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Come curare la propria reputazione?

di Francesco Varanini 27 Febbraio 2014

Come la nostra copertina ricorda, festeggiamo in questi mesi un significativo anniversario: dieci anni di Persone & Conoscenze. Abbiamo fatto il possibile per accompagnare e sostenere nel suo difficile lavoro chi si occupa professionalmente di Risorse Umane. Ma se ci siamo guadagnati una buona reputazione potete dirlo solo voi che ci leggete.
Il Web -che mantiene tracce scritte di fonti diverse, infinite, incontrollabili- e le e-mail -che possono essere massivamente diffuse a qualsiasi destinatario- sembrano rendere più grave la questione. Come curare la propria reputazione? Ormai qualsiasi ricerca di personale, sia per posizioni apicali, sia per semplici tirocini contempla sempre una indagine della Web Reputation. Certo, conviene stare attenti, per quanto possibile, alle tracce che lasciamo. Quello che diciamo su Facebook o su Twitter, spinti magari da un’urgente emozione, sarà usato in tempi successivi contro di noi.
E può sembrare più facile oggi, con il Web, costruire campagne di sostegno della propria reputazione, così come costruire campagne per danneggiare la reputazione altrui.
Ma a ben guardare, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Le piccole alleanze, le cordate, le operazioni di sostegno di uno e di delegittimazione dell’altro non sono certo nate con il Web. E da sempre sono energia sprecata. Si possono certo chiedere rettifiche, possiamo controbattere e riaffermare la nostra posizione. A tutti noi è capitato di farlo. Ma alla lunga tutto questo è vano. L’eco di quelle voci, l’eco della piccola polemica o del locale conflitto prima o poi si spengerà.
Dovremmo semmai chiederci perché ci sentiamo offesi da qualche comportamento altrui. Dovremmo ricordare a noi stessi che invece di consumarci l’anima, di arrovellarsi alla ricerca delle perverse ragioni di un gesto altrui, converrebbe pensare che ciò che ci appare incomprensibile ha una semplice ragione, una ragione che può essere spiegata se si parla tranquillamente. E ancora, dovremmo ricordare che ciò che ci offende spesso non corrisponde a nessuna intenzione offensiva. Dovremmo imparare a lavorare senza offenderci. Per ognuno di noi, il perdono, il pentimento, la conversione ad un altro cammino sono l’unico modo per far i conti con un passato forse spiacevole e con un presente nostro malgrado difficile.
So bene che simili atteggiamenti hanno poco spazio nel mondo nel management e nei rapporti di lavoro – dove chi non reagisce è un debole, chi rinuncia a un incarico uno sciocco, e dove non si sa apprezzare l’insegnamento di chi un giorno, smettendo di lottare per mantenere posizioni e ruoli e incarichi, sceglie di mettersi da parte. Eppure possiamo sostenere che le imprese producono scarsi risultati e le organizzazioni funzionano male perché si lavora ispirati dalla musa del rancore. Perché il rancore ci spinge a destinare le energie verso conflitti interpersonali, e ci impedisce di destinarle invece verso uno scopo raggiungibile.
Per questo abbiamo cercato di dare spazio sulla nostra rivista allo sguardo distaccato del filosofo, e lo sguardo partecipe del narratore.
Accenno qui al caso di un narratore. Ettore Schmitz è un impiegato di banca triestino, e poi un manager nell’impresa del suocero. Soffre frustrazioni, ingiustizie, è costretto a compiti che gli paiono non corrispondenti alla personale indole, si sente privo dei riconoscimenti che intimamente pensa di meritare. Non potendo indirizzare tutte le proprie energie verso uno scopo produttivo, nell’ambito del proprio lavoro, si dedica alla scrittura. Scrive romanzi. Ne pubblica a proprie spese uno a trentun anni, un’altro a trentasette anni. I romanzi non ottengono il minimo riconoscimento da parte della critica. Del resto non potrebbero giovare in modo diretto all’immagine pubblica di Ettore Schmitz, perché sono pubblicati con un nom de plume, Italo Svevo. Ma Ettore ha bisogno di scrivere. Coltiva così la propria reputazione – la reputazione di fronte a se stesso. E siccome il bisogno non viene meno a sessantadue anni pubblica un terzo romanzo. Oggi a tutti noto: La coscienza di Zeno.
Perché La coscienza di Zeno ci è nota? Perché una rete eterogenea di persone che per varie vie accidentali hanno letto il romanzo -Bobi Bazlen, Eugenio Montale, James Joyce, Valéry Larbaud- si trovano a sostenerne pubblicamente la bontà, l’originalità, il valore.
L’opera merita attenzione, stima, riconoscimento, perché nasce dalla sofferenza e dal bisogno e dalla ricerca del piacere, nasce dal distogliere le energie dal rancore e dalla recriminazione, per destinarle invece ad un fruttuoso lavoro su di sé. Elaborando il proprio dolore e la propria insoddisfazione Ettore Schmitz costruisce l’opera.
La reputazione di cui egli, dietro il velo di Italo Svevo, gode ai nostri occhi, non è costruita a furia di attacchi e difese, non è cercata con accanimento. E’ il frutto forse sperato, ma trovato per strada, come mero, gratuito dono di estimatori disinteressati.

Questo testo è l’Editoriale del numero 93, gennaio-febbraio 2014, di marzo di Persone & Conoscenze.

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