Contributi

Andare in carrozza. Una via narrativa per il coaching

di Francesco Varanini 28 dicembre 2015

Dante e Virgilio
A prima vista, la relazione tra Virgilio e Dante appare una buona metafora della relazione tra coach e cochee.
Virgilio fa da guida, accompagna Dante, senza sostituirsi a lui, lungo un cammino irto di difficoltà.

“Maestro mio”, diss’io, “or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?”.
E quelli a me: “Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!

Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche”.1
“Maestro mio”, dissi, “ora dimmi, cosa è mai questa fortuna di cui mi parli, questa fortuna che tiene tra i suoi artigli il mondo?” E lui mi rispose: “Oh creature sciocche, quale ignoranza offusca il vostro pensiero! Ti dirò cos’è la fortuna in parole povere, così come si imbocca un bambino incapace di mangiare da solo”.
Bella l’immagine: Dante chiede lumi al maestro: cosa è mai la ‘fortuna’ – potremmo dire la capacità di avere successo. E Virgilio spiega, usando parole adeguate all’ignoranza di Dante, così come si imbocca un bambino.
Dante e Virglilio sono ancora all’Inferno, il gran viaggio è solo agli inizi. Lungo tutto il viaggio Dante, chiede e Virgilio risponde, ammonisce, insegna.
fino alle soglie del Paradiso.

“Quel dolce pome che per tanti rami
cercando va la cura de’ mortali,
oggi porrà in pace le tue fami”
Virgilio inverso me queste cotali
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.
Tanto voler sopra voler mi venne
de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su ‘l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: “Il temporal foco e l’etterno
veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
dov’io per me più oltre non discerno.
Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.2

“Quel dolce frutto (la felicità terrena) che la cura (l’affanno) dei mortali va cercando tra i tanti rami, oggi sazierà la tua fame”. Virgilio mi rivolse queste parole, e mia ci furono doni altrettanto graditi. Mi prese allora un tale desiderio di essere in alto, oltre a quello che avevo, che ad ogni passo mi sentivo crescere le penne (mi sembrava di volare). E non appena fummo in cima, Virgilio mi guardò intensamente, dicendo: “Figlio, hai visto le pene eterne (dell’Inferno) e quelle temporanee (del Purgatorio), e sei giunto ora in un punto oltre il quale non sono in grado di guidarti. Ti ho portato fin qui con i miei insegnamenti, con il mio aiuto, prendi ora a guida il tuo piacere. Sei fuori dalle strade in salita, dalle strade strette. Vedi il sole che in fronte ti risplende, vedi l’erba, i fiori e i teneri arbusti che la terra, qui, produce spontaneamente. Finché non verranno da te i begli occhi (di Beatrice) che, piangendo, mi spinsero a soccorrerti, puoi sederti e camminare nell’erba, tra i fiori gli arbusti. Non aspettare più una mia parola o un mio cenno; il tuo arbitrio è libero, giusto e sano, per cui sarebbe un errore non agire in base ad esso: dunque, io ti incorono signore di te stesso”.
Beatrice è in fondo la committente, le cui aspettative hanno spinto Virgilio a guidare Dante nel viaggio. Dante ora, alle soglie del Paradiso, giunto ad un punto oltre il quale nessun maestro può accompagnarlo, è invitato a muoversi da solo. E’ chiamato ad assumersi in prima persona le sue responsabilità.
Questo, a prima vista, è un buon esempio di coaching.
Eppure a ben guardare, credo esista una differenza tra la relazione che lega Virgilio e Dante, e la relazione più virtuosa tra coach e cochee. Il coach, per come lo intendo io, più che ammonire e insegnare, si limita ad ascoltare, e a restituire al cochee, forse con una aggiunta di chiarezza, quello che ha ascoltato. Il coach, è, essenzialmente, un buon ascoltatore di narrazioni.

Il cocchiere
Vi propongo quindi ora, innanzitutto, una narrazione.
Mátyás Hunyádi, noto anche come Mattia Corvino, perché discendente per parte di madre da nobile famiglia forse risalente alla antica Roma, è incoronato nel 1458 re d’Ungheria. Concorrono la volontà del popolo ungherese e il sostegno del Papa, riconoscente nei confronti del padre, János, vincitore dei Turchi a Belgrado due anni prima. Il regno di Ungheria ha allora 450 anni di storia ed occupa un posto di rilevo nel contesto europeo. A Buda, la corte di Mattia -grande mecenate- è frequentata da umanisti e artisti, specialmente dopo il matrimonio con Beatrice d’Aragona, figlia di Ferdinando, re di Napoli.
Immaginate, in quegli anni, Kocs, villaggio a ottanta chilometri dalla capitale. Lì si costruivano da almeno cent’anni carri di grandi dimensioni, tiri a quattro destinati a lunghi viaggi, prevalentemente destinati al trasporto di persone.
Ai tempi di re Mattia Corvino i carrozzieri di Kocs godono di un primato tecnologico: casse sospese al telaio con cinghie e catene, ma anche sospensioni con molle di acciaio. Si producono così carrozze eleganti, molto diffuse presso le corti italiane. In latino: ungaricum currum (quem) kotczi vulgo vocant, poi cocius currus, e poi ancora currus kotsi. Kocsi szekér, ‘carri di Kocs’, in ungherese. E cocchio in italiano. Koc in ceco, Kutsche in tedesco, koetsin olandese, coche in francese e spagnolo. E in inglese coach.
L’uso del coche, o coach, si allarga presto ben oltre l’ambito aristocratico, con l’avvento dei servizi pubblici. La tecnologia messa a punto a Kocs sta alla base del successo della famiglia Thurn und Taxis (De la Tour et Taxis; Della Torre e Tasso – ad un ramo della famiglia apparteneva il poeta Torquato), che gestisce, dalla fine del 1400, i servizi postali nel Sacro Romano Impero, nei Paesi Bassi, in Borgogna, in Spagna. E poi nella Confederazione Tedesca fino al 1850, quando le carrozze a trazione animale iniziano ad essere sostituite dalle ferrovie.
E così, attorno al 1860 coach è è carrozza ferroviaria. Poi, con l’avvento dell’automobile, è ‘autocorriera, ‘autobus’. Intanto, il termine ha fatto la sua comparsa nello slang universitario. A Oxford, attorno al 1830, il coach è l’‘instructor’, il ‘trainer’, il ‘fellow’, il ‘tutor’. Chiamtelo come vi pare, ma insomma, è colui che ‘carries a student through an exam’, come un treno, o come una carrozza guidata daa un buon cocchiere. Si tratta di epiteto scherzoso e volutamente irriverente. Nelle università americane, attorno al 1850, lo slow coach è ‘a dull, stupid fellow’.Il senso positivo del ruolo si afferma con chiarezza solo quando, tra il 1860 e il 1880, coach passa a designare anche e specialmente l’allenatore sportivo.
Perciò non ditemi che manca la parola per dirlo in italiano. Anche quando un concetto ci pare intraducibile, esiste sempre una possibilità di tradurla. Cercare questa possibile traduzione è, in ogni caso, anche se finiamo su parole italiane che non ci convincono fino in fondo, un gesto virtuoso. Perché così ci allontaniamo dai luooghi comuni, ampliando la nostra comprensione del concetto. Quindi non ho niente in contrario ad accettare il prestito dall’inglese, coach, ma vi propongo anche un modo di dire italiano: cocchiere.
Se abbiamo un buon cocchiere, una buona guida, un maestro capace e allo stesso tempo rispettoso, anche di fronte alle difficoltà della vita e della carriera, andiamo, come si dice in carrozza.

Ascoltare narrazioni (e non parlate per favore di storytelling
L’“agire comunicativo” così come lo abbiamo definito a partire dalla riflessione di Jürgen Habermas (Habermas: 1981; Lyytinen: 1999); l’“agire formativo”, intendendo come formazione un approccio attivo che deriva dalle metodologie dell’attivismo pedagogico (Dewey: 1932) e del costruttivismo sociale (Brunner: 1990, Papert: 1980, 1993, 1999, Gardner: 1983); l’“agire organizzativo”, inteso come forma ristretta dell’agire comunicativo che può essere applicata all’interno dei contesti aziendali… forse di aspettavate un testo così, zeppo di citazioni legittimanti, di fonti autorevoli alle quali appoggiare il discorso che sto tentando di fare.
Ma non sono più capace di scrivere così, per mia fortuna. E poi, scrivere in quella maniera sarebbe negare il senso del coaching. Il coach non legge libri, ma ascolta, e conversa con chi narra.
Ora, credo sia giusto interrogarsi su come potremmo tradurre coach. Ma con molto più motivo dobbiamo criticare l’espressione inglese storytelling. Ed evitare appena possibile di usarla.
Meglio, molto meglio lo storytelling.
E’ impossibile non notare la contraddizione. Da un lato sosteniamo l’importanza delle storie, delle narrazione, dei racconti. Da quell’altro imbalsamiamo questi caldi testi –racconti autobiografici, barzellette, storielle, lettere…–. Li imbalsamiamo incapsulandoli in un contesto pseudoscientifico, sussumendoli a una definizione tecnica, espressa in inglese: storytelling, appunto.
Sapete come si traduce storyteller? Cantastorie. Ma a noi dire cantastorie ci pare termine troppo povero, troppo quotidiano, forse anche datato e nel tempo e certo lontano dalla modernità aziendale. Così ricorriamo all’inglese.
Ma notate come impongono differenti contesti percettivi storyteller e cantastorie. Lo storytelling, forse perché ci viene dall’America, attraverso accreditati saggi ed articoli pubblicati sulle riviste giuste, ci pare un serissimo approccio, degno di trovare posto nel quadro di quella disciplina che ci piace chiamare management.
Eppure noi, che siamo coach, ascoltiamo persone narrare delle proprie cose. Il cochee ci parla nel suo linguaggio quotidiano. Dobbiamo imparare ad ascoltare le sue storie, proprio come l’abitante di un villaggio, la sera, di fronte a un focolare, sa ascoltare il cantastorie.

Contro i guru
L’efficacia della relazione tra cochee e coach, secondo me, dipende dall’atteggiamento del coach: tutto sta nel tenersi lontano dall’ hybris, dall’arroganza.
E’ un atteggiamento che troppo spesso si manifesta nella formazione e nella consulenza. Troppo spesso il formatore ed il consulente resta chiuso in un atteggiamento di superiorità- come se dietro le parole restasse sempre presente un atteggiamento del tipo: ‘io so meglio di te cosa è meglio perte’, ‘tu sei diverso, ma io ti perdono’. L’autore della narrazione non è riconosciuto come autore, ma solo come fornitori di grezza materia prima. Il formatore ed il consulente non riesce a fare a meno di pensare: io sono colui che insegna, tu stattene lì buono nel tuo ruolo di discente.
Quando, in incontri con altri formatori o consulenti, accenno all’idea della rete di conoscenze –una rete alla quale tutti contribuiamo– incontro quasi sempre colleghi che reagiscono piccati: ‘Ma come, faccio questo lavoro da trent’anni’; ‘Non siamo tutti uguali’ (dove è implicito ‘io sono migliore’). Nessuno mette in dubbio le competenze, le capacità e le conoscenze di chi ha anni di professione alle spalle (anche se un po’ di autocritica non guasterebbe).
Ma resta incontestabile un dato di fatto: al persona che ho di fronte, sotto molti punti di vista potrebbe ‘dare lezione’ a me. E ancor più incontestabile resta un altro dato di fatto: almeno su un tema l’altro è certo più esperto di me: la sua vita.
Credo che l’atteggiamento arrogante, consapevole o meno, nei confronti della produzione dell’altro, sia una discriminante fondamentale. L’interpretazione è un’arte sottile. Il buon ascoltatore non si comporta così. Il buon coach non si comporta così.

Conoscenza, narrazione, ascolto
Ben più di discorsi calati dall’alto vale una storia tranquillamente narrata.
Per cogliere appieno il senso della narrazione è utile risalire alla radice.
La radice indoeuropea gn-gen-/gne-gno- parla di ‘accorgersi’, apprendere con l’intelletto’, ‘arrivare a sapere qualche cosa’ e quindi: ‘conoscere.
Da qui il sanscrito janati, ‘conosce’. In greco gignoskein, ‘conoscere’, gnosis, ‘conoscenza’. In latino co-gno-sco (dove co- sta per ‘con’, e -sco sta per ‘cominciare a’); gnarus, ‘che conosce’; notio, notitia, ‘conoscenza’. Nell’antico alto-tedesco dalla radice discendono solo verbi composti – -cnaen, -cnahen – ma è per questa via che arriva al tedesco moderno können, ‘sapere’, ‘potere’; e kennen, ‘conoscere’. Nell’antico inglese abbiamo invece gecnawan, poi cnawan, da cui know, ma anche l’ausiliario can, ‘sapere’, ‘potere’.
A knowledge, ‘act, state or fact of knowing’, si arriva (nel 1200) aggiungendo a cnawan -leacan, che ci parla dell’idea di ‘procedimento’, ‘messa in pratica’. C’è quindi, come già nel latino cognosco (‘comincio ad accorgermi’), un richiamo dell’aspetto dinamico, costruttivo: la conoscenza, infatti, non esiste a priori; può essere solo colta nel suo farsi, nel suo divenire.
E c’è anche a ben guardare l’idea del ‘sapere distintivo’, destinato a restare ‘riservato’, ‘segreto’. Non a caso nel 1200 knowledge stava anche per ‘confessione’: il knowledge è conoscenza che si ammette di possedere, ma che non si ‘divulga’. (L’idea del ‘riconoscimento’ e dell’ammissione’, persa da knowledge dopo il 1200, si ritrova nel 1400 in acknowledge).
Ma sempre, e in ogni occasione, non può bastare la conoscenza già codificata, proceduralizzata, contenuta in documenti, già detta e ridetta. La conoscenza più importante è quella nuova, quella che sta emergendo qui ed ora. Non a caso dalla stessa radice che ci parla di conoscenza, deriva, (attraverso gnarus) anche (g)narrare. Narrazione e conoscenza sono la stessa cosa. La narrazione è la forma attraverso la quale si manifesta la nuova conoscenza.
Ogni manager ed ogni lavoratore è un narratore, un cantastorie. Comunicazioni ufficiali dei manager, cose dette alla macchinetta del caffè, barzellette, tutto contribuisce a costruire senso. Anche se la narrazione di quel manager o di quel lavoratore sarà ridetta con parole più forbite da manager di più altro livello, o da un qualche consulente, resterà sempre la narrazione di quel manager o di quel lavoratore.
Importante quindi porre le persone di fronte alla loro responsabilità di narrare. Dante, arrivato al dunque, è solo con la sua responsabilità di narrare, di dire cose nuove. Ognuno narrando costruisce conoscenza. Ogni organizzazione può ben essere intesa come una ‘rete di storie’. Ogni Virgilio, a questo punto, ogni coach, ha la responsabilità di ascoltare. Affinché non vada dispersa di cui ogni manager è portatore – narrazione che è sempre un tentativo del manager di parlare del suo specifico, personale modo di di essere manager. Ascoltando con attenzione e partecipazione il coach mostra al coachee che conversa con lui il suo valore. Leggeri commenti del coach restituiscono al coachee il senso di ciò che lui, in quanto persona responsabile e attenta alla propria crescita, dice e fa.

1Dante, Divina Commedia, Inferno, VII, 67-72.

2 Dante, Divina Commedia, Purgatorio, XXVII, 115-142

Questo testo è un estratto da un capitolo che ho scritto per un libro collettivo: “Andare in carrozza. Una via narrativa per il coaching”, sta in Paolo Bruttini e Barbara Senerchia, Coaching: come trasformare individui e organizzazioni, Wolters Kluver.

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