Contributi

Dalla cultura classica, il coraggio come virtù per il cambiamento

di Giulio Scaccia 17 marzo 2018

L’incertezza diffusa, il quadro di frammentarietà, la mancanza punti di riferimento, produce una significativa riduzione degli investimenti affettivi e progettuali, sia verso se stessi, sia verso il mondo circostante.
Come possiamo trovare una direzione e una forza per realizzare il nostro sé? Come possiamo dare una direzione costruttiva al proprio vivere?
Si può fronteggiare l’incertezza scoprendo le proprie qualità, puntando su di esse e osservandole all’opera. Ma per farlo occorre mettersi alla prova, osare, valicare, oso dire, l’ignoto.
L’esplorazione di mondi possibili e di alternative è l’opportunità e l’occasione per generare altro significato e nuove comprensioni.

Per tutto questo è necessario impegno, sfida ed il confronto con le proprie ansie e paure. Vi sono cambiamenti ed apprendimenti che richiedono sforzo, che richiedono l’impegno nell’affrontare forme di disagio, poiché nel cambiare vi è un futuro possibile che è nato dal riconoscere prima di tutto un limite da superare. Per cambiare bisogna non indulgere troppo con se stessi e non accettare supinamente difficoltà e difetti ma sforzarsi di fare la cosa più giusta e più difficile.
Andando a scandagliare e riscoprire i classici, nella ricerca di un “progetto” di sviluppo, ci imbattiamo nel pensiero aristotelico. Aristotele ci parla di Télos, Eudaimonia e Areté.

Télos si traduce con “fine”, “obiettivo”, scopo”. In sintesi, per comprendere il télos occorre porsi una domanda: a cosa serve questo? Si può applicare ad un oggetto, ma anche e soprattutto, nella nostra riflessione, all’essere umano. Qui si apre un varco importante a cui ognuno può tentare di dare una risposta: quale è lo scopo, il fine ultimo. Potremmo dire in senso ampio quale è il senso dell’esistenza? In termini più pratici, dove voglio arrivare, quale è la direzione e la meta che voglio raggiungere?

Eudaimonia è la via migliore a perfezionarsi per raggiungere il télos. Per diventare un individuo migliore, occorre sacrificio e duro lavoro. Potremmo anche definire l’Eudaimonia come l’insieme delle strategie cognitive e comportamentali che l’individuo mette in atto per raggiungere i suoi obiettivi.
Aretè è la virtù: per i greci indicava una forza d’animo, un vigore morale e fisico: indica quelle qualità il cui possesso consente all’individuo di raggiungere l’eudaimonia e la cui assenza è destinata a vanificare il suo movimento verso il télos.

Areté è un termine che appartiene alla stessa famiglia del verbo aretào, che vuol dire “prosperare”. Possedere l’aretè ha il valore del mettere a frutto i propri talenti o predisposizioni. Vista in questa ottica, l’areté denota un possesso, ma è soprattutto il risultato di un esercizio: esige applicazione, necessaria alla valorizzazione. Aretè ha la medesima radice del latino ars, che indica l’abilità nel costruire, nel fabbricare. L’aretè è quindi da intendersi come una pratica efficace che porta a dei risultati, ed è quindi degna di merito.
Inoltre, il termine stesso “virtù”, deriva dal latino virtus, che significa forza. Le virtù quindi, nella lettura che stiamo dando, sono quei tratti che consentono alla persona di “funzionare” al meglio e dispiegare le sue potenzialità: la capacità di un uomo di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale ed anche distintiva.
Le virtù, ed il coraggio in particolare, hanno avuto un ruolo centrale nel pensiero e nell’epica dell’età classica dei Greci. Pensiamo all’Iliade, all’Odissea, facciamo riferimento al Lachete di Platone o agli Spartani alle Termopili narrati dallo storico Erodoto.

Parliamo di coraggio e dell’incontro anche con i nostri limiti. E di conseguenza di paura. Ma nell’affrontare la paura possiamo anche conoscere meglio parti di noi stessi. E il coraggio può controbilanciare la paura.
Il coraggio è inteso come la capacità di eccellere nella lotta con i limiti, non nella loro rimozione. Limiti che non sono solo quelli prodotti dalle condizioni esterne, ma sono anche quelli che appartengono alla propria soggettività e alla propria identità. In questa virtù è dunque implicita una capacità di riconoscere una misura che può essere scoperta solo attraverso la consapevolezza di ciò che potrebbe generare dolore e lo genera: il limite.
Qualsiasi forma di espansione deve fare i conti con il rischio del fallimento, ed il fallimento può essere una dura minaccia per l’autostima. Il nostro inconscio ci protegge, tende all’autoregolazione, perché andare oltre i limiti, presuppone un rischio. Non c’è crescita, sviluppo, senza rischio. Non c’è cambiamento se siamo troppo indulgenti con noi stessi.
Il coraggio può darci una grande mano a sconfiggere le difese tese a proteggerci.
Se pensiamo al coraggio non come all’assenza di paura, bensì come l’abilità di compiere le azioni necessarie di fronte alla paura stessa, quest’ultima diventa un avversario da affrontare e sconfiggere anziché da eludere.
Nell’affrontare però il limite, non dobbiamo dimenticare i destini comuni. Per sviluppare e realizzare la libertà personale è necessario fare comunità, crescere insieme: raggiungiamo l’altro solo nel rispetto e nella sua libertà.
Il coraggio è quindi una virtù morale e sociale e non va confuso con la temerarietà e l’avventatezza. Serve coraggio per cercare la verità resistendo ai luoghi comuni, ai pregiudizi ed al pensiero dominante. Occorre coraggio per analizzare i pericoli che ci circondano. Occorre coraggio per ricercare il bello e il positivo nelle persone intorno a noi. Dobbiamo fare appello al coraggio per non essere schiavi del presente e per concepire e perseguire un progetto.

Alcune qualità, nel caso di specie il coraggio, sono un tema dei lavori di aula. Il coraggio, come tutte le virtù, si acquisisce e si perfeziona mediante l’esercizio e la sperimentazione. In una attività di formazione o in un colloquio di coaching, possiamo “allenare” l’altro al coraggio e per chi è parte di questo processo, questa è, a sua volta, una sfida importante.

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