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Divani da surf – la mia prima esperienza in Couchsurfing

di Marco Bruschi 10 Agosto 2013

Domani parto per Manchester. Dormirò due notti in casa di una totale sconosciuta. Le ho parlato su skype. È greca e ha detto di essere un’ultrà. Porta il Panathinaikos, una squadra greca, e per evitare qualsiasi disguido le ho detto che è un’incredibile coincidenza: il Panathinaikos è la mia squadra estera preferita! Mica vero. Domani vado a Manchester e dormirò due notti in casa di una totale sconosciuta perché un mese fa mi sono iscritto a questo sito internet; si chiama Couchsurfing . Letteralmente si può tradurre come surfare tra i divani. Entri nel sito, ti fai un profilo adeguato e poi ti metti in contatto con la gente. Puoi ospitare persone o puoi chiedere di essere ospitato. Domani a Manchester ci sarà un ritrovo di Couchsurfers e io ho spuntato la partecipazione. “Maybe attending”, forse partecipo. Non credevo di poterci andare sul serio perché forse c’era il lavoro di mezzo e sicuramente ci sarebbe stata fra le gambe una relazione da consegnare all’università in tempi stretti. Poi questa ultrà greca, Monike, mi ha mandato una mail: do u wanna stay to mine? Vuoi stare da me? E io ho comprato il biglietto del treno senza pensarci troppo.

(originariamente pubblicato, nel 2010, sulla rivista Persone & Conoscenze)

Mi fidavo
C’è un ragazzo qui, anche lui Erasmus, che è di Roma. Dice che un suo amico chiama questo sito: prostituzione legalizzata. Questo mio amico di Roma abita in centro pieno a quanto pare, e ogni giorno, durante la bella stagione, riceveva tre o quattro richieste di persone che volevano dormire una notte o due in casa sua. Il principio è semplice: dormi gratis e in più conosci qualcuno che vive in quella città e che ti può consigliare i posti giusti dove andare oppure, se ha tempo, ti fa da guida. Lo spirito del sito è partire alla deriva, visitare posti nuovi e conoscere belle persone. Questo mio amico non era proprio totalmente d’accordo.
Lui le coppie, uomo e donna, le scardava a prescindere. Stessa cosa per i maschi, da soli o con amici. Andava dritto al punto: le donne. Vagliava tutte le loro mail, guardava per bene le foto e poi rispondeva a quelle più carine. Si era dovuto creare un foglio excel per organizzarsi e a volte si sbagliava e gli capitavano in casa due o tre americane assieme a una coppia di tedesche. Dalla sua camera aveva tolto tutto. C’era solo la scrivania e “una materassata sul pavimento”, parole sue. Cinque materassi stesi qua e là, in cui dormivano gli ospiti e, a turno, un suo amico, che per l’occasione fingeva di essere il suo compagno di stanza, perché non è che si è scemi e ci si fa scappare un’occasione del genere. Una tattica collaudata e molto funzionale a quanto pare. Se non altro, c’è da ammirare l’inventiva. E non è il solo. “Una volta”, mi ha detto, “ho incontrato in discoteca uno che faceva la mia stessa identica cosa. Quella sera ospitava due spagnole.”
Gli altri intorno ridevano e uno che non conosceva il sito gli ha chiesto: ma com’è che funziona? Ospiti persone così che non conosci?
La risposta è sì. “È tutto basato sulla fiducia. A volte io dovevo andare all’università e ho lasciato le ragazze in casa, perché dovevano farsi ancora la doccia. Ho lasciato il portatile e tutto quanto. Alla fine, le avevo conosciute, mi fidavo.”

Da Andy
Monike, la mia ospite, era come me l’ero immaginata. Forgiata dai cori da stadio aveva da subito dichiarato che il calcio era la sua vita e che il suo programma per la domenica era quello di vedere una sorta di super derby fra squadre greche o che so io. Io e Dave ci eravamo detti d’accordo. Dave era di York e avremmo diviso assieme la stessa stanza per le successive due notti. Lui su un divano scomodissimo e io su un materasso steso per terra. Il divano l’aveva scelto lui. Anche Dave era a Manchester per questo ritrovo di Couchsurfers. Era più grande di me, sui trenta, balbettava un pochino e aveva la faccia che sembrava dire: sono un tozzo di pane. Aveva girato mezza Europa dormendo su decine di divani. Di solito viaggiava da solo e conosceva le persone sul posto. Lo ammirai per questo.
La casa di Monike mi piaceva; sicuramente più del mio alloggio studentesco. Due stanze, due bagni e un soggiorno/sala da pranzo/cucina. Io e Dave dormimmo lì. Fu una fortuna che l’altra coinquilina, anche lei greca, se n’era andata dieci giorni a casa, altrimenti ci sarebbero stati un po’ di problemi. “Si arrabbia sempre quando porto persone a casa.”, ci spiegò Monike, “Pensare che non le dico nemmeno che li ho conosciuti su internet, sennò mi ammazza. Ma per forza, lei non è una Couchsurfer; non può capire.”
Quando arrivammo nel pub c’erano già tutti. Eravamo una cinquantina, tutti Couchsurfers arrivati per l’evento, e ognuno aveva un adesivo con su scritto il nome e la nazionalità. Questo mi ricordò i primi Erasmus-party, quando tutti mi chiedevano da che parte dell’Italia venissi e io rispondevo Toscana, vicino Pisa.
La prima parte della serata fu abbastanza tranquilla. Si bevve qualche birra e giocai a biliardino in squadra con un tedesco che si chiamava Florence. Conobbi anche Hitoshi, che era un professore universitario di Sheffield e veniva dal Giappone. Finì che si mise a parlare di ragazze, in special modo delle sue studentesse, e dopo un po’ la cosa mi fece strano.
Poi si andò a ballare. Questa discoteca aveva due piani e di sopra c’era una silent-zone. Una zona silenziosa. Se pagavi un po’ di più ti venivano fornite delle cuffie senza fili in cui sentivi la musica direttamente nelle orecchie. Non salii perché costava troppo, ma sarebbe stato interessante vedere un branco di persone che si dimenava nel silenzio.
Nel club tutti bevvero un po’ troppo. C’era questa biondina che alla fine non si reggeva letteralmente in piedi e un certo Andy che era drogato perso; si vedeva a occhio. La mia ospite mi disse che lui era il peggior Couchsurfer di questo mondo perché si scordava le cose, perdeva i suoi ospiti, viveva nello sporco, era sempre devastato. Però per qualche strana ragione tutti gli lasciavano un commento positivo e la gente continuava ad andare da lui, credendo di essere in buone mani. Se cercavi un divano a Manchester il suo nome era quello che saltava fuori per primo.
Sul sito, dopo essere stato ospitato, o aver diviso la stanza con qualcuno che viene ospitato assieme a te, puoi lasciare un commento; un feedback. È così che le cose funzionano nel tempo: si basa tutto sulla fiducia e lo scambio di pareri reciproci. L’unica cosa è che si deve stare attenti a essere sempre sinceri, altrimenti si rischia di mandare qualcuno alla deriva. O da Andy.

Non avevo mai dormito così bene
Verso le due Monike mi dice che lei va a casa che è stanca. Anche Dave aveva deciso di andare. Io dico ok, vengo con voi, ma lei mi disse che c’era ancora un bel gruppo di gente che rimaneva, comprese le sue migliori amiche. “Se vuoi rimanere fai pure, questo è il Couchsurfing. Non voglio che i miei ospiti dipendano da me. Basta che suoni il campanello e ti apro.”
Rimasi. Andò a finire che una delle sue migliori amiche si ubriacò come una spugna, mentre con l’altra scambiai una bella chiacchierata e si fumò qualche cicca. Mentre ero fuori dal club con lei ci avvicinò un inglese con un accento incomprensibile. Già l’accento del nord è più duro da capire, poi questo era totalmente sbronzo. Domenica c’è Manchester United – Liverpool: tu per chi tifi? Gli disse che tifavo per lo United; naturalmente.
Poi verso le tre di notte si andò da questo Steve. Ora, Steve era uno degli organizzatori del meeting dei Couchsurfers e ci disse di seguirlo a casa sua perché c’era un party e roba da fare. Non era in una condizione ottimale nemmeno lui, ma seguimmo comunque il consiglio. Steve viveva in questa grossa casa, ma mi sa che si era fatto un po’ prendere la mano dalla cosa, perché stava ospitando più di una dozzina di persone contemporaneamente. Non solo i divani, ma anche il pavimento era occupato, e a quanto pareva qualcuno sarebbe dovuto andare a dormire in cantina.
Quando tornai a casa suonai il campanello e mi fu aperta la porta. Per terra, nel salotto c’era steso il mio materasso. Non vedevo l’ora di sdraiarmici. Era comodo. Aveva iniziato a piovere e quella stanza era fottutamente rumorosa e illuminata. Al posto di un muro c’era una vetrata che dava sulla strada – e sui lampioni. Mi sembrava di stare in un acquario. L’orologio a muro faceva TIC TOC. Dave, sul divano, russava. Pensai che non sarei mai riuscito ad appisolarmi. Poi chiusi gli occhi ed era già mattina, con Monike che ci svegliava con un calcio: “Come on guys!”
Non avevo mai dormito così bene.

Autostop, buffet e sette ore di prigione

Arrivò anche Macarena. Macarena era una spagnola che viveva e lavorava in Inghilterra da svariati anni. Era sulla quarantina e anche lei era una Couchsurfer che voleva visitare Manchester per un paio di giorni e si sarebbe fatta ospitare da Monike. Non voleva farsi chiamare con il suo nome intero per via della canzone, che ogni volta che si presentava tutti le dicevano “hey, Macarena!”. Disse di chiamarla Maca e noi concordammo.
Ci fu offerta la colazione. Monike alla fine dovette fare il caffè perché in tre non eravamo riusciti a capire come si facesse a prepararlo alla greca. Ci disse che eravamo proprio degli imbecilli.
Quel giorno era dedicato alla visita della città: avremmo camminato per ore, divisi in gruppetti, ognuno dei quali guidato da uno degli organizzatori del meeting. Pioveva, ma ormai ci ero abituato al tempo inglese e non mi diedi troppa pena. Ci dividemmo in gruppi e nel mio capitò una coppia di amici, un ragazzo e una ragazza, che venivano da Cambridge; anche loro erano in Erasmus. Avevano fatto l’autostop fino a Nottingham e poi avevano preso un treno. Lei era tedesca, si chiamava Lilly, aveva due occhi che erano due cieli e io ero già innamorato perso.
Manchester mi piacque. La sera prima non avevo visto quasi niente ma adesso mi si rivelò piano piano. Peccato per la pioggia, ma mi dissero che qui il tempo nuvolo è la norma. Come in tutta l’isola in effetti. Quella città aveva un che di affascinante. Non c’è niente di veramente turistico da vedere, come un Big Ben o il Minister, l’incredibile cattedrale che c’è a York. C’è la città, semplicemente. Con edifici moderni e colossali, ma anche con angoli sporchi. Ponti di mattoni rossi scrostati e graffiti. È uno sporco in un certo qual modo poetico, che ti fa venire in mente qualcosa. È bello.
Si andò alla biblioteca centrale, poi lungo il canale, dove c’è il gay village, si fece un passo a chinatown e altro ancora. Strinsi amicizia con quelli del mio gruppo e i due amici di Cambridge mi invitarono a passare uno o due giorni da loro. Ci andrò presto.
Parlando venne fuori la storia di due povere giapponesi che avevano traslocato in fretta e furia in un ostello perché stavano da Andy e a quanto pareva nel mezzo della notte, completamente ubriaco, gli era saltato nel letto urlando a squarciagola.
Devi mettere sempre in conto che vai da sconosciuti, alla fine. Sono imprevisti che possono capitare anche se il sito usa questo sistema delle referenze e anche un altro, con cui, se paghi, ti vieni verificato l’indirizzo e acquisti molta più credibilità. Però in generale le cose funzionano. C’è una mia amica che sembra la più candida delle creature e quando è arrivata in Inghilterra ha passato una settimana e mezzo in casa di un ragazzo, mentre cercava una sistemazione. È andato tutto benissimo e in più si è salvata quasi un mese di affitto.
A metà pomeriggio ci siamo separati perché alcuni non volevano mangiare e altri stavano letteralmente morendo di fame. Ormai ero un esperto, sapevo che autobus prendere e dove scendere per arrivare da Monike. Lei andò a casa con altri amici e ci lasciammo con la promessa di rivederci verso le sei. Mi ritrovai con la coppia di amici dell’autostop, con il tedesco che si chiamava Firenze e con una svedese di origine algerine. Avevamo tutti molta fame e decidemmo di dirigerci a chinatown attratti da una promettente visione di succose noodles. Finimmo in un buffet in cui il cibo non era dei migliori, ma non ce ne importò poi molto. Si mangiò come forsennati comunque.
Parlando con Lilly, la tedesca con gli occhi di cielo, venne fuori che aveva scelto di fare l’autostop sia per motivi economici sia perché è sempre un’esperienza interessante. “Si incontrano un sacco di persone interessanti!”, mi disse più volte, e anche a me venne una gran voglia di provare.

Monike, Dave e gli altri cenarono a casa, ma io ero talmente gonfio che non toccai nemmeno un boccone. Monike cominciò a parlare della partita del giorno dopo e sembrava eccitatissima. A quanto pare avrebbero vinto lo scudetto se avessero battuto quei bastardi dell’Olympiakos. A noi non importava niente ma dicevamo di sì. Cominciò a raccontarci come funzionava da lei, in Grecia. Il tifo là non è molto differente da quello italiano: si accendono fumogeni, si urlano a squarciagola gli insulti e si cerca di distrarre i giocatori avversari puntandogli i laser negli occhi. Ci disse che la loro cultura era di andare allo stadio, fumarsi un bel po’ d’erba e poi tifare come ossessi. Il simbolo della mia squadra, il Panathinaikos, è un trifoglio. Disse così e poi scostò i capelli dietro il collo. C’era tatuato un trifoglio, e a me corse un piccolo brivido dietro la schiena.
Ci mostrò anche un video dello stadio prima di una partita importante, con bombe carta e quant’altro. Dave disse: “this is a bloody war!”1. Poi un filmato ce lo mostrò lui. Si vedeva una composta tifoseria che attendeva paziente l’inizio del match. Ci disse che si trattava dello stadio di Wembley. Ad un certo punto, in lontananza, spunta del fumo e il lumino rosso di un fumogeno, che viene poi pateticamente lanciato a pochi metri di distanza. “Ecco, quello sono io”, dice Dave. “Non riuscivo più a respirare, era pieno di fumo ovunque. Ho perso anche le scarpe, non so come. È arrivata la polizia e mi ha agguantato. Mi hanno detto che come prova avevano fotografato le mie scarpe, che erano tutte rosse a causa del fumogeno. Non è che fosse necessario. Ero rosso dalla testa ai piedi. Le mani, i capelli, la maglia. Tutto.”
E poi com’è finita Dave? Ti hanno fatto pagare una multa?
“No, mi sono fatto sette ore di prigione.”

Ciao Manchester
La vita notturna di Manchester offre molto, e accontenta gusti differenti. A noi più che altro piaceva il rock e posti un po’ alla mano. Quella sera andammo a un pub e poi in un’altra specie di discoteca, che era arredata con vari temi mischiati fra loro. C’era lo spazio, guerre stellari e anche i vecchi videogames, come per esempio il caro Nintendo. La console stava dietro una vetrina e guarDavedola mi venne nostalgia. Io avevo il numero dei due ragazzi di Cambridge, che dormivano da un altro Couchsurfer e dissi a Monike di chiamarli per spiegargli per bene dove si dovesse andare. Lei prese il telefono e lo passò a un suo amico. “Parlaci tu, spiegale che si va qui. Io lo sai, al telefono.. e poi con il mio inglese. Lo sai.” Non mi sembrava che il suo inglese fosse così male, o che non potesse bastare per dirci che ci saremmo incontrati in un dato posto. La sua insicurezza mi stupì, e mi chiesi se tutta quell’aggressività non fosse solo una corazza.
C’era gente, si ballava, Macarena beveva come una spugna; cinque o sei pinte di Guinness, ma le reggeva bene. Arrivò Andy che era strafatto e diede un po’ di noia a tutti. Mi fece pena perché senza tutte quelle schifezze in corpo non riusciva a divertirsi. Arrivarono altri ragazzi del meeting, altri Couchsurfers; adesso si era un bel gruppo. Un ragazzo cominciò a girare in tondo chiedendo a tutti se avevano un divano per lui. Stava da Steve e aveva scoperto con rammarico che avrebbe dovuto dormire sul pavimento o giù di lì. Non voleva rassegnarsi a quest’idea e stava cercando disperatamente qualcuno che lo potesse ospitare, magari in un soffice letto. Dave disse: poverino. Monike disse, poverino un corno; fare Couchsurfing significa doversi sapere adattare. A me non importa se devo dormire sul pavimento, mi importa andare a conoscere persone e realtà diverse.
Dopo la discoteca si tornò a casa a piedi e Monike cominciò a istruire Dave sugli svariati cori che aveva la sua squadra di calcio. In realtà non è che lui sembrasse molto entusiasta di avere accanto un’esaltata che cantava in greco a squarciagola fra le strade dense di nebbia. Monike spiegò che la metà dei cori era contro quei bastardi dell’Olympiakos – e dagli – e l’altra metà riguardava il fumare hashish o assumere LSD. Ci tradusse alcune frasi, che contenevano decine di parolacce e allusioni sessuali. Dave disse: “oh Cristo”.

La domenica era il nostro ultimo giorno là a Manchester. Saremmo tutti partiti nel pomeriggio. Maca se ne andò per prima, perché il programma era di vedere ben due partite di calcio e a lei il football non piaceva. La prima partita fu Manchester United – Liverpool. Andammo in un pub che una volta era un cinema e quindi il match si vide molto bene. Durante il primo tempo fu più o meno tutto tranquillo, poi le birre cominciarono ad aumentare e partirono i cori e le grida della tifoseria. Non si capiva quasi niente, ma faceva folklore. Alla fine il Manchester vinse per due a uno e tutti erano contenti. Durante il match la stanchezza si fece sentire, tutti quanti avevano, con gli occhi cisposi di sonno. Erano stati giorni intensi per tutti.
Dopo la partita si andò a prendere un caffè sul canale. C’era il sole, stanamente, ed era bello rilassarsi con il rumore della piccola cacata artificiale lì di fianco. Non avevo voglia di parlare, ma solo di guardare l’acqua e guardare i muri delle case, intorno.
Monike andò via un po’ prima per raggiungere la taverna greca in cui avremmo guardato il grande derby. Voleva prendere posti e assistere agli scontri che sicuramente ci sarebbero stati prima dell’incontro.
Fu interessante. Mi ricordò il caloroso tifo italiano. Scrissi un messaggio a un mio amico: “In questo preciso momento sono in una taverna greca a guardare una partita di calcio. Tutti griDaveo parole incomprensibili e mi fanno un po’ di paura”.
Lasciai tutti quanti alla fine del primo tempo, perché il mio treno sarebbe partito di lì a poco. Mi salutarono tutti con calore. Abbracciai Monike e strinsi la mano a Dave. Se passi da York la mia casa è sempre aperta. Vieni a Cambridge quando vuoi. Devi tornare qui a Manchester a trovarci, niente storie.

Presi il treno e arrivai alla mia stazione. Ero stanco morto. Mentre camminavo verso casa sorrisi, perché ero contento di aver aggiunto quest’esperienza alla mia collezione. Era qualcosa che avrei potuto raccontare, forse anche presto. Pensavo che mi sarei gettato a letto subito dopo la doccia, e invece no. Ero stanco, ma non avevo per niente sonno. Accesi il portatile e aprii una pagina bianca e mi misi a battere sui tasti. Gli occhi mi bruciavano come il fuoco quando finii, gli uccellini salutavano il nuovo giorno e sembravano prendermi un po’ in giro. Forse avevano anche ragione. Finalmente mi sdraiai e poco prima di chiudere gli occhi pensai che il mio letto era mai stato tanto scomodo.

Fonte: www.marcobruschi.net

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Laureato in Informatica Umanistica all'Università di Pisa, guarda le nuove tecnologie da un punto di vista sociologico, culturale e qualche volta letterario. Adora i vizi e non si fida di chi dice di non averne. - http://www.marcobruschi.net/ Twitter: @paroledipolvere

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