Contributi

La cultura del ricatto

di Francesco Varanini 02 settembre 2013

Viviamo sotto ricatto. L’economia manifatturiera è costretta a subire leggi e contesti imposti dalla finanza speculativa. Il nostro paese patisce un quadro di controlli e di vincoli imposti dalla Comunità Europea, dalla Banca Centrale Europea, controlli e vincoli che in realtà corrispondono agli interessi di un solo paese, la Germania. Siamo obbligati, noi cittadini italiani, ad accettare nostri rappresentanti in Parlamento le persone il cui nome è scritto in una lista bloccata, senza la possibilità di esprimere preferenze. Siamo forzati ad accettare governi fondati non sul nostro mandato, ma sul mito indiscutibile della stabilità. E saremo presto coartati, a quanto pare, sempre in virtù della stabilità, e della governabilità, e dello stato di emergenza, e del potere di fatto, e di incroci di interessi di varia natura, a fornire un qualche salvacondotto ad un noto uomo politico, condannato per frode fiscale.

In tutti questi casi, ricatti. C’è ricatto perché la nostra libertà d’azione, è impedita non da leggi, o da nostre carenze, o da un normale confronto con forze avverse, ma è impedita invece dall’abuso di potere di qualcuno.

Ricatto

A guardar bene, cosa sia il ricatto è meno chiaro di quanto appaia a prima vista.

Perciò ci aiuta guardare a come diverse lingue nominano il ricatto.

L’italiano ricatto discende dal verbo latino recaptare, re- captare, ‘ri-prendere’. Si ha qui la descrizione più generica del ricatto, o estorsione. Dalla stessa origine latina deriva riscatto: qui effettivamente si riprende ciò che è nostro, e che era stato ceduto ad altri, o affidato in pegno. Chi ricatta non riprende in realtà ciò che è suo, ma estorcere ad altri denaro, o vantaggi e profitti per sé o per altri, con la minaccia di mettere in atto qualcosa che possa arrecargli grave danno. Nel caso del riscatto possiamo intendere il prefisso re- come indicante il ripetersi dell’azione in senso contrario. Nel caso del ricatto, invece, il prefisso re- è intensivo. Accresce cioè il significato del captare, ‘prendere’. Anzi, siamo di fronte ad un doppio accrescimento, perché, a sua volta, il verbo captare è intensivo di capere. Captare è rispetto a capere, un prendere più duro e più ampio, potremmo dire più cattivo. E poi in senso è caricato ancora dal ri-, reso più abnorme, carico di arrogante sopraffazione.

Siamo così messi di fronte all’enormità del ricatto, alla sua profonda ingiustizia. C’è qualcuno che, anche all’interno di un quadro normativo riconosciuto e formalmente condiviso, se ne ritiene superiore, in diritto di passare sopra le leggi e le consuetudini ed il rispetto dell’altro.

Blackmail

Aggiunge senso l’inglese blackmail. Black, ad indicare subito, senza equivoci, si legge nei dizionari, “the evil of the practice”. Un severo giudizio morale è ciò che il ricatto si merita alla luce del comune buon senso: il ricatto è ‘male’; è ‘malvagio’, ‘scellerato’, ‘dannoso’, ‘funesto’, ‘spiacevole’. E mail. Mail qui non ha nulla a che fare con la parola mail che sta in italiano per ‘lettera’ o ‘posta’. La lettera ed il servizio postale sono così chiamati in inglese per un semplice motivo: il postino è di solito un male, maschio. Tutt’altra l’origine dell’altra parola, che pure condivide la stessa grafia e la stessa pronuncia. Mail, espressione usata anche al giorno d’oggi nel senso di ‘rent’, ‘payment’, era in Middle English male: ‘rendita’, ‘tributo’, e in Old English mal: ‘querela’, ‘procedimento legale’, ‘contrattazione’, ‘accordo’, ‘termini di un accordo’. Cattivo o ingiusto accordo, dunque, o patto scellerato.

Ma in blackmail c’è di più. L’espressione rimanda a un preciso contesto storico. Si riferisce alla pratica di freebooting, ‘saccheggio’, dei capi clan capi che imponevano la propria protezione contro i contadini scozzesi. Qualcosa dunque di originariamente vicino a ciò che anche in italiano, prendendo a prestito una espressione inglese strettamente connessa con blackmail, definiamo racket: ‘organizzazione illegale che impone, con la violenza, le minacce e il ricatto, la propria protezione su determinati settori di attività, esigendo compensi’. Possiamo cogliere così -tornando ai temi ed ai luoghi nostri- la stretta connessione che lega il ricatto a mafia, camorra e simili organizzazioni.

Chantage

Altro senso aggiunge il francese chantage (da cui anche lo spagnolo chantaje). La parola francese è moderna, legata ad una stagione di liberismo trionfante non priva di connessioni con il nostro presente. In questo caso è conveniente tralasciare i dizionari e tornare a leggere un appassionante romanzo. La parola, in uso nel linguaggio quotidiano, è elevata ad espressione tecnica da Balzac. Apriamo Un grand homme de province à Paris, primo tomo delle Illusioni perdute, dato alle stampe nel 1839. Il capitolo XXXVI ha per titolo Le chantage.

Balzac è uno straordinario storico del presente. Narra alla fine degli anni ‘30 fatti degli anni ‘20. La borghesia liberale usa l’inquietudine popolare per mettere sul trono un re conforme ai suoi interessi. Le grandi dinastie della bourgeoisie d’argent, la borghesia del denaro, legata alle banche, alla borsa, alle grandi imprese, tramano per dominare, ricorrendo a qualsiasi mezzo, la vita politica.

L’intero paese si sta industrializzando, le ferrovie sono in enorme espansione.

Étienne Lousteau era giunto a Parigi sognando una grande carriera di scrittore, e finirà scribacchino invidioso, indebitato. Lucien de Rubempré, il protagonista, anch’egli giovane provinciale giunto nella gran capitale in cerca di fortuna, conduce una vita grama.

“Che cos’è il chantage?”, chiede Lucien.

“Lo chantage”, risponde l’amico,è una invenzione della stampa inglese, importato recentemente in Francia. Gli chanteurs [cantanti] sono gente piazzata in modo tale da disporre dei giornali. Queste specie di bravi [Balzac usa la parola italiana, la stessa che Manzoni usa in quegli stessi anni nei Promessi sposi] vanno a trovare un uomo che per e certe sue ragioni non vogliono che ci si occupi di lui. Molti hanno sulla coscienza peccatucci più o meno originali. Ci sono molte fortune sospette a Parigi, ottenute per vie più o meno legali, spesso tramite azioni criminali, e che forniscono deliziosi aneddoti… Lo chanteur si è procurato qualche pezza d’appoggio, qualche documento importante, così chiede un appuntamento all’arricchito di cui i documenti parlano. Se il tipo non da subito una qualche somma, lo chanteur gli mostra come la stampa sia pronta a iniziare una campagna contro di lui, a rivelare i suoi segreti. L’uomo ricco ha paura, e paga. Il gioco è fatto”.

Oggi come allora

Il meccanismo è chiaro: “se siete soliti imbarcarvi in operazioni pericolose, sapete che potete sempre soccombere a una serie di articoli”. Allora, “vi viene mandato uno chanteur che vi propone il riacquisto degli articoli”. “Ci sono ministri a cui vengono mandati chanteurs, e che stipulano con loro accordi: che il giornale attaccherà i loro atti politici ma non le loro persone, o che saranno chiamati in causa loro ma non le loro amanti saranno lasciate fuori”.

Peccatucci di vario tipo, fortune di dubbia origine, corruzione di pubblici ufficiali, cene eleganti con cortigiane, stallieri provenienti dal Sud, fortune di dubbia origine, abitazioni usate abusivamente o comprate a propria insaputa. Materia di ricatto -oggi qui da noi come nella Parigi di Balzac- ne abbiamo abbastanza.

Ma Balzac ci dice di più: proprio le persone che hanno il pelo sullo stomaco per accumulare così ricchezza e potere, sono quelle che sanno usare, e usano abbondantemente, l’arma del ricatto.

 

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