proprio capitale umano in circolo? Negli ambienti lavorativi, come a scuola e in università, siamo costantemente sotto ricatto, la nostra attività futura dipende dalle referenze del nostro manager, puoi essere licenziato, non fare carriera, ecc. Siamo indotti a modificare i nostri atteggiamenti e a conformarci. Non possiamo scommettere liberamente sulle nostre qualità, c’è qualcuno che avrà sul nostro futuro un peso talvolta sproporzionatamente più grande di quello che è dato a noi controllare.

Disoccupazione
Il liberismo e la mentalità della competizione impone un accentramento di lavoro su pochi individui e l’ottimizzazione dei profitti. Si dovrebbe piuttosto provvedere a lavorare tutti di meno, o per lo meno, dare la possibilità di scelta. Invece oggi i lavoratori convivono con il il terrore di essere licenziati.

Destino fantozziano
Ricordo un ragazzo che con me frequentava un corso di informatica. Al termine ci fu offerta un’opportunitá lavorativa che io rifiutai.
Ricordo la sua rassegnazione a svolgere una professione che non aveva scelto e ad accettare di lavorare in un posto che definire squallido era eufemismo. Era laureato in lettere ma gli avevano detto: “Ormai il tuo settore è l’informatica, e tu questo devi fare nella vita”. Aveva la schiena inarcata e una rassegnata espressione fantozziana.
Ero incerto se considerarlo vittima o artefice del proprio destino.

In periodo di crisi
In periodo di crisi, avere un posto fisso non è garanzia di nulla. Meglio allora diventare imprenditori di se stessi.

Investire su se stessi (1)
Quanti lavoratori oggi sono liberi di scegliere l’azienda per cui lavorare, i progetti in cui essere coinvolti, la professione della loro vita? Per quanti il lavoro non è un’insopportabile vendita del proprio tempo?

Investire su se stessi (2)
Vai in certe aziende e tutti quanti si lamentano, in concerto. Davvero costoro non hanno alternative?
Un mio amico imprenditore mi assicura che trovare persone competenti in cerca di lavoro è complicato. Senza dubbio ci sono molte persone che non fanno nulla per costruirsi un futuro puntando sulle proprie qualità, sulle proprie idee e sui propri sogni.

Investire su se stessi (3)
Le direttive sono indiscutibili, anche quando verrebbe da ribellarsi di fronte all’assurdità, all’inutilità, alla stupidità di certe convenzioni. Forse sarebbe ora che cominciassimo davvero a prenderci la libertà di farlo, piuttosto che lamentarci. Significa che è ora di mettere in campo la nostra capacità d’innovazione, le nostre competenze, i nostri talenti, le nostre qualità umane. Uscendo dalle aziende per intraprendere attività in proprio.
“A ciascuno la sua logica, a ciascuno la sua impresa”. (ii)

Lavorare di meno, o lavorare meglio?
Silvano Agosti sostiene che dovremmo tutti lavorare al massimo tre ore al giorno, ma se il lavoro non fosse schiavitù, non avremmo bisogno di negoziare tre ore piuttosto che otto o dodici. Si tratta di scegliere, e quindi amare, il proprio lavoro. Nell’era dell’informatica, questo è possibile. Mettere in campo i propri talenti e andare a caccia di competenze, relazioni, progetti è sempre più fattibile, ovviamente occorre assumersene il rischio.

Verso nuovi modelli (1)
Abbiamo disperatamente bisogno di creare spazi di vita che sostituiscano gli ambienti di lavoro. Dobbiamo diventare imprenditori di noi stessi e smettere di negoziare la quantità di sottomissione che siamo disposti a sopportare.

Verso nuovi modelli (2): Ecolcity
Ecolcity (www.ecolcity.it) è un interessantissimo progetto che punta alla creazione di comunitá autonome che siano in grado di affrontare la crisi allontanandosi dalle cittá, non solo geograficamente. Spiega Roberto Franzé, ideatore del progetto: “Cambiare il sistema, aumentando la coscienza dell’individuo per liberarlo dalla schiavitù di un lavoro alienante, è uno degli obiettivi del progetto di Ecolcity. Preparasi ad uscire dalle città è il primo passo, perché le città sono come le aziende, più sono grandi e più le dinamiche disgregative diventano controllabili da chi vuole soggiogare l’uomo”.

La scuola, l’educazione
I cambiamenti nel mondo del lavoro dovranno anche essere accompagnati da una rivoluzione dell’educazione. Scuole e universitá dovranno sempre piú diventare sinonimi di conoscenza condivisa piuttosto che luoghi di educazione al pensiero conforme.

Segare le sbarre
Ci troviamo a vivere in un mondo in rapida evoluzione in cui finalmente esistono le condizioni affinchè ciascuno possa mettere in campo il proprio potenziale e dare un contributo attivo. È responsabilitá personale di ciascuno darsi da fare fin da subito e ribellarsi ad ogni forma di costrizione cosí come ad ogni forma di vittimismo.

1 – Schiavi moderni è anche il titolo di un libro pubblicato da Beppe Grillo in cui sono raccolti i contributi di moltissimi giovani precari che raccontano le loro esperienze lavorative. Il libro è scaricabile gratuitamente online all’indirizzo: http://grillorama.beppegrillo.it/schiavimoderni/

2 – Citazione di una nota frase di Armando Verdiglione

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