Contributi

Piccole ribellioni [in]utili. O: tutta colpa dei Pink Floyd

di Guido Tassinari 07 maggio 2015

Il lunedì dopo il fine settimana del Primo maggio, dell’inaugurazione dell’Expo 2015, delle manifestazioni dei lavoratori e inoccupati del Mezzogiorno finite nell’oblio mediatico e della Mayday Parade dei precari milanesi finita nel buco nero delle vetrine spakkate dei negozi del centro, porto il figlio seienne al parco Solari, i nostri giardinetti sotto casa.

Una delle due, speculari, aree giochi dei bambini sigillata, non ci sono cartelli, chiedo in giro, nessuno sa perché. Con Jack ci guardiamo, scavalchiamo. Immediatamente dei nonni dall’area contigua si lamentano “eeeh, non si fa cosi”, “insomma, dov’è l’educazione!” Io gli dico che se vogliono gli posso gentilmente spiegare che a Milano vige questa curiosa abitudine di fare dei lavoretti di restauro della cosa pubblica senza poi mai fare collaudi e lasciare tutto inaccessibile ad libitum [degli amministratori]. Non vogliono parlare, faccio spallucce, ci addentriamo. Sugli scivoli ci sono segni di una passata di vernice stesa una settimana prima e più secca del Sahara. Nessun segno di passaggi successivi da allora.

Iniziamo a giocare, dopo qualche minuto, poco a poco, oltrepassano altri bambini, con la complicità più o meno tacita degli accompagnatori, che rimangono fuori senza sapere bene che fare. Nel giro di mezz’ora, nella “nostra” area giochi ci siamo io, un altro papà e una ventina di bambini che scorrazzano come.. bambini. Nell’area attigua, più piccola, in una duecentina di metri quadri una cinquantina di adulti sorvegliano strettamente l’ora d’aria di una quarantina di figli, nipoti, badati.

Mi torna in mente un pranzo domenicale con mio fratello in cui non so perché si cominci a cercare di ricordare quando fu esattamente che dalle città italiane e europee sparirono i viaggiatori che dormivano dove capitava, nelle strade e piazze, giardini e stazioni. E dalle strade e autostrade gli autostoppisti. E dai quartieri le famiglie che mettevano fuori i tavoli per cenare, magari insieme a chi capitava di passare da li. E da ogni dove, i bambini. Alla fine del timballo avevamo deciso che avvenne tutto di colpo, dopo il concerto dei Pink Floyd a Venezia, l’estate del 1989.

Nel quarto di secolo successivo, l’eliminazione delle frontiere interne all’Europa, l’avanzamento della tecnologia dei trasporti e l’estensione quasi universale del tempo libero e della possibilità di viaggiare, ha avuto come corollario paradossale l’erezione di un’infinità di barriere e frontiere più o meno invisibili, e il restringimento degli spazi di libertà e autonomia per [quasi] tutti, a partire dagli anni della prima infanzia. Nel nostro piccolo, piccolissimo [di mio fratello e me], bambini nati alla fine degli anni Sessanta da una madre immigrata dal Sud, disoccupata e vedova, l’effetto è di avere goduto, nella modestia dei mezzi, di una libertà infinitamente superiore di quella di cui vediamo ora godere i nostri sei figli [dai sedici ai sei anni], che pure hanno a disposizione mezzi materiali e culturali assai maggiori. Un po’ meno in piccolo, questa progressiva limitazione di libertà e autonomia l’abbiamo vista attanagliare la generazione di mezzo fra loro e noi, cresciuta fra la frustrazione dell’allargamento ideale al mondo intero delle loro prospettive di vita e la realtà di un sistema di produzione che faceva sempre più a meno del lavoro, e quindi di loro. E, in specie in alcuni quartieri di grandi città come Milano e Roma, cresciuta fra i poli del “ribellarsi è giusto” e “ribellarsi non serve a nulla”, senza quasi qualsiasi altra prospettiva intermedia.

Questi due poli li ho visti quasi plasticamente rappresentati nella scorsa Mayday Parade, e nei commenti che l’hanno seguita, soprattutto all’interno dei tanti gruppi di suoi organizzatori e partecipanti e dei loro media di riferimento, che potrebbero riassumersi in “a che serve tutto questo [successo nelle strade milanesi]?”

Ora, io non credo che tutto debba servire a qualcosa, ma possa e debba essere essere inutile [cosa che si estende facilmente a questa pagina], ma se pure così fosse, penso che l’utilità del Primo maggio 2015 sia stata rendere manifesta una volta ancora la pericolosità delle masse, pur piccole che siano, quando costrette in spazi e vite controllati e senza via di fuga.

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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