Contributi

Parole e locuzioni scivolose

di Maria Cristina Koch 12 settembre 2013

Ci sono alcune espressioni, alcune parole che hanno conquistato il grande pubblico di noi che sfoggiamo il nostro lavorare con (a favore del)le persone e che ritengo particolarmente pericolose per il nostro riflettere e agire esattamente per la loro grande popolarità che ne ha sfumato e reso quasi irriconoscibile o irrilevante il senso letterale. Ce ne sono tante, ne ho selezionate alcune qua e là tanto per abituarci a far sì che il nostro orecchio sussulti quando le ascolta e non le ingoiamo con animo serafico e benevolente.
Ne accenno qui brevemente di seguito invogliando tutti noi a un sorriso lievemente ironico sul gergo consolidato che tutti ci incasella banalizzando il nostro pensare stesso.

Accettarsi, accettare l’altro: è un po’ la prima in assoluto, suggerisce animo aperto e accogliente ma qualcuno di voi vuole mai seriamente essere accettato per come è? Davvero vogliamo solo limitarci a essere accettati, l’equivalente di tollerati nelle nostre infinite manchevolezze?. Forse vogliamo e dobbiamo aspirare a qualcosa di più e meglio, sia pure da parte nostra nei nostri stessi confronti. Basta pensare al tono rassegnato di chi usa questo verbo, capo chino, da autentico penitente verso i suoi difetti oppure modestamente fiero per la sua grande apertura d’animo e di cuore che accetta gli altri: non fa un po’ tristezza?

Perdere peso: ma scusate, quando voi perdete qualcosa che cosa fate? io lo cerco, tento di recuperarlo, se mi era utile lo ricompro. In tutte le diete si ammonisce che i chili perduti possono essere recuperati. Appunto, forse meglio proporsi di recuperare un fisico migliore, di potersi guardare con più piacere, di accordare il nostro fisico all’idea che ne abbiamo in termini di qualità soddisfacente. Quasi nessuna persona che si accinge a una dieta ha l’idea precisa di quale peso vorrebbe avere: come facciamo a sapere che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo? Solamente perché c’è qualcuno che lo stabilisce per noi? In base agli standard previsti? Ma è il nostro di corpo, no? Starebbe a noi sancire un accordo fra tutta la nostra persona, sia pur facendosi appoggiare da qualcuno che saprebbe proporci un modo di ottenere il risultato.

Lasciarsi andare: strettamente parente del “perdere peso”, lasciarsi andare è quasi un mantra che ci propina con saggia amorevolezza chiunque ci abbia a cuore: ma se ci lasciamo andare non si cade? qual è mai questo nesso obbligato che trasforma immediatamente e vincola alla rigidità il mantenere il controllo dell’andamento? Quasi che non ci fosse mai lecito assestarci comodamente sul valore di un termine così importante come il controllo, la verifica, il governo del proprio muoversi ma finissimo subito inevitabilmente nello scivolare nella versione malvagia: rigidità, mancanza di naturalezza, di affettività… Saremo pure tutti intrinsecamente peccatori ma nessuno neanche Totò Riina riuscirebbe a sbagliare sempre e comunque qualunque sia il suo agire. Forse abbiamo il diritto (il dovere?) di rispondere del nostro muoverci controllandolo e non abbandonandolo a se stesso.

Capisco: questo è uno specifico di noi psicocosi: una persona ci parla e noi con voce grave, sommessa, comprensiva asseriamo il nostro Capisco. Tanto più partecipato quanto importante, cioè drammatico, è il contenuto di ciò che ci vien narrato. Avete mai immaginato un capisco che segua un racconto divertente? Allora, innanzitutto noi comprendiamo con profonda sintonia il dolore, la fatica, la paura, sulla gioia non ci sprechiamo umana comprensione. Sarà mica anche per questo che le persone si astengono dal dirci i loro successi? Avendo ben inteso che lì non saremmo per nulla solidali? Ma, inoltre, non è vero, non possiamo capire, possiamo solo dire che cerchiamo di ascoltare l’altro con attenzione, facendosi noi un film di quel che ci si va dicendo. Ma è un film, una rappresentazione, sia pur spesso con attinenza importante al racconto perché siamo persone umane e nulla di ciò che è umano può esserci estraneo. Ma capire, comprendere è tutt’altra cosa: facciamo fatica a prendere atto della distanza fra l’universo suo e il nostro, possiamo tentare segnali capaci di intercettazione ma capire, ingoiare, fagocitare l’altro dentro di sé no, non è dato.

… ma in realtà: oramai il gioco è chiaro, in realtà le cose stanno diversamente da come tu (loro, la stampa, i giornali, i cattivi, gli ignoranti, quelli in mala fede, il mondo intero) lo raccontate. In realtà rappresenta uno spartiacque fra il narrato, definito se non proprio menzognero, quantomeno inesatto e l’unico vero. E’ adombrato un sospetto di non innocenza, di volontà di alterare la realtà, forse per ingenuità o superficialità (anch’esse, d’altronde, mancanze non troppo lievi). E, soprattutto, è chiara la nostra capacità, noi sì, di attingere al mondo reale, di cogliere l’essenza del reale. Sì che poi possiamo porgerlo con generosa magnanimità al tapino che, invece, ne aveva un’opinione imperfetta.

Lei mi vuol dire che: questa ne è il diretto seguito: se non hai colto qual era la realtà, te la spiego. Ti dico, asserisco che cosa, in realtà, volevi dirmi. (Ancora un pensiero a Enzo Jannacci!). Totalmente differente, invece, è l’uso di questa espressione quando fosse posta in forma interrogativa perché corrispondente a una effettiva curiosità: ma quando lei mi dice x, che cosa vuole che io ne faccia? Che cosa vuole che capisca? E come possiamo usare x fra di noi? Io ho capito che x vuol dire zw, è corretto? Mi aiuti a comprendere ciò che lei mi vuol dire.

Voglio il suo bene: e certo, tutti noi che ci dedichiamo agli esseri umani vogliamo il loro bene, lo facciamo per loro. Almeno è ciò che ci raccontiamo con modesto, innegabile compiacimento. Forse ci converrebbe occuparci del nostro, di bene, lasciando all’altro il compito, non sempre leggero, di occuparsi del suo. Ma ne abbiamo già fatto un passaggio, un’unica nota ancora: attenzione a quando lo usiamo per giustificare una violenza qualunque ne sia la forma. Tutti abbiamo nell’orecchio la frase fatidica del padre che cinghia il figlio: lo faccio per te, per il tuo bene, ma credimi è più grande la mia sofferenza della tua. Rivendicando addirittura, nella violenza, un’ulteriore supremazia: il dolore e lo strazio dell’educatore, costretto a infliggere punizioni per il bene dell’altro mentre il suo cuore sanguina. Prendersi cura, come si dice, di una persona che è un minore o non è del tutto autosufficiente, comporta inevitabilmente delle violenze, la prima delle quali è l’impianto stesso del prendersi cura: decido io per te. Sposto il letto in casa di un anziano, sostituisco la macchina da cucina con una nuova che non rischi perdite di gas, ti do le medicine quando ti rivolgi a me come paziente, altero la tua dieta se hai bisogno di asciugarti o disintossicarti… Tutte azioni non solo lecite ma direi sacrosante nella nostra struttura sociale ma nel prendermi cura di un altro devo prima di tutto assicurarmi di essere a posto io: assumo delle decisioni che ti implicano ma non possono rimanere nelle tue mani, ma non per questo ti chiedo l’assoluzione per questa violenza in quanto dettata dal mio buon cuore. L’assoluzione devo darmela da solo e per non soffrire troppo del peso di una tale solitudine cercherò di coinvolgerti il più possibile affinché tu possa il più attivamente possibile cercare il tuo di bene. E’ un altro modo di raccontarsi il consenso informato, dargli corpo reale liberandolo dalla banalizzazione della burocrazia. Ti chiedo il permesso di occuparmi di te e se tu non potessi davvero essere in grado di darmelo me lo do io da solo e me ne assumo il carico.

Tornare, ricominciare, ricadere: sono tutte espressioni, queste, che usiamo con disinvoltura senza accorgerci di quanto, nel loro dirsi, neghino il contenuto. Come si fa a tornare (ritornare)? Possiamo seriamente ripercorrere una sequenza come quella che abbiamo già percorso? Verrebbe da pensare che se potessimo azzerare il tempo e tornare al punto di partenza avvieremmo una sequenza identica a quella già costruita allora. Spesso le famiglie e le persone che si sentono definite da una qualche diagnosi di patologia, che, se definita curabile, sembra presupponga necessariamente un inizio in qualche modo temporale o di scelta di livello di profondità, chiedono o desiderano tornare a quando ancora questa patologia non era presente, quando ha avuto inizio, appunto. Ma se esattamente in quelle circostanze la patologia si era manifestata, se il cosiddetto sintomo in quelle circostanze è insorto, è perché ne è stata ritenuta la risposta adeguata a quello specifico contesto. Nessuno di noi si muove, costruisce sintomi, dice cose prive di senso. Talvolta sono dichiarate tali proprio perché non sembrerebbero ai nostri occhi esterni orientate a un qualunque obiettivo. Forse può essere più utile presupporre che l’obiettivo ci sia e ci sia stato: quel su cui possiamo interrogarci assieme è identificarlo, controllare se quell’obiettivo è stato correttamente inteso e se, riguardandolo da oggi, ne coglieremmo ancora una qualche validità. Se l’obiettivo è sensato, comporta un valore che ci interessa ancora, possiamo passare a considerare i modi di raggiungerlo: ce ne saranno di più economici, più funzionali, più adeguati al contesto per come oggi sono in grado di leggerlo. Se faccio riferimento a ricominciare un rapporto nego l’intera esperienza, la stessa esperienza che mi fa suggerire di ricominciare. Posso, invece, a polmoni, cuore e mani liberi iniziare un altro rapporto con quella persona per come oggi posso leggerla e conoscerla. Il più grande insegnamento che può venirci dai migranti è la capacità di guardare al proprio vicino, al nostro amico, partner, figlio carissimo con occhi da straniero. Si vedono cose tutte diverse ma posso suggerire che è forse questa la cosiddetta realtà di maggior utilità su cui attestarci per costruire un pensiero e un agire freschi e attuali? Un’ultima battuta sulla ricaduta: non si può ricadere nello stesso modo, si può certamente, invece, ripetere nuovamente un gesto già esperito in altri tempi: forse c’è un senso che andiamo perseguendo se lo facciamo ancora? Forse il nostro obiettivo non ancora soddisfatto è nuovamente lì a convocarci?

Persona equilibrata: com’è fatta una persona equilibrata? A me piace pensarla come una persona di mille persone, ciascuna delle quali ha passioni, curiosità, amori smisurati, una persona multi-talebana, con desideri e spinte spesso incompatibili ma tutti così ugualmente capaci di energia vitale da permetterci, attimo per attimo, di scegliere il nostro protagonista più adeguato. Una persona equilibrata è una persona che cammina sul filo del rasoio, sul bordo della cengia, è equilibrata perché deve continuamente rimettersi in un nuovo equilibrio, è una persona che rischia, l’equilibrio è uno squilibrio costantemente in via di correzione. L’alpinista, lo studioso, il pugile non fanno cose equilibrate, si sbilanciano verso ciò che vanno cercando con tenacia, andando spesso contro il buon senso comune: non è che l’alpinista non sappia che la montagna è tanto sacra quanto pericolosa e improvvisamente mutevole, non è che, come il pugile, non senta la fatica che suggerirebbe di interrompere ciò che crea fatica e dolore invece di andargli incontro, non è che lo studioso non sappia fin nelle fibre del suo essere che potrebbe non approdare a nulla. Ma per favore, non invitiamoli a prendersela con calma, con un po’ di equilibrio. L’equilibrio è garantito da molte alte passioni, tutte esclusive, tutte urgenti, tutte che richiederebbero la più totale dedizione. Una persona equilibrata è una persona che, camminando, trasforma il suo continuo cadere in un progresso: l’equilibrio non è mai statico.

Cambiamento: sul cambiamento, vero feticcio degli ultimi decenni, c’è oramai poco da aggiungere se non che viene invocato prescindendo in genere nel modo più assoluto dall’esame e dalla conoscenza dell’orizzonte che dovrebbe dischiuderci. Cambiare perché, verso dove? E perché dovremmo proporcelo come un dovere importante quando inevitabilmente già tutto, dentro e fuori di noi è di per sé in perenne trasformazione? Se qualcuno ci racconta sempre le stesse barzellette o ripete con rinnovata convinzione le idee di cui si convinceva già da molto tempo, forse pensa così facendo di incontrarci come è già successo in passato o che a noi non interesserebbe parlare d’altro visto che ogni volta gli diamo retta. Oppure, da reduce di guerra o del tempo del lavoro, ripete cose e avvenimenti già narrati perché ogni volta, riascoltandosi e rievocandoli, prova un gusto e un piacere grandi. E se guardassimo a come ci poniamo, probabilmente ci accorgeremmo che ci sistemiamo in un assetto fisico e mentale tale per cui l’altro pensa di farci nuovamente deliziare confermando, con la sua stabilità, che ci siamo ritrovati ancora, per fortuna. E’ certo che se gli parlassimo da un altro punto di vista, anche fisicamente, lo inviteremmo in un altro territorio. Ma deve essergli almeno ugualmente, se non più gradevole e adeguato del primo altrimenti perché masi dovrebbe spostarsi? Ci si muove, si modifica una posizione solamente dopo essere stati dichiarati vincenti in quella precedente!

Giudizio: io non sono una persona che giudica, io non do giudizi. D’improvviso, con la diffusione del verbo di una certa psicologia moralistica, il giudizio è diventato un qualcosa di sbagliato da cui l’operatore benpensante rifugge. Forse perché, sembra sottinteso, no?, il giudizio non porterebbe inevitabilmente che a una condanna. Non è previsto che il giudizio su di una persona le sia un riconoscimento alto. Eppure, ci riferiamo a persone giudiziose per le persone cui riconosciamo una certa prudenza, una buona attenzione, invitiamo i bambini a mettere giudizio. Ma inevitabilmente la coscienza di essere tutti implacabilmente in torto ci conduce a evitare di essere sottoposti a giudizio. Eppure giudicare un fattore più importante di un altro, selezionare e confrontare, paragonare, distinguere, trovare rapporti fra diversi elementi, questo è costitutivo del nostro attribuirci una mente umana. E, inoltre, il giudizio che diamo è il nostro parere, la nostra valutazione: perché mai dovremmo negarci il diritto, e la responsabilità, di esporre un’opinione, di vagliare e proporre?. Anche in un colloquio con una persona? Ma sì, forse è meglio che far finta di non dare giudizi quando non ci è possibile non darli, quasi in automatico visto che è strutturale all’esistenza stessa, no? Soppesiamoli, i nostri giudizi, integriamoli, porgiamoli come offerte all’altro affinché li usi come sarà al meglio.

Ridiventare bambini: non la faccio più tanto lunga altrimenti le pagine si susseguono troppo ridondanti ma un’ultima espressione vorrei infilzare al posto di una farfalla: il mito del saper ridiventare bambini. Ma ci passiamo una vita intera a cercare di diventare adulti, a saper scollinare da un’età all’altra, a adattare pensieri, forze, considerazioni e opportunità ai tempi che attraversiamo nella nostra esistenza ed ecco che scopriamo che il nostro finale è come quando si viene puniti a Monopoli o al gioco dell’oca: devi tornare al punto di partenza. Un tempo era una fierezza diventare adulti, un progetto grande cui dedicarsi con energia e tenacia, certi dell’approvazione del mondo e di stare dalla parte giusta. Ho timore e anche un po’ di senso di repulsione verso la spinta incessante a dover restare giovani: credo che per vivere una vita ci voglia la vita intera. E che serva tutta, i bambini invecchiati mettono una tristezza sconfortata. Giocare, sperare, osare, entusiasmarsi non sono verbi che solo ai bambini è dato maneggiare. La bellezza della vita è trasmigrare da un tempo all’altro dandone continuamente edizioni diverse.

… d’accordo, ce ne sono molte altre da inquadrare e commentare con un filo d’ironia, ma mi sono limitata ad avviare il gioco, a ogni lettore di dargli seguito!

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libera professionista, psicoterapeuta, saggista, counselor, formatrice. mcristina@mckoch.fastwebnet.it, www.lacasadivetro.com, www.sistemanet.com, www.sicolombardia.it

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