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Accordo Fca-Psa. Domande aperte

di Francesco Varanini 01 Novembre 2019

Dobbiamo essere soddisfatti per l’accordo che sembra definirsi tra Fca e Psa. Di fronte al peggio, alla possibile ulteriore marginalizzazione della Fca nel mercato dell’automobile, tutto va bene, Ma restano aperte molte domande.
Resta innanzitutto il dubbio che si tratti di una mera manovra difensiva, col fiato corto. Una di quelle brillanti scelte tattiche che permettono di non soccombere nel periodo breve o medio, ma che non permettono di vincere le guerre. Come lo era stata la manovra che aveva legato Fiat a Chrysler e come lo era stata la manovra che aveva legato Peugeot a Citroën.
Unire due debolezze non fa la forza. Rari i casi di successo di fusioni dove due strategie d’impresa, due storie, due culture, due compagini di soci, si uniscono più o meno alla pari. C’è da chiedersi chi comanda. C’è anche da chiedersi come far emergere nuove strategie in una situazione dove entrambe le imprese considerano insufficiente il proprio attuale assetto e dubbia la propria sostenibilità nel futuro.
Se entrambe le imprese sono in difficoltà, serve per uscire dall’impasse un modello d’impresa nuovo. Ma siamo lungi dal capire da dove questo modello dovrebbe venir fuori.
Una fusione buona dal punto di vista degli azionisti, perché in grado di garantire plusvalenze, non sempre, anzi di rado, è una fusione buona da un punto di vista industriale.
Un conto sono le sinergie potenziali, sulla carta. Un conto sono le sinergie effettivamente realizzabili, di fronte ad interessi locali, di fronte allo scopo dichiarato di difendere posti di lavoro, di fronte alle complessità organizzative, di fronte ai diversi interessi di gruppi di manager e sindacati di una impresa e dell’altra.
Lo Stato francese tramite BpiFrance, Banca pubblica di investimento, ha il 12 per cento del capitale. Una quota pari a quella della famiglia Peugeot. Quindi il governo francese è in grado di influire sulle politiche industriali dell’impresa, e di raccordare la politica dell’impresa con la complessiva politica industriale nazionale. Ben diversa è la posizione del governo italiano. Misera o nulla la possibilità di intervenire e indirizzare, garantendo posti di lavoro e durata dell’impresa nel tempo.
Il governo italiano nel frattempo investe invece in una impresa certo meno strategica e certo più decotta: Alitalia.
Quale posizione rispetto alla Cina. Si parla delle recenti difficoltà di mercato -caduta delle vendite- della Psa in Cina, dove comunque è ben radicata. Ma resta da vedere anche la posizione che assumerà nei fatti Dongfeng Motor Corporation, la società automobilistica cinese che ha il 12 per cento di capitale.
Quale posizione rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. I recenti problemi di dazi e il contrapporsi di interessi -come nel caso Airbus-Boeing- indicano uno scenario instabile. Le grandi case automobilistiche tedesche sono a tutti gli effetti imprese tedesche, ed europee. Psa ò francese ed europea. Il modello di Fca è diverso. C’è da chiedersi se il fatto che Fca comprenda Chrysler garantisca qualche reale vantaggio o comporti invece svantaggi. C’è da chiedersi se comporti vantaggi o svantaggi l’ambigua collocazione geopolitica di Fca: doppia anima italiane statunitense, sede sociale ad Amsterdam, sede finanziaria a Londra.
Quale modello di sviluppo. Vale il confronto, scomodo, con Bmw. La strategia Fiat, che ha portato ad Fca, era fondata sulla convinzione che il numero di auto vendute da Fiat era troppo basso per competere sullo scenario globale. Si diceva ancora all’inizio del secolo che la Bmw rientrava tra le imprese con un venduto troppo basso per sopravvivere. Oggi Bmw gode di miglior salute di Fca.
C’è poi da chiedersi se la fusione Psa- Fca porti qualche vantaggio per il tessuto imprenditoriale italiano, in particolare per il settore dell’indotto e della componentistica automotive, settore costretto ad essere sempre più dipendente dalle grandi case produttrici tedesche.
Quale sarà la linea di comando. Psa ha un solido management. C’è da chiedersi come -al di là dei primi annunci e di dichiarazioni di facciata- Carlos Tavares, il decisionista manager portoghese a capo di Psa, conviverà con il meno carismatico management della Fca.
La famiglia Peugeot, il cui impegno imprenditoriale risale al 1700, è legata da generazioni ad una solida etica protestante. Che impegna ad una attenzione ai lavoratori ed al contesto sociale, e che impegna a garantire all’impresa un futuro, una durata del tempo. Non sappiamo a quale impegno etico sia legata la famiglia Agnelli. I segnali non sono buoni. L’unico impegno etico chiaramente perseguito, in particolare dall’ultima generazione, consiste nel garantire anno dopo anno un costante flusso di reddito alla famiglia stessa.

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