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La formazione che serve oggi per costruire il domani

di Gianluca Bocchi 20 gennaio 2013

Appare sempre più necessario rivolgere attenzione alla formazione. Ma è anche necessario chiedersi ‘quale formazione serve’, qui ed ora, per vivere il presente e per guardare costruttivamente al futuro.
Specifiche carenze italiane, particolarmente gravi, si sommano ad approcci formativi diffusi a livello globale lontani sa ciò che appare conveniente agli occhi di un filosofo attento alla scienza, alla geopolitica e alla multiculturalità.
Più della specializzazione e dell’orientamento al controllo serve accettare l’incertezza. Serve prepararsi a vivere la contingenza. Serve coltivare l’estetica e la cultura umanistica. Serve coltivare la memoria e credere nell’innovazione.

Intervista a cura di Francesco Varanini, raccolta il 29 marzo 2011, già apparsa sulla rivista Persone & Conoscenze.

Qualcosa si può dire già a partire dal senso della parola. Formazione. C’è un richiamo all’idea di forma. In tedesco Gestalt e Bildung: con questa opposizione…

La Gestalt esprime l’idea di forma realizzata e statica. Nel 1700 si afferma la figura dello specialista in campo scientifico e tecnologico, e poi anche nel campo delle humanitas, specializzato in letteratura, specializzato in storia… Gestalt chiuse, impermeabili l’una all’altra. L’idea di Bildung è invece dinamica: saperi sempre in formazione… Formazione ma anche cultura. Quando valutiamo una persona dotata di cultura, pensiamo che sa andare oltre la specializzazione, pensiamo che si muove attraverso nodi del sapere.
Chi è chiuso nelle Gestalt non sa fare dei suoi saperi una narrazione. Ma il mondo di oggi non ci permette di restare chiusi in specialismi. Oggi ci appare evidente che non possiamo limitarci a situazioni locali, a saperi territorializzati. Morin ci ha mostrato come la vita non conosce confini disciplinari. Bios, psichico, individuale, sociale. Corpo, mente, società: dove sta il confine… Non c’è. Serve Bildung e non Gestalt. Gestalt: tesi semplice, ma cosa difficile da realizzare.

E quindi cosa si può dire dei programmi, dei sistemi formativi?

C’è un grande limite nella formazione universitaria e aziendale ‘chiavi in mano’: fare piani formativi e poi applicarli… questo presuppone stabilità del mondo e delle categorie. Ricorriamo a esperti e specialisti per scomporre. Ma il mondo non ci dice dove trovare le chiavi di lettura per comprendere.

Ci succedono intorno cose che ci impongono un atteggiamento diverso.

Fukushima è solo l’ultimo caso. Non essendo predeterminata l’armonia tra la nostra azione e il mondo, ci vuole un’altra strategia.
La strategia è formare la persona… Dotarsi di ricchezza di linguaggi e punti di vista che di volta in volta evolvano. La cultura è il nostro sistema immunitario. Serve varietà, ridondanza, come nel codice genetico. Solo se abbiamo varietà e ridondanza, solo se avremo sperimentato mondi diversi, narrazioni, fiction, troveremo di volta in volta modi adeguati per ‘accoppiarci strutturalmente’ con l’ambiente. La ridondanza è la migliore garanzia di risposta alle situazioni imprevedibili che ci si trova ad affrontare.

E quindi, appunto, servono a poco i programmi, le specializzazioni.

Cosa significa ‘divisione dei saperi’, i saperi non sono separati e poi messi insieme, sono itinerari che si sovrappongono.
Alla tendenza verso una formazione orientata alla specializzazione, alla professionalizzazione, dobbiamo opporre una idea di formazione che abbracci tutta la vita.
L’università e la scuola dovrebbero essere articolazione di una formazione intesa come diritto di cittadinanza. Il diritto all’istruzione è un punto di partenza, non più di arrivo.

Proviamo allora a descrivere la figura della formatore che immagini.

In primo luogo, serve una formazione incrociata. In certe situazioni il maestro è uno, in altre è un altro. Il fisico insegna al biologo, e viceversa.
In secondo luogo, direi che l’università esce dalla crisi se la si intende come formazione per adulti. Una formazione non compressa in pochi anni, in una certa fase predefinita della vita.
In terzo luogo, dobbiamo mettere in discussione una certa tendenza al professionismo dei formatori di oggi: dobbiamo andare nella direzione della ricomposizione dei saperi. Guardando oltre gli specialismi.

Il sapere specialistico non serve a nulla?

Serve, ma dobbiamo coglierne il senso profondo. Faccio un esempio parlando della mia professionalità. Filosofo della scienza. Ecco, come posso vedere da filosofo della scienza il lavoro degli scienziati. Nel momento in cui nella ricerca scientifica entra l’industria privata, cambiano gli equilibri di potere, si subisce una grande accelerazione. L’ambiente scientifico diventa più competitivo. Così i giovani in carriera sono portati a non badare più ai fondamenti; e le ragioni della carriera all’interno della comunità finiscono per entrare in conflitto con la costruzione delle basi su cui si appoggia la conoscenza…

In questa situazione il filosofo…

Il filosofo deve fare il lavoro di ricerca di senso. Crocevia dei saperi. Bisogna dedicare tempo a coltivare la diversità. Più i tempi dettati dal mercato sembrano stretti più questo è necessario.
La diversità è un elemento fondamentale per ogni progetto formativo. Si deve coltivare l’eterogeneità degli elementi.
Così, tornando al formatore, serve una figura di facilitatore, sempre più lontana dall’addestratore.

Ma come si fa a vendere questa formazione?

Basterebbe dire che è la formazione che serve, se l’Europa vuole competere sullo scenario globale. Siamo destinati al declino, se accettiamo la competizione su un terreno che può vederci solo perdenti. Non possiamo competere sui bassi costi, sul costo del lavoro. Dobbiamo pensare che il simbolico, l’immateriale, genera economia. Dobbiamo proporre una sfida culturale. Una sfida fondata sull’innovazione.

Per essere pronti all’innovazione, come ci si prepara?

Nel mondo succedono cose nuove. Le cose nuove sono tali anche perché gli strumenti non ci sono ancora. Il paradosso è che auspichiamo il nuovo all’interno di un quadro che non lo prevede. Così facendo, addomestichiamo il nuovo. Sul lungo periodo questa è una perdita particolarmente grave.
Perciò dobbiamo prepararci a convivere con l’incertezza, dobbiamo saper affrontare la novità perturbante. Fare molti scenari, allenarsi all’ipotetico.

Fammi qualche esempio.

Non so se ci rendiamo conto di quanto ci penalizzi lo scetticismo nei confronti dell’energia rinnovabile. Come se un settore potesse svilupparsi senza investimenti. Dobbiamo innescare circoli virtuosi…
Molte persone sostengono il nucleare, fondandosi sulla convinzione che ci possa essere un controllo rassicurante sul peggiore dei casi possibili. Come se fosse possibile anticipare tutti gli scenari, come se le catastrofi fossero prevedibili.
Dobbiamo tenere insieme la ricerca dell’efficienza con la creatività sul breve e sul lungo periodo.

Come ci si allena?

Qualunque sia lo stimolo immediato a risolvere il problema, non dobbiamo restare vittime dell’urgenza. L’otium, l’apparente perdita di tempo è tempo guadagnato.
Dobbiamo curare mente e corpo evitando di caricarci di stress. Dobbiamo coltivare le possibilità estetiche.
Molte volte la soluzione dei problemi passa attraverso scelte che ci appaiono scelte estetiche. Accade anche ai matematici di ispirarsi attraverso linguaggi estetici: musica, immagini.
Una troppo intensa focalizzazione talvolta è dannosa. Dobbiamo cercare linguaggi altri. Andare all’estero e poi tornare all’interno. Viaggio e movimento sono primari nel processo creativo. Anche per chi lavora su obiettivi a breve termine la ricchezza di linguaggi è fondamentale. E poi dobbiamo darci obiettivi a lungo termine, andarceli a cercare.

Se è vero tutto questo per l’Europa , è vero a maggior motivo per l’Italia.

Il futuro del sistema paese Italia richiede una Carta dell’innovazione. Serve generare persone creative.
E’ un’errore staccare l’innovazione, considerandola una ‘variabile di sistema’, dalla creatività individuale e collettiva.
E poi dobbiamo capire che non si può, in senso stretto, insegnare ad essere creativi. Dobbiamo concederci di esserlo. Il grande creatore viaggia tra parti diverse del suo io, usa linguaggi diversi. Durante il viaggio emerge l’innovazione.

Perciò la formazione dovrebbe occuparsi di estetica?

Dovremmo favorire esperienze estetiche. Guardare all’estetica è guardare alla mobilità che sta dietro l’esperienza cognitiva, che coinvolge mente e corpo.
E’ un discorso che si dovrebbe e potrebbe fare. Dovremmo investire sull’immateriale, guardare meno a ciò che è immediatamente consumabile.
E’ qui che la formazione ‘estetica’ diventa un investimento, fruttuoso sia tempi brevi che lunghi.
Tempi brevi: la formazione aiuta a scoprire soluzioni. Non c’è linearità nelle soluzioni efficaci, c’è la capacità di trovare strade, spazi di priorità, finestre d’azione.
Tempi lunghi: l’Italia, il sistema paese, e l’Europa, come detto, hanno un futuro se creiamo un contesto favorevole all’innovazione.

Stiamo parando in particolare della formazione che servirebbe ai manager…

In passato il manager aveva radici culturali forti. Erano tecnologi, scienziati-umanisti. Ultimamente, invece, si sono percepiti come specialisti, portatori di un sapere stretto, riprodotto da università e scuole chiuse.

Torniamo così al ruolo dell’università.

Dovrebbe occuparsi di produrre buoni cittadini, senza preoccuparsi dell’impiegabilità diretta. Le lauree triennali sono state un fallimento.

Poi però le persone devono comunque essere avvicinate al lavoro.

Questo deve farlo l’azienda. Le aziende si rendono conto che le persone arrivano non adatte al contesto aziendale, è inevitabile che sia così. Questo è lo spazio che dovrebbe occupare la formazione aziendale, dall’astratto al concreto. La concretezza è cultura, legata al fare, alla produzione, alla cultura aziendale. Ma proprio qui la formazione è carente. Resta astratta, si rifà a modelli lontani dalla quotidianità dell’impresa alla quale dovrebbe avvicinare. Si rifà non a quello che serve ora, ma a casi, che sono situazioni che si sono realizzate nel passato in altri luoghi.

E quindi cosa dovrebbe fare?

Lavorare per fare gruppo, recuperare nella formazione quella grandissima condivisione dei valori, quei legami che si creano nelle relazioni informali. La formazione non deve essere né troppo staccata dalla realtà, né troppo ritualizzata. Una via di mezzo che si può perdere sia per troppa distanza, sia per troppa ritualizzazione.
Indipendentemente dai temi trattati, la formazione dovrebbe essere una isola protetta, ma non troppo.

Una via di mezzo…

Certo, una separazione, un distanziamento dalla vita aziendale ci vuole, devono essere mobilitati altri canali: viaggi, luoghi gratificanti favoriscono l’apprendimento. Ma vanno evitati gli show, lo spettacolo è dannoso, impedisce di porre al centro sé stessi. La formazione è il nucleo del nostro sviluppo umano e professionale. Si deve essere dentro e fuori l’azienda allo stesso tempo. La società sarà sempre più caratterizzata da mescolanze.

Questo dentro/fuori ci riporta a considerare l’inutilità, o anzi la pericolosità di certi confini che ci poniamo, confini di metodo, di ruolo.

Dovremmo smettere di separare; per esempio di separare le fasi della vita: fase giovanile, maturità, anzianità. Ci sono bisogni che permangono, aspetti di noi che riemergono lungo l’arco di tutta la vita. La formazione dovrebbe accompagnare lungo tutta la vita.

Quindi dentro/fuori anche guardando all’alternarsi di formazione e lavoro.

Sì, dobbiamo guardare in prospettiva all’aspetto sabbatico della vita lavorativa. Oggi arriviamo a una età avanzata in salute. Ha sempre meno senso comprimere la vita di lavoro un un arco di anni ristretto. Così finiamo per mettere ai margini del mondo del lavoro persone per la loro età. Questo è un problema sociale ed è anche un problema per le aziende. Si creano situazioni schizofreniche. Pensioni insostenibili e settantenni inutilizzati. Di questa situazione subiscono i danni gli anziani ‘dismessi’, ma anche i giovani. Mentre sulla fascia di età dei lavoratori si concentra uno sfruttamento eccessivo, senza possibilità di rigenerazione, di pause creative.
Dovremmo pensare a vite intervallate, fatte di momenti di lavoro e momenti di studio.

Questo stato di cose, dicevi, danneggia anche i giovani.

C’era il servizio militare che ritualizzava il passaggio tra vita giovanile e vita adulta. Per eliminare la leva c’erano motivi, ma per i giovani, al di là dell’addestramento militare, era utile. Si potrebbe pensare di sostituirlo con un servizio sociale spalmato su dieci anni.
Per il giovane è importante prepararsi ad entrare in contatto con il pubblico… Se non capita al giovane di fare qualche esperienza professionale che impone in contatto con il pubblico… se non capita di fare il barista resta una carenza.

Servirebbero progetti.

Sì, riprogettazione. E non ci sono alibi. Ci sono cose che si possono fare, sui tempi brevi, e ci sono cose che si possono fare su tempi medio lunghi.

Allora dobbiamo porci la solita domanda: perché certe cose in Italia non si fanno?

L’Italia negli ultimi anni ha copiato l’America negli aspetti superati. Gli Stati Uniti anche ai tempi della Guerra Fredda hanno portato avanti progetti di innovazione di grande ampiezza, fondati su una visione di lungo periodo, pensiamo a quello che è Internet, al computing. Da noi i progetti si trasformano in programmi, prevale l’idea di controllo. Siamo rimasti legati a un modello di industrialismo fordista, anche se questo modello è inapplicabile al mondo tipicamente italiano della piccola e media industria. Il processo di industrializzazione del dopoguerra non si è saldato con una cultura che ha radici in un mondo arcaico. Non abbiamo vissuto pienamente la parabola dellaa modernità, perché siamo ripiegati nel provincialismo…

Eppure l’Italia ha risorse, gode di situazioni di vantaggio.

Certo: pensiamo a cosa significa l’Italia per il mondo. Ma non c’è solo la creatività artistica, non ci viene riconosciuto solo questo. C’è anche un grande interesse per gli scienziati italiani. Abbiamo una importante scuola di matematici. C’è la percezione che l’Italia abbia un contesto adatto alla creazione di conoscenza, c’è l’idea che in Italia si produca un pensiero dove l’estetica non è staccata dalle idee ‘scientifiche’. L’idea di un individuo rinascimentale che domina un vasto campo di saperi.
In un mondo sempre più scisso, l’Italia ha una chanche notevole: mettere in relazione, connettere. Ma se ci percepiamo come periferia dell’Impero americano… o di altri imperi… oggi Cina e India…
E se non ci sono investimenti… Lo Stato italiano non sa mettere priorità, e oppone l’efficienza a alla creatività, le considera inconciliabili. Cerchiamo di essere post-industriali senza essere industriali, così non possiamo essere competitivi.

E se ci confrontiamo invece con Germania, Francia, UK… come vedi l’Italia, rispetto agli altri paesi europei?

Ci sono situazioni che noi italiani non abbiamo affrontato in modo risolutivo. Clamoroso il confronto tra Italia e Germania di fronte al passato. La Germania si è interrogata sul suo passato, continua ad interrogarsi. Da questa capacità di interrogarsi, di ricordare il passato, e di mettere punti fermi nasce la capacità di progettare e innovare. L’Italia invece ha preferito bloccare i discorsi sulla memoria.
L’identità nazionale tedesca è fondata sulla lotta antinazista. Idee disastrose sono state superate attraverso l’adesione a una legge costituzionale in cui tutti si riconoscono. Noi invece continuiamo a dire che la costituzione è superata. Consideriamo una virtù dimenticare il passato. Ma così non si crea nessun circolo virtuoso.
Dovremmo riprendere a guardare alle nostre tradizioni, non aver paura di rileggere la nostra storia guardando a cosa ci può insegnare. L’Impero romano era federale, era un mondo non razzista. Veniva concessa la cittadinanza… Eppure l’Impero romano ci è stato reso antipatico… Ci manca l’arte della memoria.

E quindi oggi la cultura italiana…

Siamo insofferenti delle regole, ma continuiamo a darci regole troppo rigide sapendo che non le rispetteremo. Se invece sapessimo darci regole più flessibili, come nel Nord Europa…
Tendiamo a cassare tutti i progetti delle amministrazioni precedenti. Invece dovremmo cogliere il valore della continuità. Non si fa sviluppo urbano, non si fa progettazione del territorio se non c’è continuità. Serve un patriottismo costituzione, una identità fondata sulla memoria, serve una visione europea del progetto nazionale.
Un nazionalismo chiuso è criticabile, ma ‘nazionalismo’ e ‘nazione’ non sono la stessa cosa. Se buttiamo via la ‘nazione’ facciamo danno a noi stessi: la ‘nazione’ ha un significato pragmatico, è il ‘luogo in cui si sta al mondo’. Dobbiamo dare valore al genio italico, farne qualcosa di diverso da una banale furbizia. Lavorare sull’estetica, sulla cultura dell’accoglienza.
Accade che Parigi e Londra e forse anche Berlino abbiano più turisti di Roma. Eppure non c’è paragone tra le ricchezze potenziale delle città italiane e quelle di altri paesi.

Giochiamo male le nostre carte.

Berlino gioca al meglio le sue carte. L’Italia dà per scontato di avere le carte buone in mano, e quindi pensa che non ci sia nemmeno bisogno di giocare… Come se le risorse fruttassero da sole.

Per questa via mi pare torniamo alla formazione. Come coltivare il ‘genio italico’.

Dobbiamo valorizzare le nostre radici e la nostra storia e investire sull’innovazione. Dobbiamo lavorare sulla cultura dell’ospitalità e dell’accoglienza. Dobbiamo coltivare l’estetica. Dobbiamo lavorare sulla nostra identità, ricordando perché piace il nostro paese agli stranieri, e perché piace la cultura italiana.

Quindi, che tipo di formazione? E che tipo di formatori?

La formazione che serve la fa chi accetta la sfida. Formazione all’essere se stessi, in rapporto con l’identità e con le competenze. Formazione come modo di conoscere noi stessi nel mondo. Conoscere noi stessi nel mondo globalizzato. Ricordando che siamo multiculturali da sempre: l’Impero romano era multiculturale, c’erano presenze asiatiche, africane…

Ricordare il nostro passato e guardare al futuro.

Il futuro dipende dalle scelte che facciamo oggi. Noi certe volte non riusciamo a capire che questo mondo ha regole sue proprie… Non possiamo piegare il mondo al nostro comodo, o pensare che certe scelte… e che la carenza di scelte sia senza conseguenze.

Perciò c’è un bisogno formativo che riguarda in particolare noi italiani, e poi c’è una formazione che serve per vivere nel mondo d’oggi, per guardare al futuro in un quadro d’incertezza, di complessità…

Il caso di Fukushima ci ricorda che il rischio non può essere eliminato né controllato. I nuclearisti pensano a rinforzare la capacità di controllo. Ma dovremmo invece abituarci alla cautela, alla precauzione, e ad accettare l’imprevedibile.
Dobbiamo formarci a vivere nel mondo come è, umano. Dobbiamo abituarci a vivere il rischio, la contingenza, il caso. A questo ci prepara la tradizione umanistica. Qui sta il legame con la storia più profonda. Una civiltà che fonde la cultura scientifica, il classicismo, l’illuminismo… Tutta l’avventura dell’umanità.

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Gianluca Bocchi, filosofo della scienza e storico delle idee, è professore ordinario di Filosofia della scienza presso l'Università di Bergamo.

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