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Co-working, o lavorare insieme. La lotta alla solitudine dei lavoratori freelance.

di Virginia Fiume 31 luglio 2012

La vita sottopagata del freelance dell’editoria (categoria che spazia dal giornalista al responsabile della comunicazione online di una marca piuttosto che di un’associazione, passando per un grafico)  è spesso più dura di quanto uno si possa immaginare. Ci sono passata, in un breve periodo di vita palermitana. Posso identificare due scenari possibili: giornata tranquilla, giornata piena di lavoro.

Se la giornata è tranquilla, a parte il dover gestire l’ansia da sindrome “non sto lavorando, quindi non sto producendo il mio reddito”, non ci sono problemi sociali: puoi uscire a fare una passeggiata, andare in giro per librerie e negozi (sempre con un occhio mentale al portafogli che rischia di rimanere vuoto se la “tranquillità” dura troppo a lungo). Puoi addirittura bere un caffè con un amico, un socio, una persona con cui vorresti provare a creare un nuovo progetto.

Se la giornata è di quelle da vivere a 100 all’ora la situazione si complica. Ti svegli al mattino. Prepari il caffè, lo sorseggi leggendo le notizie direttamente dal tuo computer. Inizi a lavorare. Allo stesso tavolo dove ancora giacciono probabili briciole dei biscotti che hai intinto nel caffè. Se sei un fumatore, fumerai molte più sigarette di quanto non accadrebbe se ti trovassi in un ufficio pubblico. Se non lo sei sarà facile ritrovarti a fare molti più spuntini di quanti non ne faresti se ti trovassi in un ufficio aziendale. “Potresti usare una rete wi-fi”, suggerirebbe qualcuno. Il wi fi a Palermo non è molto diffuso nei locali pubblici. E l’unica volta che ho provato a recarmi alla biblioteca centrale di via Vittorio Emanuele ho rinunciato all’ingresso dopo una coda di mezz’ora.

La giornata scorre veloce, tra telefonate e email. E ti accorgi che il tempo lavorativo si è concluso quando il tuo compagno o la tua compagna rincasa dal lavoro.

Molte giornate si susseguiranno. E dopo esserti interrogato su qual è l’elemento che ti fa chiudere il computer con una piccola punta di insoddisfazione, lo individuerai nella “socialità”. Anzi, nella mancanza di socialità.

La croce dei freelance della comunicazione è un paradosso: lavorano per mettere in connessione tra loro persone diverse, ma spesso, durante la giornata, non hanno altre relazioni che quelle digitali.

Questa solitudine è una delle ragioni per cui nel 1999 qualcuno a San Francisco si è inventato il termine coworking e per cui nel 2005 un programmatore informatico e tre ingegneri hanno creato delle postazioni di lavoro nel loro appartamento, si chiamava Hat Factory e era uno spazio condiviso per freelance frustrati dalla solitudine.

Martedì 31 luglio è apparso online un interessante approfondimento sulle realtà del coworking in Italia, inserito in una più ampia ricerca del sito FaiNotizia sulle forme di auto-organizzazione dei lavoratori in un momento storico in cui i sindacati non sembrano essere in grado di dare le risposte di cui i freelance/precari hanno bisogno.

Di coworking esistono diverse declinazioni. Alcuni sono basati esclusivamente sulla condivisione degli spazi, per ridurre le spese di gestione di un luogo diverso dalla casa; altri raggiungono una maggiore condivisione degli obiettivi. Si mettono insieme creatività e professionalità diverse E si dividono gli spazi. Il risultato è una giornata lavorativa spezzettata: progetti individuali si uniscono a progettualità condivise, a volte con valenza sociale come nel caso del famoso e internazionale The Hub.

Si tratta di organizzazioni tendenzialmente orizzontali, fortemente incentrate sulla condivisione dei contatti, sulla creazione di liste di diffusione di iniziative e idee comuni, sull’ottimizzazione delle spese e delle risorse, umane ed economiche.

Se un fotografo, un grafico e un giornalista vivono nello stesso spazio e a giorni alterni decidono di mettere insieme risorse, idee e contatti e competenze possono ottenere grandi risultati. Le immagini dell’uno, le parole dell’altro, la visione del terzo possono creare un prodotto culturale che molto più difficilmente emergerebbe se ognuno di loro fosse nel salotto di casa. E si risolve il problema della solitudine. Si pensa “fuori dalla scatola”, come piace dire agli americani. Si riducono le spese e nello stesso tempo ci si garantisce quello scambio fondamentale per nutrire la creatività.

Per gli appassionati delle forme di organizzazioni sociali anarchiche si raggiunge un livello più simile a quello di una piccola comunità autogestita rispetto a un’ingessata multinazionale.

Bello, interessante, creativo. Da provare questo coworking. C’è solo un limite e basta un esempio, anzi due: iscriversi alla fitta e proficua rete di The Hub a Milano costa 235 euro al mese se si sceglie l’opzione 100 ore di uso della postazione, accesso ai contatti e alle consulenze e altri piccoli servizi. Ma non si ha né un piccolo spazio dove tenere le proprie cose né il diritto a utilizzare la sala riunioni. Esistono altre strutture di coworking, come Neu [nòi] a Palermo. Costo? 250 euro al mese per la postazione.

In un caso come nell’altro l’impressione è che la socialità e i servizi si paghino troppo in un paese in cui esce un libro inchiesta che si intitola Se potessi avere mille euro al mese. 

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autrice freelance, viaggiatrice, con un'infarinatura in lettere e una in antropologia dei media. Al momento vivo a Vancouver. Nel tempo libero, oltre a vagabondare, mi prendo cura dei miei due blog: Storie fatte di parole - http://www.virginiafiume.com Hobomondo - http://hobomondo.wordpress.com

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