Contributi

Il lavoro nobilita l’uomo e le macchine lo mobilitano?

di Luigi Adamuccio 27 luglio 2017

“Una macchina può fare il lavoro di cinquanta uomini ordinari,
ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario”
Elbert Green Hubbard

“La tecnologia dovrebbe migliorare la tua vita, non diventare la tua vita”
Harvey B. Mackay

Il rapporto uomo macchina
Durante la prima rivoluzione industriale, degli operai inglesi minacciarono di gettare le macchine nel Tamigi perché toglievano posti di lavoro.
L’automazione, guidata dai progressi tecnologici, la robotica e, più ampiamente, l’intelligenza artificiale, in un mercato che tende sempre più ad una graduale espulsione dell’uomo ed alla sua sostituzione con le macchine, scatenano ancora paure ed esercitano ancora un certo peso sul lavoratore e sul lavoro eseguito dall’uomo.
Nella vita dell’uomo il lavoro è indispensabile per la sua crescita ed il suo completo sviluppo.
L’importanza del lavoro nella vita, sia individuale che sociale, è, infatti, fuori discussione: il contatto quotidiano con impegni precisi, con problemi continui, sviluppa nell’uomo, tra l’altro, il senso del dovere; tutti conoscono, al contrario, le conseguenze deleterie dell’inattività e dell’ozio. Sotto l’aspetto sociale ed economico, tanti sono i beni che il lavoro produce e, quindi, grande è il benessere che comporta.
A conferire dignità al lavoro dell’uomo sono l’impegno personale, lo sviluppo economico e l’avanzamento sociale: l’operosità consente una maggiore agiatezza, uno standard più elevato di vita ed assicura alla famiglia ed alla comunità di appartenenza un avvenire sicuro.
Si dice che il lavoro nobiliti l’uomo perché rappresenta il mezzo per fargli guadagnare onestamente il denaro, per farlo vivere e farlo realizzare.
Anche sostenuto a ritmi elevati, il lavoro può sempre avere effetti positivi, il così detto “eustress” o “stress buono”. E’ quella “carica” o “tensione” che, nella nostra quotidianità, ci aiuta ad affrontare e superare le varie difficoltà che il lavoro ci pone, come, ad esempio, una maggiore responsabilità in qualche nuovo ambito, più progetti impegnativi portati avanti in contemporanea e che, una volta portati a compimento, ci faranno sentire più soddisfatti e con un più alto grado di autostima.
Il progresso scientifico e, soprattutto, quello tecnologico tendono a far diminuire il lavoro manuale diretto dell’uomo e, quindi, ad alleviarne la fatica. E’, tra l’altro, il motore dello sviluppo economico.
Ma tende a risparmiare operatori ed a limitare qua e là la necessità di nuove assunzioni, costringendo noi tutti a fare i conti con l’occupazione.
Non è un caso, infatti, che uno studio del Fondo Monetario Internazionale del 2015 abbia concluso che il progresso tecnologico è stata una delle principali cause della crescita delle disuguaglianze registrata negli ultimi decenni.
Attualmente il mondo del business è, purtroppo, caratterizzato da globalizzazione, competizione intensa, riduzione degli organici al minimo, comunicazioni istantanee e avvenimenti inaspettati.
Il cambiamento sempre più rapido del contesto lavorativo e, con avvento dell’ICT, l’uso sempre più diffuso ed intenso della tecnologia (soprattutto informatica) hanno giocoforza portato le aziende a riconsiderare il loro assetto organizzativo alla ricerca di sempre più risicati margini di efficienza.
L’evoluzione è verso modelli più orientati al cliente, con collaboratori sempre più “networked workers” (lavoratori collegati in rete), che utilizzano la rete internet e le tecnologie mobili non solo sul posto di lavoro e presso il cliente, ma anche a casa, con un tempo dedicato al lavoro che non si esaurisce nelle ore d’ufficio, ma si estende all’ambito domestico, quando bisognerebbe riposare o ci si dovrebbe dedicare alla famiglia o, più in generale, alla vita privata.

Vecchie preoccupazioni per la nuova tecnologia: la sindrome di John Henry
Il termine automazione pare sia stato introdotto per la prima volta nel 1946 da un uomo della Ford Motor Company, un tal Harder, per indicare globalmente un complesso di macchine in sperimentazione che servivano per trasferire automaticamente i blocchi motore ed i grandi pezzi stampati dal luogo di fabbricazione a quello di montaggio. Successivamente il termine fu esteso fino a comprende qualsiasi sistema di produzione organizzato in modo che i materiali passino attraverso tutte le fasi di lavorazione seguendo un ordine cronologico predeterminato, senza richiedere alcun intervento manuale di comando o di assistenza da parte di un operatore (1).
Ma già duemilaquattrocento anni fa, Archita (428 a.C. – 360 a C.), filosofo, matematico e politico dell’antica Grecia, realizzò un’apparecchiatura, un uccello meccanico, che possiamo considerare il progenitore di tutte le macchine automatiche: la famosa “colomba di Archita”.
Si trattava di una colomba di legno, vuota all’interno, che veniva riempita con dell’aria compressa.
Funzionava pressappoco così.
Aveva una valvola che, grazie a dei contrappesi, veniva aperta e chiusa. Messa su di un albero, la colomba volava da un ramo all’altro grazie a questa valvola. Quando la valvola si apriva, la fuoruscita dell’aria provocava l’ascensione della colomba. Quando questa giungeva all’altro ramo, la valvola si chiudeva da sé, o veniva chiusa da chi muoveva i contrappesi; il volo di ramo in ramo terminava una volta fuoruscita tutta l’aria compressa di cui la colomba era stata riempita.
L’automazione è uno dei fenomeni tipici dello sviluppo industriale e porta al trasferimento di operazioni sempre più delicate e complesse dall’uomo a macchine sempre più sofisticate, in grado di svolgerle contemporaneamente, in maggior numero e con la massima precisione.
Grazie all’automazione è possibile ridurre i costi di produzione, soprattutto sotto la voce “costo del personale” per via del numero crescente di lavoratori non più necessari in molte fasi del processo produttivo.
L’automazione, dunque, ha anche gravi ripercussioni sociali perché causa la disoccupazione di grandi masse di operai che non possono essere assorbite da altri settori.
Questo fatto spaventa, ovviamente, il lavoratore, il quale si domanda quale possa essere il suo destino quando il mondo del lavoro sarà via via organizzato in modo tale da non avere più bisogno del suo apporto.
Il rischio è che si possa cadere in quella che potremmo chiamare la “sindrome di John Henry”.
Ma chi era John Henry?

Per dare una risposta occorre recuperare un canto, di autore sconosciuto, riportato da Roberto Leydi (2) nel suo saggio Eroi e fuorilegge nella ballata popolare americana (3).
Come gran parte della produzione poetica popolare, questo canto americano si ispira ad un fatto realmente accaduto: intorno al 1870, in Virginia, durante i lavori per la costruzione di una linea ferroviaria, venne introdotto per la prima volta il martello pneumatico al posto di quello classico maneggiato dagli operai.
John Henry, un uomo di colore molto robusto, visse questa svolta come una minaccia del proprio posto di lavoro e scommise che sarebbe stato più veloce del nuovo strumento, facendo molto di più nello stesso tempo.
In mezz’ora circa John, utilizzando due martelli pesanti, riuscì a scavare due buchi profondi ben due metri ciascuno, mentre il martello pneumatico si fermò ad un solo buco di due metri e mezzo.
John vinse la scommessa con la nuova macchina, ma l’enorme sforzo al quale si sottopose gli fu fatale.
Questo il testo del canto popolare.

Il caposquadra disse a John Henry:
– Mi porteranno una perforatrice a vapore,
porteremo questa perforatrice sul posto dove lavoriamo,
e dobbiamo buttar via quei martelli,
Signore, Signore, dobbiamo buttar via quei martelli.

John Henry disse al suo caposquadra
e c’era luce nei suoi occhi:
– Capo, scommetti su di me il tuo ultimo centesimo,
perché io la batterò, alla fine, o morirò,
Signore, Signore, la batterò, alla fine, o morirò.

Il sole splendeva, caldo e bruciante,
non c’era neppure un filo di vento,
il sudore colava come acqua da una collina,
il giorno in cui John Henry fece cader il suo martello,
Signore, Signore, il giorno in cui John Henry
fece cader il suo martello.

John Henry andò al tunnel,
lo misero in posizione innanzi alla roccia,
la roccia così alta, John Henry così piccolo,
appoggiò a terra il martello e gridò.

John Henry partì sulla destra,
la perforatrice a vapore partì sulla sinistra:
– Prima che io conceda a questa perforatrice di battermi,
picchierò come un pazzo fino a morire,
Signore, Signore, picchierò come un pazzo fino a morire.

Il bianco disse a John Henry:
– Negro, ti dannerai l’anima,
riuscirai a battere questa mia perforatrice
quando le rocce di questa montagna diventeranno d’oro,
Signore, Signore, quando le rocce di questa montagna diventeranno d’oro.

John Henry disse al suo compagno:
– Negro, perché non canti?
Sono dodici once che i miei fianchi alzano e battono,
ascolta il suono del freddo acciaio,
Signore, Signore, ascolta il suono del freddo acciaio.

Il caposquadra disse a John Henry:
– Credo che questa montagna finirà per sprofondare.
John Henry disse al suo caposquadra:
– Non ho che il mio martello che mi possa far vincere,
Signore, Signore, non ho che il mio martello che mi possa far vincere.

John Henry disse al suo compagno:
– Amico, è meglio che tu preghi,
perché se mi scappa questo martello lungo sei piedi,
domani sarà il giorno della tua sepoltura,
Signore, Signore, domani sarà il giorno della tua sepoltura.

John Henry disse al suo caposquadra:
– Guarda laggiù cosa vedo,
la tua perforatrice è rotta, il tuo buco è ostruito,
tu non puoi battere un martello come faccio io,
Signore, Signore, tu non puoi battere un martello come faccio io.

L’uomo che ha inventato la perforatrice a vapore
pensava di essere un cervello fino.
John Henry scavò quindici piedi,
la perforatrice ne scavò soltanto nove,
Signore, Signore, la perforatrice ne scavò soltanto nove.

Il martello che John Henry agitava,
pesava oltre nove once;
si ruppe una costola dalla parte sinistra,
l’arnese gli cascò in terra,
Signore, Signore, l’arnese gli cascò in terra.

John Henry percuoteva la montagna
e il suo martello faceva scintille,
battè tanto forte che il suo povero cuore si ruppe,
lasciò cadere il martello e morì …
Portarono John Henry al cimitero,
e lo seppellirono nella sabbia,
e ogni locomotiva che si trovò a passare di là
disse: – Laggiù riposa un grande sterratore,
Signore, Signore, laggiù riposa un grande sterratore.

L’insegnamento che dovremmo trarre da questo canto è che il rapporto con le macchine non deve essere vissuto come una sfida all’ultimo sangue, bensì come una opportunità. In esso, invece, con la sua semplicità ed ingenuità, è evidente una diffidenza dell’uomo nei confronti delle macchine che lo stanno progressivamente sostituendo.
Nella ballata, temporalmente collocabile nel periodo iniziale della nostra era così meccanizzata, viene espressa una vera e propria ribellione nei confronti del progresso tecnologico.
Ma l’uomo non dovrebbe essere contento di venire sollevato dalla fatica che il lavoro manuale comporta?
O forse pensa che finirà per farsi prendere la mano dalle stesse macchine che progetta e costruisce, tanto da divenirne schiavo?
Perché l’uomo si ribella? Le macchine possono essere una minaccia per l’umanità o sono di aiuto all’uomo?
Se da un lato il mondo del lavoro sarà sempre più permeato da tecnologia, informatica e robotica, dall’altro aumenterà il numero del personale addetto alla manutenzione delle macchine e nasceranno nuovi generi di lavoro che richiederanno diverse e maggiori capacità agli operatori.
Ci sarà anche una crescente richiesta di professionalità, che diventeranno più preziose, basate su competenze umane che le macchine non possono sostituire.
Con il termine “macchina” o, più ampiamente, con quello di “automazione” si intende tutta la tecnologia, più o meno sofisticata, impiegata per gestire attività e processi.
Il suo impiego nell’esecuzione di operazioni, semplici e ripetitive o, indifferentemente, complesse, ha, tra l’altro, l’obiettivo di destinare la persona ad attività più qualificanti.
Automazione e progresso tecnologico, con molti degli effetti positivi descritti nel mio libro di prossima pubblicazione in autunno (4), potrebbero benissimo essere paragonati all’alta marea, ma ad un’alta marea non in grado di sollevare tutte le barche allo stesso modo. Automazione e progresso tecnologico, se da una parte distruggono posti di lavoro, dall’altra ne creano; se da un lato generano sempre più situazioni di stress correlate all’uso delle nuove tecnologie, dall’altro aumentano innegabilmente la produttività di ciascuno di noi.

Note.
(1) Enciclopedia Motta, Volume secondo, Federico Motta Editore, Milano, 1968.
(2) Roberto Leydi (1928 – 2003) etnomusicologo italiano che, a partire dalla metà degli anni cinquanta, aveva concentrato la sua esperienza di ricerca e studio sulla musica popolare e la storia sociale.
(3) Roberto Leydi, Eroi e fuorilegge nella ballata popolare americana, Piccola biblioteca Ricordi, Milano, 1958.
(4) Luigi Adamuccio, Persone, valori, obiettivi, risultati. Verso organizzazioni aziendali costruite per produrre ricchezza e non per dissipare risorse economiche e sociali, Fausto Lupetti, Bologna, 2017.

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In Banca Popolare Pugliese, per più di venti anni, si è occupato di organizzazione aziendale e di processi operativi e gestionali. E’ autore di due libri e di articoli dal contenuto tecnico per riviste specialistiche. Ha organizzato e preso parte, anche come relatore, ad una serie di incontri-convegno su argomenti sempre legati a problematiche organizzative. All’attività in azienda associa la docenza di organizzazione aziendale presso AFORISMA, dove è anche componente del relativo Comitato Tecnico Scientifico. Da giugno 2012 è "Ethics Officer onorario" e "Referente regionale" per la Puglia di Assoetica. Dal 2015 è membro del Consiglio Direttivo di AIF – Associazione Italiana Formatori - Delegazione di Puglia e Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione delle due società facenti parte del Gruppo Banca Popolare Pugliese. Dal 2017 è Formatore manageriale specialista qualificato APAFORM - Livello EQF 6.

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