Contributi

Zigmunt Bauman inedito

di Bruno Bonsignore 09 gennaio 2017

Quel signore che spunta  dalla porta scorrevole della dogana dietro al carrello senza bagagli, con solo una piccola borsa a mano, è Zygmunt Bauman, e mi individua  subito senza l’aiuto del libro che tengo in mano

col suo nome in copertina. Si ferma e s’inchina per salutarmi,  scusandosi con  enfasi ironica per avermi fatto attendere una ventina di minuti, dopo aver mandato sua moglie Janina in avanscoperta per rassicurarmi ch’erano arrivati.

Mi spiega che l’aereo per Milano ha aspettato loro ma non i bagagli, che sono rimasti ad Amsterdam, e così ha dovuto riempire un po’ di moduli per consentire la consegna in hotel l’indomani.  Mi sollecita a raggiungere un’area “smokers” e  appena fuori dal cancello cava di tasca la pipa  e da’ fuoco  al fornello pieno di Clan aspirando con gusto.

Sull’auto che ci porta da Malpensa a Milano io siedo di fianco al taxista, ed ho ancora in mano il libro con la  foto in copertina. L’autista la nota e mi chiede se il signore dietro è proprio quello della foto e io gli dico che sì è il professor Bauman, un passeggero famoso e prezioso e gli raccomando di guidare con prudenza. Mentre la moglie s’è assopita cedendo alla stanchezza e allo stress dei bagagli che non sono arrivati, dal sedile posteriore mi giunge la sua voce che osserva, con tono leggermente piccato, “vedo che hai trovato un buon compagno di conversazione….”

L’ho invitato da tempo a  tenere una lezione al master di Ethics Management e anche se è già al corrente del tema, mi chiede cortesemente se vi siano aspetti di particolare interesse per la docenza dell’indomani.

C’è emozione nell’aula riunita davanti a lui il mattino alle 9, ed è stato deciso di non tradurre per evitare di interromperlo, confidando nel suo inglese tranquillo e chiaro. Un’ora di lezione di vita, cioè di saper osservare per cercare di capire senza mai illudersi, avverte,  di avere capito. E con l’esortazione ai futuri manager ad accettare che nella realtà complessa della globalizzazione non c’è più la possibilità di controllare tutte le conseguenze delle nostre decisioni, e che dobbiamo rassegnarci a convivere col dubbio. E poi un’altra ora di domande, alle quali ci sono già  le risposte nei suoi libri, ma gli vengono fatte per assaporare la sua presenza fisica, la lucidità  e l’immediatezza nel correlare l’attualità di oggi con le intuizioni di Simmel, di cui si dichiara  umile discepolo.

Chi mi sta di fianco a cena e’ un grande saggio coi capelli bianchi che gli cerchiano il cranio e m’interroga sulla bontà di un vino rosso di cui ha sentito parlare,  si chiama “dolcetto” avvertendomi che non me lo chiede per farselo ordinare, ma io sono svelto a dirgli che dopo un più leggero grignolino è previsto proprio il dolcetto per accompagnare la prossima portata. Penso che mi piacerebbe passare con lui e magari pochi buoni amici qualche tranquilla, privilegiata giornata di conversazioni, anche nell’improbabile Leeds…

Il cameriere è consapevole di avere un personaggio al tavolo e quando sente che il professore abita a Leeds lo informa subito che il mese prossimo ci dovrà andare per un rally e così Bauman si alza, gli da’ il suo minuscolo biglietto da visita e lo invita ad andarlo a trovare! Allora penso che è proprio  dimostrata la tesi dei 6 gradi di separazione (o di vicinanza), io che ci ho messo quasi un anno per incontrare Bauman, inseguendolo nei vari congressi e appostandomi per potergli parlare brevemente, mentre al cameriere di Posillipo basta una cena per essere addirittura invitato a casa…

Ritorno ai momenti d’aula  e considero che Bauman   dice  cose che ho già letto  ma è come se  lavasse e stirasse per bene la tua cultura,  trasformandola in  un vestito comodo da indossare  per scoprire altri aspetti interessanti che non avevi colto e che non passano di moda,  e capisco che il professore ci consente di valorizzare quanto sappiamo e  al tempo stesso d’accorgerci di quanto sia relativa la conoscenza.

Così che quando  ripropone i suoi concetti   non da’ affatto la sensazione che  stia insegnando, lui guarda e osserva e parla a voce alta, sottolineando di quando in quando con un “ladies and gentlemen…” e una piccola pausa le affermazioni più significative, e dopo un po’ ti abitui alla sua straordinaria acutezza, alla semplicità con cui sviluppa dei pensieri complessi e te li porge. Al termine della lezione, prima che se n’impadronisse  una giornalista, gli ho detto  “professor there are a lot of people, young people all around you, sitting on the floor and  no phone buzzing, no conversations or loughs, nobody getting out while you are speaking …it sounds like they all love you, I think you should be proud of it…” Lui si schernisce e mi dice di non capire perché gli abbiano attribuito tutte quelle lauree e  riconoscimenti, ma gli occhi brillano quando sua moglie Janina ci informa che il prossimo 22 aprile l’Università  di Leeds  gli conferirà la Laurea Honoris Causa,  di questo lui e’ orgoglioso. E riconoscente, perché  è stata Leeds 35 anni fa ad ospitarlo e offrirgli un incarico all’università. Gli ho chiesto perché proprio a Leeds: “avevo terminato un breve incarico all’università di Londra ed ero senza impiego e leggo sul Daily Telegraph che ci sono offerte di lavoro, allora mi informo  e mi dicono che ci sarebbe un posto all’università di Leeds, e ci andiamo di corsa. Era una brutta città, grigia e piena di fabbriche, ma un po’ alla volta gli stabilimenti hanno chiuso, adesso  c’è il verde e si vive tranquilli, e poi non andiamo volentieri a Londra. L’aereo lo prendiamo a Leeds anche se ci sono pochi voli, ma l’aeroporto è piccolo e senza tutti quei  corridoi interminabili che non sai dove ti portano”.

Professor – ” …Bruno, you are not allowed anylonger to call me professor, I’m Zygmunt…”- , gli chiedo  se anche lui pensa, come Morin, che ci sia una sorta di “via Mediterranea” alla globalizzazione, un modo caratteristico e specifico del Sud, coi suoi  ritmi fisiologici, che sa prendersi il tempo per riflettere, per ridere, per informarsi dell’altro, per la convivialità e l’ironia  e non è ossessionato dal  dominio della ragione, della logica lineare e della velocità…

“Sì –mi risponde- credo che ci possa essere questa che chiami via, voi (del Sud) siete capaci, al contrario dei francesi, o dei tedeschi o degli inglesi, di accogliere l’altro, dico tutti quegli immigrati  che sbarcano  sulle vostre isole, senza pretendere, anzi senza aspettarvi che diventino necessariamente come voi, che acquisiscano la vostra cultura come una condizione senza la quale vanno rigettati indietro,  vedo i segni di questa nuova disponibilità. E non si tratta, come dici, di un melting pot, un punto di scambio e di fusione, vedo piuttosto un’apertura a convivere nella differenza”.

La cena finisce e Bauman  guadagna per primo la porta per accendersi la pipa, così ho ancora il tempo per un’ultima curiosità e gli chiedo  come passa la giornata e del suo orario di lavoro: scrive tanto, rilascia interviste, viaggia frequentemente in tutta Europa, di certo legge e guarda la televisione perché è informato su tutto, anche delle  vicende italiane come l’ultimo sciopero generale proprio il giorno del suo arrivo;

“Sono come Venere,  che è visibile sia al mattino, prima che sorga il sole, che a sera,  dopo il tramonto. Gli antichi non avevano capito che si trattava dello stesso corpo celeste in due posizioni diverse e chiamavano il primo Phosphorus e il secondo Vesper. Ebbene io sono un tipo Fosforo, mi alzo alle 6 e lavoro fin verso le 11 o mezzogiorno, poi basta, mi riposo,  leggo, faccio altro o guardo un po’ di televisione, la sera mangiamo alle 7, un pasto leggero e alle 11 siamo già a letto”.

All’abbraccio della buona notte mi regala questa dedica sul libro che sventolavo all’aeroporto con la sua foto in copertina:

“to signor Bonsignore, in memory of unforgettable – fascinating – stimulating meeting in Milano”.

Grazie Zygmunt.

Qualche domanda, qualche risposta

La giornata che Zygmunt Bauman ha dedicato ad AssoEtica (1) inizia di buon mattino, in una saletta riservata dell’hotel Galileo in cui é stato allestito il collegamento di Radio24 con lo studio centrale. Il direttore Santalmassi segue in cuffia le notizie dell’attentato ai nostri soldati a Nassiriya, che stravolge la scaletta della trasmissione. Bauman é visibilmente scosso e, approfittando del tempo necessario all’interprete per tradurre le sue risposte, mi chiede di aggiornarlo.

Il suo concetto di modernità liquida -declinato in diverse pubblicazioni dedicate all’amore, alla vita, alla società- è ormai ampiamente conosciuto e condiviso per cui si può puntare direttamente a commentare il titolo della docenza che il professore terrà nel pomeriggio per il nostro Corso di Alta Formazione in Business Ethics Management: Universal Sun and Domestic Lamp. Ovvero quale e quanta parte del Sole Universale, cioè di quel “sol dell’avvenire” della popolare canzone che simboleggia la promessa socialista di benessere per tutti, si è poi effettivamente concretizzata nelle case di tutti, almeno in un lucignolo di calore?

Chiedo: “professor Bauman lei si considera socialista?” e lui motiva subito la sua risposta affermativa: “credo che i problemi delle differenze, della povertà economica ma anche culturale, della salute e del bisogno di una soglia minima di dignità di vita e di giustizia sociale debba essere a carico dell’intera comunità e quindi dello Stato, e questo lo considero socialismo”. Bauman prosegue sottolineando con lucidità la perdita di potere politico da parte dei singoli Stati, trascinati dalla globalizzazione a delegare i rispettivi ruoli nazionali a un’entità centrale superiore –globale- che però non esiste! “La global humanity che già possiamo individuare ha bisogno di un’autorità universale che invece non è ancora stata creata. Si è cercato di ipotizzare”, annota Bauman, “un Parlamento Mondiale ma ci si è fermati al primo ostacolo, il criterio di rappresentanza: se si prevedono ad esempio 20 italiani, 20 francesi, 25 tedeschi e altrettanti inglesi, si dovrebbero eleggere 120 statunitensi, altrettanti russi e allora almeno 500 indiani e quasi 700 cinesi…. un’ ipotesi che ovviamente non sta bene a nessuno dei cosiddetti grandi”.

Bauman insiste sul ruolo centrale di guida che si deve assumere l’Europa e allora gli chiedo di precisare cosa dovrebbe fare il Vecchio Continente:

“Cos’ha da offrire al mondo per contribuire a risolvere i problemi creati dalla globalizzazione? “

“Può dare quello che ha imparato nei secoli e sulla sua pelle: l’arte di vivere nelle diversità linguistiche e culturali. L’Europa ha da sempre bisogno di convivere con la diversità, con le differenze, che sono anche straordinarie ricchezze creative che possono essere condivise con tutti gli altri, innanzitutto accettandole. Ladies and gentlemen -soggiunge con finta enfasi l’anziano signore accalorandosi- qualche secolo fa il nostro continente si limitava a due comportamenti, quello antropofago –mangiare nel senso di accogliere- e quello del rifiuto, respingere, vomitare il diverso. Ma il presupposto dell’accettazione, sottolinea Lévi-Strauss, è pur sempre quello del sì ti accetto ma a condizione che tu diventi come me. Adesso, Hans Georg Gadamer ci insegna che è venuto il tempo di accettare l’altro nella sua diversità, per diventare uno di noi ma non necessariamente uno uguale a noi. E’ solo lasciando che l’altro resti com’è o meglio sia se stesso che possiamo scoprire e valorizzare la differenza creativa; ecco l’Europa può essere vista come una vera e propria scuola per il resto del mondo”.

“Se rispettiamo il concetto di amicizia, scopriamo che non si creano problemi a causa della differenza: invece di continuare a ritirarci in noi stessi e quindi a separarci dall’altro, esasperando la competizione, possiamo scegliere una seconda opzione, quella di una ambizione globale, la global responsibility. L’Europa ha saputo passare dalla logica frammentata dei comuni a quella delle regioni e poi della nazione, e adesso è chiamata ad andare oltre, a organizzare la global humanity…”

Chiedo “come si fa a realizzare un simile obiettivo?”

“Certo, dipende da come i singoli Paesi decidono di aderire al progetto, e se non partecipano tutti, qualsiasi sforzo degli altri sarà inutile. Si porta ad esempio il fallimento delle Nazioni Unite, ma si dimentica che se sono state create con un obiettivo esattamente opposto a quello che ho teorizzato prima, e cioè quello di difendere la territorialità sovrana di ogni nazione aderente! Rinforzare la sovranità nazionale di ogni stato membro non è esattamente creare una sola e superiore sovranità globale!”

Insisto: “ma perché i singoli stati dovrebbero abdicare alla propria sovranità a beneficio di una entità utopica?”

“L’utopia ha un prezzo, si tratta di capire e calcolare quanto ci costa, ogni giorno, continuare a sbagliare, in termini di appiattimento culturale, abbrutimento individuale, devastazione ambientale, perdite di vite umane… Continuare a promuovere l’aumento del PIL, come dite in italiano, è impresa vana perché è inutile illudersi, certi livelli di benessere, che nei Paesi più ricchi e fortunati è assai elevato e diffuso, non sono assolutamente universali, voglio dire che non sono esportabili e quindi continueranno a dividerci sempre più e questo impedisce l’unica via di salvezza che vedo: aiutare ad assumersi la responsabilità, non solo la nostra ma anche, per quanto ci è possibile, quella degli altri. Il problema non sta nel fatto che non sappiamo cosa fare per perseguire il principio fondamentale di un ‘consensus universale’, anzi. Sappiamo benissimo cosa dovremmo fare ma anziché orientare il nostro comportamento in modo coerente, andiamo proprio nella direzione opposta “.

“Professor Bauman, anche quando riuscissimo a comportarci in modo coerente,come facciamo a fare in modo che gli altri –il resto del mondo insomma- accettino quello che l’Europa vuole offrire?”

“la soluzione è la stessa da sempre, basta rifarci alla vecchia idea di Repubblica: tutti sono uguali davanti alla legge, dobbiamo solo metterci d’accordo su quale sia la legge che tutti devono rispettare… Appare un’impresa impossibile, e forse lo è, ma la mia principale soddisfazione, adesso che ho 81 anni, è andare in giro per l’Europa,parlare e farmi ascoltare specialmente dai giovani ed esortarli a costruire l’edificio universale, e quando sembra che le scale siano finite, allora dobbiamo metterci a costruire un altro piano, e poi un altro e un altro ancora, in modo da avere sempre delle rampe da salire, perché fino a quando non smetti di costruire nuovi piani, anche le scale non finiranno….”.

Zygmunt Bauman, scomparso oggi, 9 gennaio 2017,  aveva partecipato a Milano ad attività organizzate da Assoetica il 26-30 marzo 2004.
Questo testo si compone di due articoli di Bruno Bonsignore, fondatore e presidente di Assoetica, scomparso l’estate scorsa, già apparsi su qui su Bloom! l’1 maggio 2006 e il 24 maggio 2006.

(1) La lezione di Zygmunt Bauman al Master di Assoetica si trova nel libro: Bruno Bonsignore e Francesco Varanini (a cura di), Un’etica per manager. Dieci lezioni magistrali, Guerini e Associati, 2010.

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www.assoetica.it, http://www.doppiabi.com/

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