Contributi

Romanzi per statisti. Ovvero: Della classe politica italiana e colombiana

di Francesco Varanini 24 luglio 2018

Ricordo che qualche giorno dopo il giuramento del nuovo governo italiano, commentando le prime azioni insieme ad un amico manager, mi sono trovato a dire: ‘Sono inesperti’. E poi mi sono allargato dicendo: ‘Sono ignoranti’. Facevo riferimento al nuovo Presidente del Consiglio e ai due Vicepresidenti. Ma più in generale al nuovo governo e implicitamente ad una intera classe politica, chiamata a governare il paese, a guidare enti e istituzioni, a intrattenere relazioni internazionali.
Il mio amico manager ha avuto buon gioco a contrapporre al mio giudizio -non infondato ma forse, lo riconosco, frettoloso- una più meditata riflessione. Non ho fatto fatica ad accettarla: perché in realtà la condivido. Dobbiamo accettare il nuovo, dobbiamo credere nella freschezza di una nuova classe dirigente, dobbiamo avere fiducia nei giovani. I nostri giudizi sono forse pregiudizi. Il nostro raziocinio è velato dall’abitudine e anche dalle nostre posizioni ideologiche. E poi abbiamo ancora ben presenti in mente le critiche che si meritava classe dirigente che ha governato fino a ieri. Ben venga una rottura dell’élite, ben venga un ricambio.
Oltretutto -sono portato ad aggiungere- l’esperienza diretta di chi, come me ed il mio amico, ha coperto ruoli di manager, spinge a ricordare come sia difficile porre in atto cambiamenti nelle aziende e nelle grandi organizzazioni. Essendo comunque i cambiamenti vitali, necessari, è opportuno contentarsi di cambiamenti parziali, imperfetti, lontani dalla purezza di quanto avevamo inzialmente progettato. E’ opportuno dunque accettare come virtuosi cambiamenti anche, di fatto in buona misura lontani da quanto abbiamo immaginato e desiderato, lontani da quanto ci pareva augurabile.
Perché allora non considerare virtuosi il cambiamenti nella classe politica del nostro paese. Alla fin fine, è disprezzabile la posizione di chi si limita a dire ‘no’, e costruisce consenso politico all’insegna del ‘no’, sabotando ciò che chi esercita la difficile arte del governo riesce a fare, prendendo per questo a giustificazione l’evidente imperfezioni di ogni azione. Accettiamo dunque la nuova classe politica. Concediamo fiducia. Diamo tempo a noi stessi per scoprirne le virtù, che almeno in qualche misura esisteranno. Diamo tempo a loro, ai nuovi governanti, per fare qualcosa. Almeno qualcosa di nuovo e di buono faranno.

Considero necessario questo realismo politico; considero doverosa questa fiducia del nuovo. Eppure continua a ronzarmi in testa il pensiero: ‘sono ignoranti, sono inesperti’. Scusatemi se ora, nel raccontare il perché, parto un po’ da lontano.
Da quando nei lontani Anni Settanta vissi e lavorai per qualche anno in America Latina, sono rimasto legato a quel mondo. Credo di essere sempre riuscito a tenermi lontano da ogni indulgenza nei confronti dei Paradisi tropicali, lontano dal considerare l’America Latina terra felice, luogo di sogno e di liberazione. Anche politica: mi oppongo fieramente, per quanto posso, ai miei concittadini europei, e soprattutto direi italiani, che ancora oggi, dopo quasi settanta anni di dittatura, trovano giustificazioni al regime cubano. E oggi anche alla dittatura venezuelana. Credo che questo atteggiamento critico appaia chiaro agli occhi di chi legga il mio Viaggio letterario in America Latina. Ho ben presenti le enormi contraddizioni che albergano nell’America Latina.
Ma resta per me il fatto che osservando ciò che accade in America Latina, comprendo meglio, per differenza, cosa accade dalle nostre parti.
Voglio essere più preciso: il mio interessarmi alle vicende politiche ispanoamericane, è una modesta risposta alla nausea che le vicende della politica nostrana mi provocano.

Così potrei raccontarvi del Frente Amplio uruguayano; dell’avvento, tutto giocato sull’idea del cambiamento, della classe politica neoliberista di Mauricio Macri Argentina; dello stanco sopravvivere di Evo Morales in Bolivia; del cinico ma efficace voltafaccia di Lenín Moreno in Ecuador; del recentissimo trionfo di AMLO, Andrés Manuel López Obrador, in Messico. Potrei dirvi dei maneggi delle lobby ispanoamericane di Miami, e del dramma che sta vivendo il Venezuela. Potrei dirvi della replica del dramma venezuelano in Nicaragua. Potrei parlarvi del Proceso de Paz con le FARC in Colombia.
Ma vi parlerò solo delle elezioni presidenziali in Colombia, elezioni che hanno avuto luogo negli stessi giorni in cui qui da noi si formava faticosamente il nuovo governo.

Cinque candidati alla Presidenza della Repubblica. Li elenco in ordine alfabetico: Iván Duque, Humberto de La Calle, Sergio Fajardo, Germán Vargas Llera, Gustavo Petro. Molto diversi tra di loro: esponenti di antiche oligarchie, ex guerriglieri, ex sindaci di grandi città, giuristi e matematici, già funzionari di organismi internazionali. Ma tutti dignitosi e preparati
Il più grave difetto che vedo in questi candidati è che sono tutti maschi. Le donne, quattro, appaiono solo come candidate alla vicepresidenza. Claudia López Hernández, Clara López, Marta Lucía Ramírez, Ángela María Robledo. Anche in questo caso, persone diversissime tra di loro, avvocatesse, manager, economiste, politologhe, ex sindache, ex ministri, appartenenti alla comunità LGBT… Ma tutte persone di qualità, dotate di esperienza. Persone non inesperte e non ignoranti.

Mi è capitato di arrivare a fantasticare: ce ne regalassero uno a caso. Abbiamo apprezzato nel calcio colombiani come Tino Asprilla, ed oggi Cuadrado. Potremmo forse chiamare oggi qualcuno a giocare da noi nell’agone politico? Magari potremmo ingaggiare come capo dell’opposizione Sergio Fajardo – nelle elezioni colombiane escluso dal ballottaggio finale per 250.000 voti. O la candidata vicepresidente che l’accompagnava, Claudia López Hernández.
Ma non c’è motivo di mostrare preferenze. Né Conte né Salvini né Di Maio si avvicinano neanche lontanamente alla preparazione e alla statura di statista di uno qualsiasi dei candidati colombiani alla presidenza e alla vicepresidenza.

Mi è tornato in mente tutto questo, quando qualche giorno fa mi sono trovato a guardare su YouTube il Jaime Bayly Show del 12 luglio 2018.

Jaime Bayly intervista Iván Duque, il vincitore delle elezioni. Non nasconderò le speciali circostanze dell’intervista. Bayly, peruviano residente a Miami, giornalista, romanziere, uomo di spettacolo, non nasconde la sua collocazione politica di destra. Un anno fa, intervistando Iván Duque, allora improbabile candidato alle primarie, aveva vaticinato il suo successo. E’ quindi una intervista di parte, celebrativa. Ma Bayly è anche un fine intellettuale, colto e acuto.
Ivan Duque, brillante quarantenne, nell’esordio dell’intervista risponde appunto alle critiche riguardanti la sua inesperienza. Risponde citando i casi di altri quarantenni. Non si sbilancia, giusta cautela, tanto da proporre esempi italiani. Si limita a citare Trudeau e Macron.
Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare di qualcosa che a un qualche sguardo potrebbe sembrare lontano dalla politica. Voglio parlare di cultura generale. Voglio parlare di formazione personale. Bayly pone domande e offre il contesto per parlare di questo.
Duque cita Siddhartha letto da ragazzo: niente di particolarmente originale. Cita Vargas Llosa e García Márquez, e in genere i romanzi ispanoamericani: mostra una approfondita conoscenza, ma anche questo possiamo aspettarcelo.
Poi però allarga il discorso. Cita Karl Popper e sopratutto Isaiah Berlin come maestri di cultura liberale. Cita Autodafé di Canetti come romanzo della sua personale formazione.

Si possono nutrire dubbi nei confronti di Iván Duque. Io non avrei nemmeno votato per lui. Duque vanta esperienze professionali importanti, ma non ha nessuna esperienze di governo. E allo stesso tempo non è poi così nuovo. Non c’è in effetti rottura di élite, suo padre è stato ministro e governatore di una importante regione. E sopratutto Iván Duque è candidato del partito dell’ex Presidente Álvaro Uribe, amatissimo da Jaime Bayly, ma non esente da pecche, appannato da oscure connessioni, attualmente in attesa di giudizio presso i tribunali colombiani.
Devo anche ammettere che non mancano i casi -in America Latina e certo anche altrove- di pessimi presidenti ed anche di dittatori dottissimi ed amanti di buone letture.

Eppure io, nell’accettare il nuovo, il diverso da me, come è per posizione politica Duque, tendo a fidarmi di qualcuno che si è formato sulle pagine di Berlin, e sulle pagine di Canetti.

Forse, lo so, proietto sugli altri l’importanza che attribuisco alla letteratura e alla filosofia. Forse sono vittima della mia età, della mia generazione e dei miei pregiudizi.
Eppure attribuisco un valore alla competenza -non una competenza specifica e specializzata- ma una competenza nel pensare, nel fare connessioni, nell’apprendere dagli errori, nel dubitare e nel cercare la saggezza. E credo che questa competenza, o metacompetenza, sia alimentata dalle buone letture. Continuo a pensare che le buone letture formano alla comprensione e alla capacità di affrontare quei problemi complessi ai quali i governanti si trovano inevitabilmente a dover far fronte.
Continuo a vedere una differenza tra la lettura delle pagine di Canetti e di Isaiah Berlin e la frequentazione di Twitter o Facebook, o di salotti televisivi dove si premiano la rapida superficialità e l’insulto e lo sbeffeggiamento dell’avversario.
Credo in tutto questo anche anche nel tempo in cui trionfa la Grande Incompetenza, da molti rivendicata come costruttiva alternativa ai vecchi assetti di potere. Il Grande Incompetente per antonomasia, Donald Trump, legittima i Grandi Incompetenti di ogni luogo del pianeta. Legittima anche la forse nuova classe politica italiana. Credo che l’ignoranza non sia una virtù.
Resto dunque con questa domanda: cosa hanno letto Salvini e Di Maio. Su quali libri si sono formati. Quali romanzi hanno insegnato loro a vivere, e a fare politica.

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