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Ringraziando gli dei, affrontiamo il problema della formazione

di Giorgio Ortu 08 maggio 2015

Il problema della formazione è urgente ed enorme. Bisogna reinventarsi una didattica, ma non partiamo da zero, perché i supporti informatici non potranno, e non dovranno!, sostituire l’oggetto fisico-libro cartaceo.

In un mondo globalizzato e sempre più artificiale (o meglio, virtuale) si perde inevitabilmente il contatto con la realtà materiale –unica relazione capace di mantenerci in salute psicologica e di stimolare la nostra sete di conoscenza: un esempio clamoroso di tale perdita di contatto con la realtà è la fortuna che ha avuto per decenni una filosofia balorda come il post-moderno, la cui origine è appunto la sensazione -volta paradossalmente e inconsciamente in positivo- che l’unica realtà sia appunto quella edificata dagli uomini.

Ma ci sono ancora due conseguenze nefaste quando la realtà si allontana dalla mente: una è l’impoverimento simbolico, visibile a tutti e che già nei primi decennio del secolo scorso Jung aveva individuato; l’altra conseguenza è la perdita di potenza degli schemi, che pure sono natura e senza i quali è impossibile condursi nel mondo per la vita immediata.

E poiché seguendo Platone diciamo che scopo della vita umana è la conoscenza, ecco che oggi il libro, come d’incanto, ne viene rivalutato. Il libro come oggetto materiale e fonte di conoscenza è allora necessario -per la salvezza umana- che duri ancora per molto (diciamo finché l’uomo resterà Sapiens, dunque ancora 20-30.000 anni? Direi di sì!), e ciò perché consente, grazie alla sua consistenza fisica, di toccare e odorare: toccare, cioè, come diceva Aristotele, arrivare alla verità, poiché questa è un toccare e un vedere; odorare, vale a dire immergersi nella meraviglia del sogno che inebria la mente, sentendo il profumo che emana da un libro intonso. Questo toccare e questo odorare sono capaci di connettere la conoscenza astratta alla concretezza, alla materialità.

Vedo molto male un mondo prossimo futuro in cui l’acquisizione del Sapere diventa un fatto automatico sia pure mediato dal senso critico che orienta nella ricerca. Perché la conoscenza ha il suo lato profondamente umano nella socialità e nella concretezza materiale, che solo il libro può dare. Lo so, anche il tablet è un oggetto materiale, ma a differenza del libro non ha odore, e non ci puoi “pasticciare” o annotare sopra -ah certo, di sicuro nel mercato comparirà anche un tablet del genere, anzi, c’è già…, ma, a parte l’odore, è una non trascurabile fonte di schizofrenia quella di “pasticciare” con una matita particolare un aggeggio elettronico pieno di luci, poiché la manualità della scrittura è un gesto antico e profondamente umano, che diventa astratto quando si applica al tablet, perché il tablet è solo bit di informazione.
Di sicuro però c’è che un testo digitale può essere modificato a piacere, e questo è un vantaggio non trascurabile per chi scrive. Io stesso mi trovo perfettamente a mio agio con la scrittura elettronica, e anzi dirò che addirittura sono più creativo quando uso il computer di quando scrivo a penna. E allora? Il riferimento alla scrittura era solo incidentale, non voleva essere una svalutazione del mezzo elettronico, che per fortuna abbiamo e dobbiamo e possiamo usare proficuamente. No, il discorso riguarda le capacità di “formazione” alla conoscenza degli apparati elettronici e il libro come formatore, non solo alla conoscenza ma anche alla vita. Ed emerge qui secondo me che il libro risulta fondamentale, e, ripeto, lo sarà ancora per molto tempo.

E poiché non credo che la realtà oggettiva abbia in sé delle contraddizioni ma supporti solo delle opposizioni (senza contraddizione) e dei contrasti -perché la contraddizione è lecita nell’arte e nel pensiero ma non nell’oggettività-, penso che bisogna ringraziare gli dèi per il fatto che abbiamo dei problemi da risolvere, come il problema della formazione, i soli capaci di dare un senso all’esistenza.

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