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Formazione ed umanesimo, ovvero un progetto per la centralità della persona

di Giulio Scaccia 10 luglio 2018

Oggi siamo di fronte ad una evoluzione continua degli scenari, una molteplicità di interlocutori e di informazioni e con una complessità ed una incongruenza difficile da gestire: queste ed altre caratteristiche definiscono oggi l’attuale contesto in cui le organizzazioni, a vari livelli, si trovano a confrontarsi. E non solo le organizzazioni: anche e soprattutto le persone debbono fare i conti con una realtà mutevole ed articolata, in cui si registra da una parte la carenza di confini stabili e riconosciuti, dall’altra un aumento delle barriere e degli ostacoli.

In questo scenario, gli operatori della formazione, sono spesso alla ricerca continua di novità ed alternative.

Non è forse il caso di ragionare su quello che è il punto di partenza? Non stiamo forse perdendo il fine ultimo delle nostre attività, del nostro impegno, dei nostri studi? Quali sono i principi guida? Esiste, al di là della novità a tutti i costi, una strategia complessiva di più ampio respiro?

Quello che serve è un progetto, un percorso, che riesca a porre l’essere umano come valore fondante e che promuova una strada di sviluppo antitetica alla omologazione culturale e comportamentale, al livellamento in atto delle aspettative ed allo svuotamento dei principi morali e sociali.

Occorre recuperare, parafrasando Max Weber, un agire dotato di senso. Occorre recuperare e rispondere a nuovi e vecchi bisogni, leve della motivazione e del benessere.

Quello che serve è un nuovo Umanesimo che, in una realtà sempre più complessa, ponga la persona come valore centrale.

La metafora che viene subito alla mente è quella dell’uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci, centro e misura del mondo; gli uomini del Rinascimento esploravano la realtà nelle sue diverse espressioni, ponendo sempre l’uomo al centro delle loro riflessioni. Ed è in questa direzione che bisogna operare.

In un tale progetto, è fondamentale per l’essere umano la sua realizzazione: esso è centro e motore dello sviluppo sociale e culturale e la sua ricerca e la sua opera debbono caratterizzarsi per il fervore intellettuale e, non esito a dirlo, per certi versi spirituale.

Il percorso da pensare e praticare permette, con strumenti quanto più possibile di scelta autonoma da parte di ognuno, di rendere l’uomo un soggetto libero e pensante: è lui il  protagonista responsabile delle sue scelte, lavora su stesso e con gli altri, ed è teso ad una ricerca di perfezionamento.

Tutto questo deve anche dipanarsi e concretizzarsi in una significativa dinamica di rispetto e reciprocità nella relazione: nel momento in cui anteponiamo alle nostre esigenze l’attenzione all’altro, alla sua specificità ed unicità e cerchiamo di comprendere il suo modello del mondo, realizziamo un’apertura importante che può essere fonte di arricchimento reciproco. E’ l’altro e l’apertura ad esso, nella sue diverse dimensioni, una delle chiavi di volta del processo di centratura sulla persona. E’ l’altro che forse ha delle risposte.

In una dinamica sociale e culturale complessa ed a tratti convulsa, caratterizzata da forze centrifughe è l’uomo, con i suoi bisogni, desideri e capacità, l’Alfa e l’Omega, lo Zenit ed il Nadir, il destinatario ultimo della ricerca e di qualsiasi attività culturale, sociale e, sicuramente, formativa.

E’ lui il fautore ultimo di qualsiasi cambiamento.

Ed in questa prospettiva sorge spontanea una domanda: cosa deve fare il formatore? Io risponderei con un’altra domanda: cosa deve essere il formatore.

Innanzitutto un professionista che si caratterizza per il rigore della ricerca culturale e per l’integrità personale. Deve essere esempio di responsabilità e coerenza. Primo sostenitore e fautore di questa prospettiva umanistica, deve essere capace di allargare gli orizzonti dei propri discenti, sostenere ed incentivare la riflessione, creare committment, facilitare la presa di consapevolezza relativa al ruolo ed alla potenzialità di ognuno, diffondere nuovi valori e rinforzare quelli già esistenti, mediare e coniugare obiettivi delle persone e delle organizzazioni.

Il formatore deve così puntare su linguaggi diretti e/o metaforici nonché sul coinvolgimento sensoriale, emozionale, logico e cognitivo dei destinatari dell’azione formativa. Non servono showmen o erogatori di contenuti: servono figure professionali capaci di fare collegamenti interculturali, esempi e raccontare metafore; formatori capaci di aprire finestre esperienziali ed interculturali al momento giusto, per poi richiuderle, sempre al momento giusto. Formatori capaci di “danzare” e “tessere la tela”, una tela fine e su misura, pensata e realizzata con intelligenza e leggerezza.

E’ possibile quadrare il cerchio del benessere individuale e sociale ed insieme coniugare le aspettative, i bisogni ed i talenti di ognuno con le richieste provenienti dalle organizzazioni e dalla realtà circostante? La sfida è importante e ricca di elementi motivanti. Sta a noi fare in modo che prenda forma e cominci a realizzarsi.

 

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