Contributi

Il luddismo come monito. Un articolo scritto da un essere umano e destinato ad essere letto da esseri umani

di Francesco Varanini 15 luglio 2017

Io che scrivo questo articolo sono una persona umana e voi che mi leggete siete persone umane. Questa affermazione, fino a non molti anni fa, sarebbe parsa gratuita o peregrina. Non lo è oggi, quando noi esseri umani ci troviamo a convivere con macchine in grado, si sostiene, di agire -forse già oggi, e certo in un imminente domani- in modo del tutto autonomo. Senza intervento umano. In modo indipendente dall’agire umano. Sostituendosi all’uomo.
Certamente esistono già oggi macchine in grado di leggere questo articolo, il cui contenuto andrà così ad aggiungersi qualche conglomerato di quella sterminata massa di informazioni che si usa chiamare Big Data. E dobbiamo anche ammettere che possa già oggi esistere una macchina capace di scrivere un articolo simile a questo.
Il mondo in cui l’uomo vive non è più quello di prima da quando è stato invaso dalle macchine dette computer. La Digital Disruption -il passaggio che ci porta a convivere con computer, tablet e smartphone, e che ci porta a vivere e lavorare nella Rete- è un avvenimento storico indiscutibile.
Siamo bombardati con notizie che parlano di Sistemi cognitivi che pubblicano libri di poesie, e sconfiggono i migliori campioni umani a scacchi a Go, a poker, a Rischiatutto ed in ogni tipo di videogioco. Ci viene raccontato un futuro di progresso. Progresso che passa attraverso Artificial Intelligence, Machine Learning, Internet of Things, Big Data, fabbrica 4.0. Macchine che imparano da sole, automobili che si guidano da sole, robot in ogni posto di lavoro.
Ci viene raccontata la costante accelerazione -accelerazione che sembra irreversibile- nel trasferimento delle attività umane alle macchine. Fino a profezie ridicolmente precise: tra 45 anni, si sente dire, i computer saranno meglio di noi in ogni campo. E tra 120 anni tutti i lavori potrebbero essere automatizzati. Tra 11 anni i computer produrranno canzoni in grado di entrare tra le 40 più ascoltate negli USA, sconfiggeranno i mezzofondisti umani sui 5.000 metri. Tra 15 anni i robot lavoreranno come commessi in un negozio, entro 33 anni scriveranno romanzi che diverranno best seller. Nel 2053 sostituiranno i chirurghi umani.
Dobbiamo dunque cogliere le virtù di questo cambiamento. Le macchine alleviano la fatica del lavoro. Consentono la produzione di massa a basso costo di beni materiali. Mettono a disposizione di ogni cittadino del pianeta nuovi servizi. Ci garantiscono l’accesso a fonti di conoscenza prima inattingibili. Ci permettono di entrare a far parte di reti sociali che allargano i nostri orizzonti.
Anche l’ibridazione con il nostro stesso corpo con i computer porta con sé grandi vantaggi. Sofisticati supporti aiutano la nostra memoria, ci accompagnano nel pensare e nel prendere decisioni, ci permettono di svolgere lavori impossibili per le nostre mani. Possiamo con motivo chiamare computer anche le protesi che aiutano il corpo umano a funzionare: i sostegni al funzionamento del cuore e dell’udito, o degli arti in un corpo lesionato.

Eppure non possiamo non essere inquieti di fronte al modo in cui questa Nuova Civiltà delle Macchine ci viene presentata. Troppo spesso si parla con leggerezza, in articoli scientifici così come in reportage giornalistici, di un inevitabile avvenire dove il lavoro umano tenderà a scomparire, ed il mondo sarà governato da Macchine Intelligenti ed Autonome.
Costante in questa narrazione conformista è l’attenzione ai dettagli, cui corrisponde una rinuncia ad uno sguardo d’insieme, ad una lettura critica. Si dà per scontato che il carro della storia sia lanciato in una certa direzione. Si impone d’autorità l’inevitabile presenza di una linea evolutiva. A quanto pare da questi studi, l’uomo, incolpevole ed irresponsabile, si trova di fronte ad un Fato Tecnologico a cospetto del quale nulla può fare se non aderire.
Si sente la mancanza di interpretazioni, di lettura storiche e critiche. E’ facile trincerarsi dietro la complessità del quadro, finendo con dire che data la complessità delle tecnologie in gioco, dobbiamo affidarci ai tecnologi. E’ facile limitarsi a dire con fatalismo: ‘per una decina, o forse una cinquantina d’anni, l’uomo avrà ancora il suo spazio’. E ancora più facile è limitarsi ad osservare la scena dicendosi: ‘se tutto questo è un bene o un male, lo scopriremo vivendo’.
Ma l’essere umano che non rinuncia a pensare, non può limitarsi a queste banali affermazioni.
Accettare il dominio di una macchina; accettare questo modo riduttivo di concepire il futuro è rinunciare alla ricchezza, alla bellezza del pensiero umano.
E’ importante narrare di questioni inerenti alla tecnologia senza subire come inevitabile il lessico usato dai tecnologi. Dobbiamo sfuggire alla trappola di specialisti che impongono un lessico, per poi criticare il ragionamento che proponiamo in base all’uso a loro dire impreciso di quel lessico.
Anche di fronte ai problemi complessi che ci inquietano, possiamo tenerci lontani dal dirci: ‘è troppo difficile per me; meglio affidarsi ad una macchina intelligente’. C’è un confine sottile ma netto tra una macchina che accompagna l’uomo, rinforzandone il pensiero, e una macchina che sostituisce l’uomo.

Persone umane e persone elettroniche
Se credete che la mia inquietudine sia eccessiva, se credete che sia prematuro preoccuparci dell’autonomo agire di sistemi ciberfisici, di sistemi autonomi, di robot autonomi intelligenti e delle loro sottocategorie, vi rimando alla risoluzione votata di recente dai rappresentanti di una particolare comunità di esseri umani alla quale io, e credo anche voi che leggete, apparteniamo: la Comunità Europea. Sto parlando della Risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017 recante raccomandazioni alla Commissione concernenti norme di diritto civile sulla robotica.
La risoluzione si fonda sulla constatazione che, cito alla lettera, “dal mostro di Frankenstein ideato da Mary Shelley al mito classico di Pigmalione, passando per la storia del Golem di Praga e il robot di Karel Čapek, che ha coniato la parola, gli esseri umani hanno fantasticato sulla possibilità di costruire macchine intelligenti, spesso androidi con caratteristiche umane”.
Si sostiene quindi che “l’umanità si trova ora sulla soglia di un’era nella quale robot, bot, androidi e altre manifestazioni dell’intelligenza artificiale sembrano sul punto di avviare una nuova rivoluzione industriale, suscettibile di toccare tutti gli strati sociali”.
Si citano poi le note leggi di Asimov. (0) Un robot non può recare danno all’umanità, né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, l’umanità riceva danno. (1) Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. (2) Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge. (3) Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge. ((Le tre leggi sono formulate in un racconto del 1940; la legge zero è aggiunta nel 1985).
Si afferma nella Risoluzione del Parlamento Europeo l’intenzione di voler “configurare la rivoluzione tecnologica in modo che essa serva l’umanità e affinché i benefici della robotica avanzata e dell’intelligenza artificiale siano ampiamente condivisi, evitando per quanto possibile potenziali insidie”.
Ti tenta anche di mantenere, con qualche imbarazzo, un equilibrio tra “le le implicazioni e le conseguenze etiche” senza ostacolare l’innovazione e l’esigenza di garantire “che l’innovazione non sia soffocata”. (Mi immagino qui il difficile lavoro del legislatore, alle prese con due diverse lobby dai contrapposti interessi: etica sì, purché resti campo d’azione per ricercatori e per imprese del settore).
Il Parlamento arriva così, sulla base di queste motivazione, ad invitare la Commissione -e cioè il potere esecutivo dell’Unione Europea- a considerare “l’istituzione di uno status giuridico specifico per i robot nel lungo termine, di modo che almeno i robot autonomi più sofisticati possano essere considerati come persone elettroniche responsabili di risarcire qualsiasi danno da loro causato, nonché eventualmente il riconoscimento della personalità elettronica dei robot che prendono decisioni autonome o che interagiscono in modo indipendente con terzi”.

Uomini che prendono a calci le macchine
Avrete notato che i membri del Parlamento Europeo, per orientarsi in questo terreno infido, citano due narratori. Isaac Asimov, maestro della fantascienza, e Mary Shelley, autrice di Frankenstein; or, the modern Prometheus (1818). I narratori sanno parlarci dei sogni e dei timori dell’uomo. Scienziati, tecnici e matematici cercano invece logica ed esattezza, e ignorano perciò sogni e timori dell’uomo: materiale spurio che appare loro impossibile da maneggiare. Scelgo qui la via della narrazione. Vi invito a seguirmi in un viaggio a ritroso. Giusto duecento anni fa Mary Shelley, neanche ventenne, scriveva per noi. Erano, non a caso, anni in cui il lavoro umano era messo in discussione, offeso, violato, dall’avvento di macchine meravigliose.
Non è una novità L’uomo ha sempre usato macchine. Basti ricordare che per dar nome ad un generalissimo concetto che riguarda la vita umana -l’idea del tornare, del ritorno: l’idea che sta al centro dell’Odissea di Omero- usiamo una parola che ci parla di una macchina: il tornio. Greco tórnos, latino tornus. Noi umani usiamo la ruota del vasaio, il primo il tornio -la macchina che girando su sul proprio asse accompagna l’uomo nella costruzione di manufatti- da almeno quattromila anni avanti Cristo.
Il tornio è macchina progettata dall’uomo esperto del lavoro per alleviare la propria fatica e per migliorare la qualità dell’opera. Ancora agli albori della Rivoluzione Industriale, nella seconda metà del 1700, come ci ricorda Adam Smith, “gran parte delle macchine” erano “invenzioni di operai comuni, i quali, ciascuno essendo addetto a qualche operazione semplicissima, volsero naturalmente la loro attenzione a trovare metodi pi facili e più rapidi per eseguirla” (The Wealth of Nations, 1776, Libro I, Cap. I). Non c’è soluzione di continuità tra il modo di intendere la macchina di Smith ed il modo in cui Marx ne parlerà, quasi cent’anni dopo. Le macchine, scrive Marx sono “prodotti dell’industria umana; materiale naturale, trasformato in strumenti della volontà umana sulla natura, o della azione umana sulla natura” (Grundrisse, nota scritta nel 1858).
La macchina è incontestabilmente ‘prodotto dell’industria umana’. Eppure due secoli fa la macchina inizia ad apparire all’uomo come presenza altra, minacciosamente contrapposta all’uomo.
La Ricchezza delle Nazioni di Smith esce nel 1776. Tre anni dopo, secondo una tradizione popolare non provata storicamente, a Nottingham l’operaio Ned Ludd, o forse Edward Ludlam, fracassa a martellate un telaio. La macchina, qui, non appare più all’uomo come strumento al suo servizio, estensione della sua mente e del suo corpo. Appare invece come cosa che si contrappone all’uomo, rubandogli il lavoro e condizionandone la vita.
La figura di Nev Ludd è l’eroe degli operai che a Nottingham, nel 1811, e poi di nuovo nel 1816, vedono nella macchina un nemico. I luddisti, operai traditi dalla macchina, mossi più dall’emozione che dalla ragione, agiscono di notte, mascherati. Distruggono i telai per le calze e per i merletti. Sono presso imitati dagli operai dello Yorkshire, del Lancashire, del Derbyshire, del Leicestershire.
Nel 1812 si discute alla Camera del Lords l’approvazione di un Frame Breaking Act, norma tesa a reprimere i moti luddisti. Partecipa al dibattito lord Byron, con una voce fuori dal coro, attenta alle motivazioni degli operai. “These machines were to them an advantage, inasmuch as they superseded the necessity of employing a number of workmen, who were left in consequence to starve. By the adoption of one species of frame in particular, one man performed the work of many, and the superfluous labourers were thrown out of employment.” “Their excesses, however to be deplored and condemned, can hardly be the subject of surprise.”
All’approvazione del Frame Breaking Act, segue l’apertura, a York, di un processo di massa, che si conclude nel gennaio del 1813 con deportazioni, e con l’impiccagione di 15 operai.

Se la parola luddista ci appare oggi desueta, e connotata negativamente, non altrettanto può dirsi di sabotatore. E’ esattamente la stessa storia, vista sul versante francese. Louis René Villermé, pioniere della medicina del lavoro pubblica nel 1840 il Tableau de l’état physique et moral des ouvriers employés dans les manufactures de coton, de laine et de soie. Già nelle prime pagine parla dei progressi étonnans, sorprendenti, che dall’inizio del secolo hanno trasformato l’industria tessile. “Ces progrès”, scrive Villermé, “dus surtout aux Anglais, consistent dans l’invention de machines admiràbles”, che moltiplicano i prodotti “avec une célérité, une économie, une perfection merveilleuses”. “Il y a même telle de ces machines qui occupe un seul adulte avec un ou deux enfans, et qui fait le travail de trois cents fileuses d’autrefois”. Macchine meravigliose che, con il solo lavoro di un adulto e uno o due bambini (di età compresa tra sei e dodici anni), hanno la stessa produttività di di trecento filatrici al lavoro con l’arcolaio.
Villermé descrive con estrema accuratezza l’abbigliamenti degli operai. Portano ai piedi sabots: zoccoli di legno. Con i propri zoccoli i lavoratori prendono a calci, o pestano, se possibile, le macchine. Questa è la sorte subita dalle nuove grandi macchine, così come dalla machine à coudre, la macchina per cucire inventata dal sarto Barthélemy Thimonnier nel 1829.
Come ci dice anche Villermé, in questa stagione il paese all’avanguardia è l’Inghilterra. Restiamo dunque su quella scena.

La macchina contrapposta all’uomo
C’è la violenza esercitata da una classe dominante sul proletariato inerme, come rileva acutamente Lord Byron, e c’è anche lucida convinzione della nuova figura emergente, l’imprenditore. La meccanizzazione della produzione permette di abbattere i costi e di aumentare i volumi di produzione. All’interesse dell’imprenditore si contrappone frontalmente l’interesse del lavoratore. La macchina, immaginata dal lavoratore, magari costruita da lui stesso come mezzo per alleviare la pena, la fatica del lavoro, finisce per essere usata contro il lavoratore stesso: usata per sostituirlo e per togliergli il governo del lavoro. Non dimentichiamo che i telai Jacquard, introdotti in quegli anni, non erano solo macchine meccaniche. Non erano solo macchine mosse da motori prima idraulici e poi a vapore – liberando così l’uomo dalla fatica. I telai erano, anche, governati da nastri perforati. Nei nastri è codificato il sapere operaio, l’abilità dell’uomo capace di tessere dal disegno complesso, dai numerosi colori: broccato, damasco. Il sapere operaio, così, è espropriato, trasformato, separato dalla persona, generalizzato: Marx parlava di General Intellect (Grundrisse, nota scritta nel 1858). Scrivendo in tedesco, per esprimere il senso della novità, si trova ad usare una parola inglese: knowledge. Il knowledge dell’operaio è reso disponibile al sistema produttivo anche in assenza dell’operaio.
Nella cultura dell’operaio è centrale il concetto di capolavoro: la costruzione del primo prodotto del lavoro, del prodotto esemplare. Poi, l’operaio guadagna copiando per enne volte, in serie, lo stesso prodotto. Ora la figura del lavoratore si scompone: da un lato i tenici che progettano le macchine, progettano il prodotto, realizzano prototipi, governano le macchine durante il loro lavoro. Dall’altro l’operaio, subordinato a macchine capaci di garantire produzione in serie con ritmi di lavoro impossibili per l’uomo che lavora usando attrezzi con le proprie mani.
E’ uno scenario minaccioso. Non c’è da stupirsi delle reazioni operaie. La macchina appare come cosa contrapposta all’uomo, minacciosa. Simbolo di alienazione.

Ho già citato Smith. Più importante, nel quadro di questa narrazione, Charles Babbage, Nell’ottobre 1810, diciannovenne, Babbage entra al Trinity College di Cambridge. nel 1812 Babbage ed altri nove studenti, tra cui John Herschel e George Peacock, sostenuti dall’unico professore che rispettano, Robert Woodhouse, fondano la Analytical Society. Per ragioni sia scientifiche che politiche, in Gran Bretagna, coperti dal genio di Newton, ci si rifiutava allora di tener conto delle ‘scuole continentali’. e in special modo dal ‘calcolo analitico’ di Leibnitz. E Woodhouse, non a caso, era costretto ai margini dell’accademia perché non dava per scontato il paradigma newtoniano.
L’apertura mentale di Babbage, ciò che infastidiva i suoi insegnanti, è la sua forza: ben oltre le diatribe tra pensiero inglese e pensiero continentale, coglieva la novità. Ragionava senza confini. In un momento in cui le macchine iniziavano ad accompagnare l’uomo in ogni attività, quando addirittura non si sostituivano all’uomo, gli viene naturale immaginare, o sognare, una tecnologia: ovvero la costruzione di una machinery to the computation.
Seduto nella sede della Società Analitica, la mente semidesta, di fronte a sé una tavola di logaritmi aperta sulla scrivania. Qualcuno entra e vedendo Babbage mezzo addormentato grida: “Ma cosa stai sognando?”. E lui, indicando quelle pagine, colonne e colonne di numeri: “Sto pensando che tutte queste tavole potrebbero essere calcolate da una macchina”.
Il progetto per costruire il Difference Engine è approvato, e finanziato dal governo.
Era una macchina ad ingranaggi. Ma i materiali non erano abbastanza buoni per resistere all’attrito. La macchina vibrava paurosamente. I meccanici non comprendevano lo scopo del lavoro. E Babbage, mente fertile, modificava continuamente, in corso d’opera, il disegno. Passano così dieci lunghi anni. 17.000 sterline sono spese senza arrivare ad un prototipo funzionante. Il governo sospende il finanziamento. (Oggi sappiamo che il progetto era buono, e che la macchina, costruita con altri materiali, avrebbe potuto funzionare).
Ma Babbage non demorde. Pensa ora ad un Analytical Engine. La nuova macchina va ben oltre i limiti del Difference Engine, macchina specializzata nelal tabulazione di logaritmi e funzioni trigonometriche. La nuova macchina -rimasta allo stadio di progetto- è a tutti gli effetti il primo computer general purpose mai progettato. O forse, qualcosa di più: nelle intenzioni, una macchina che non si limita a svolgere calcoli matematici, non solo un computer, quindi, ma invece una macchina in grado di elaborare complessi ‘ragionamenti’.
Babbage ci accompagna in una serie di passaggi chiave. Primo passaggio: esiste una relazione originaria tra la macchina che può sostituire l’uomo nelle fatiche del calcolo con la macchina che può sostituire l’uomo in ogni altra fatica. Secondo passaggio: lo stesso luogo del lavoro -la fabbrica- non deve essere inteso solo come luogo dove, ormai, macchine convivono con gli uomini. Lo stesso luogo del lavoro -la fabbrica- è in sé una macchina.
Babbage pubblica così nel 1832 On the Economy of Machinery and Manifactures. saggio che influenzò grandemente Karl Marx. E che anticipa ciò che scriverà alla fine del secolo l’ingegnere Frederick Winslow Taylor a proposito dell’organizzazione scientifica del lavoro.
Siccome le parole sono importanti, è utile anche ricordare come Babbage, visionario e dispersivo, ma pur sempre formato alla logica matematica, fissa l’uso dei termini. Machine è un termine di ampio spettro. Termine connesso ampiamente usato è machinery, che possiamo tradurre, a seconda dei casi con macchina, macchinismo, meccanica, meccanismo. La macchina, in senso stretto, è detta engine: Babbage chiama così la sua macchina per computare (nessuno allora si sognava di chiamarla computer: fino alla fine del 1800 computer è un uomo che fa di conto). E’ engine anche il telaio, o qualsiasi macchina utensile. La macchina utensile è però detta anche mill: il termine, dal senso primo di mulino si allarga a definire ogni macchina. Mill esprime tutta la novità della situazione: sta infatti per macchina, ma anche per fabbrica, impianto, stabilimento: con la meccanizzazione -che è tecnologia ingegneristica e allo stesso tempo tecnologia organizzativa- i concetti di fabbrica e di macchina finiscono per sovrapporsi, fino ad identificarsi. La fabbrica è una macchina. La macchina determina la forma complessiva della fabbrica. L’uomo, prima al centro, armato dei suoi strumenti, è costretto a farsi da parte. Non è che un ingranaggio di un sistema determinato dalla macchina.

Scrittrici al lavoro: Charlotte Brontë
Potrei continuare a citare testi di economisti e ingegneri, ma credo che poeti e romanzieri siano più efficaci di loro nel descrivere il cambiamento; nel far percepire il senso di minaccia implicito nell’irruzione delle macchine nella manifattura, e nel campo del lavoro inteso in senso lato, e nella vita siano intera – vita che appare non più solo vissuta dall’uomo. E’ ora anche vita ‘vissuta’, in un qualche modo, dalle macchine.
Ho citato il discorso di Byron. Debbo aggiungere senz’altro il romanzo di Charlotte Brontë, Shirley (1849), ambientato nel West Yorkshire. Charlotte, pubblicato nel 1847 Jane Eyre sotto lo pseudonimo di Currer Bell, riprende a scrivere l’anno dopo. Negli ultimi mesi dell’anno muoiono prima il fratello Branwell e poi la sorella Emily. L’altra sorella Anne morirà nel maggio del ’49. La scrittura accompagna nel dolore.
Nel romanzo, Robert Moore, giovane imprenditore, è costretto a investire nelle nuove tecnologie, i telai a vapore. Non riuscirà altrimenti a risollevare l’impresa laniera, ereditata in pessime condizioni. Il suo intento cozza con il comune sentire dei suoi stessi familiari, degli appartenenti al suo ceto sociale. E cozza con le resistenze dei lavoratori.
“Moore and his mill and his machinery are held in sufficient odium”. “Infernal machinery”. “I only wish the machines -the frames-“, dice Moore, “were safe here, and lodged within the walls of this mill. My mill is my castle. Once put up, I defy the frame-breakers”. Le macchine devono essere protette dagli assalti. La fabbrica è il mio castello. Non vede alternativa al contrapporsi frontalmente ai lavoratori, frame-breakers, luddisti.
Un rappresentante dei lavoratori risponde: “Invention may be all right, but I know it isn’t right for poor folks to starve” L’invenzione può andare benissimo, quel che non va bene è che la povera gente morire di fame.
La narrazione va oltre la descrizione del conflitto sociale. Troviamo riferimenti a una minaccia occulta, rappresentata dalla macchina; una macchina che prende il posto dell’uomo: “I have forgotten the word, but it means a machine in the shape of a human being”. Tre righe sotto la parola compare, all’interno di una domanda: “I am an automaton?”
Caroline ama segretamente Robert Moore. Finiranno per sposarsi. In un certo momento Robert parla con Caroline, canzonandola scherzosamente. “Then I am puzzled; for the head which owns this bounteous fall of hazel curls is an excellent little thinking machine, most accurate in its working: it boasts a correct, steady judgment, inherited from ‘mamma,’ I suppose”. “E allora sono perplesso; perché la testa padrona di questa generosa cascata di riccioli color nocciola è una eccellente piccola macchina pensante, molto esatta nel suo lavoro: vanta un giudizio corretto e costante, ereditato da mamma, suppongo”.
Siamo attorno alla metà dell’Ottocento. Il circoscritto timore dei luddisti di vedersi privati del lavoro a causa delle macchine è strettamente saldato ad un più vasto timore di veder sostituito l’uomo, nel proprio libero agire, da una qualche machinery. Babbage stava lavorando il quegli anni, sostenuto da ricchi investimenti pubblici, il suo Analytical Engine

Scrittrici al lavoro: Elizabeth Gaskell
Un diretto filo lega Charlotte Brontë a un’altra scrittrice inglese, Elizabeth Gaskell, autrice tra l’altro di The Life of Charlotte Brontë (1857), appassionata biografia. North and South è il romanzo di Gaskell (pubblicato a puntate tra il 1854 e il 1855) più precisamente dedicato a narrare dei riflessi sociali dell’inopinato apparire sulla scena sociale di questa nuova presenza: la macchina. Si parla machinery and men: noi esseri umani ci troviamo a sperimentare una nuova inquietante relazione. Si parla di power of the machinery, odiousness of the machinery. Non c’è niente di fantastico nella narrazione di Gaskell, solo attualità sociale, vita quotidiana: in questa nostra vita irrompe un nuovo ente, una presenza aliena, con un proprio corpo e un proprio mistero: the wood and iron machinery. Un complessivo sistema sistema si presenta all’uomo come nuovo ambiente: the whole machinery. “An immense many-windowed mill, whence proceeded the continual clank of machinery and the long groaning roar of the steam-engine, enough to deafen those who lived within the enclosure. ” (“Un immenso apparato dalle molte finestre, dal quale proveniva il continuo rumore metallico delle macchine e il cigolante muggito del motore a vapore, quanto basta per assordare chi viveva del recinto.”). Continual clank, groaning roar: timore e sorpresa di fronte all’inopinata voce della macchina: sferragliare, cigolio, stridore, gemito, rombo, rimbombo, ruggito. Interminabile, profondo suono fonte di paura.

Scrittrici al lavoro: Mary Shelley
Per Gaskell la scrittura è l’elaborazione di un lutto. Ha trentaquattro anni quando muore il figlio William, l’unico maschio. Si dedica allora, anche stimolata dal marito, alla scrittura. Quattro anni dopo, nel 1848, esce, anonimo, il primo romanzo, Mary Barton. North and South, quarto romanzo, scritto a quarantacinque anni, è l’opera di una donna matura.
Mary Shelley è invece una giovane donna diciannovenne, quando nel 1817 -anni in cui erano vivissimi i recenti echi del Luddismo- inizia a scrivere Frankenstein; or, the modern Prometheus. Una storia nota ci porta a considerare Mary Shelley come appartenente da un gruppo di giovani eroi anticonformisti, cresciuti nel Inghilterra agli albori della Rivoluzione Industriale, negli anni che precedono l’affermarsi della gloriosa età vittoriana, nel seno di una aristocrazia anticonformista: attenta alla difesa dei propri privilegi e allo stesso tempo liberale, radicale, attenta alle scienze e alle arti, aperta ad atteggiamenti orientati alla giustizia sociale.
Abbiamo già ricordato Lord Byron: George Gordon Byron, sesto Baron Byron, Fellow of the Royal Society. Allo stesso circuito appartenevano due giovani noti innanzitutto come poeti: John Keats e Percy Bysshe Shelley, marito di Mary, nata Mary Wollstonecraft Godwin.
Libero amore, promiscuità e adulterio, alcol e oppio: costumi giudicati all’epoca scandalosi. Momenti di grave indigenza nonostante il nobile lignaggio. Esoterismo, genio precoce, suicidi, brevi vite. Facili etichette -romanticismo, gotico- ci rimandano a un genere letterario e a un’epoca e a un gruppo, allontanandoci dall’osservare le singole esperienze, dal porre attenzione alle personali letture del mondo presente.
Mary è figlia di Mary Wollstonecraft, figlia di un imprenditore tessile divenuto possidente terriero, filosofa, autrice di romanzi, antesignana del femminismo, di cui oggi possiamo sopratutto ricordare un saggio che precorre i tempi: A Vindication of the Rights of Woman (1792). Il padre è William Godwin, pensatore, filosofo. Hume, Locke, gli illuministi francesi. Il montare in Francia della rivoluzione. Il 30 agosto 1797 Mary Wollstonecraft da alla luce Mary. Il parto gli è fatale; muore il 10 settembre di setticemia.
Percy Bysshe Shelley è un seguace di Godwin. Mary e Percy vivono una travagliata storia d’amore. L’Europa continentale e in particolare l’Italia sono il luogo dove è loro più facile vivere la loro vita fuori dalle regole. La coppia. accompagnata da Claire Clerrmont, sorellastra di Mary, passa l’estate1816 in una villa sul lago di Ginevra, contigua alla villa dove abitavano Lord Byron -di cui Claire era amante ed il suo ospite John William Polidori, medico e scrittore. E’ un’estate inclemente. La pioggia costringe a restare chiusi in casa. Byron propone un gioco: che ognuno scriva una storia di fantasmi e di paura.
Mary ricorderà molti anni più tardi: “E’ il momento in cui passai dall’adolescenza all’età adulta”. Diversi per lei i motivi ddi sofferenza. Come per Gaskell, unico conforto la scrittura.
Ma di cosa scrivere. Richiamate dal gioco proposto da Byron, fantasmi e paure vengono alla mente della ragazza. Poetica elaborazione dove si confondono storia personale e acuta, sensibilissima lettura del clima sociale. Mary ricorda come nel dormiveglia ebbe l’idea.
“I saw the pale student of unhallowed arts kneeling beside the thing he had put together. I saw the hideous phantasm of a man stretched out, and then, on the working of some powerful engine, show signs of life, and stir with an uneasy, half vital motion. Frightful must it be; for supremely frightful would be the effect of any human endeavour to mock the stupendous mechanism of the Creator of the world.” (“Vedevo il pallido studioso di arti profane inginocchiato accanto alla cosa che aveva messo insieme. Vedevo l’orrendo fantasma di un uomo sdraiato, e poi, come per il lavoro di un potente macchinario, lo vedevo mostrare segni di vita e muoversi di un movimento impacciato, quasi vitale. Doveva essere terrificante, perché non avrebbe potuto che essere supremamente terrificante il risultato di un qualsiasi tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore del mondo”).
La paura -l’angoscia personale e allo stesso tempo il timore che muove i luddisti, il timore di veder venir meno la possibilità di realizzare se stessi tramite il lavoro- tutto questo si incarna in una macchina che simboleggia ogni macchina creata dall’uomo per imitare, simulare, sostituire l’uomo. Macchina, ci narra Mary Shelley, creata da un uomo irresponsabile, colpevolmente disinteressato alle conseguenze del suo gesto.
Una macchina: powerful engine, cosa contrapposta all’uomo. Ecco gli aggettivi che Mary ci propone: hideous, frightful: orrendo, abominevole, odioso, orribile, ripugnante, rivoltante, spaventoso, terribile.
La creatura messa al mondo dall’incosciente, sconsiderato artefice, il giovane dottor Victor Frankenstein, di Ginevra è un mostro. Lo stesso Frankenstein presto deve rendersene amaramente conto. “The demoniacal corpse to which I had so miserably given life”. “I had so miserably given life; the miserable monster whom I had created”.
La parola mostro ricorre con martellante costanza nel romanzo. Latino monster ‘segno divino’, ‘prodigio’. La radice indeuropea men -da cui anche mente-sta per ‘pensare attivamente’. Il verbo latino monere sta per ‘ricordare’ e quindi ‘far ricordare’. Segno, monito, presagio.

Scrittrici al lavoro: Ada Lovelace
L’idea dell’Analytical Engine, pur evidente nella la mente vulcanica di Babbage, faticava a prender corpo in un progetto. Babbage descrive la macchina in un paper, datato 26 dicembre del 1837, On the Mathematical Powers of the Calculating Engine, ma il testo resta in un cassetto.
Nel 1840 Babbage parla con trascinante entusiasmo della sua macchina a Torino: è ospite del secondo Congresso degli Scienziati italiani, presso l’Accademia delle Scienze. Partecipa tra gli altri l’ingegnere Luigi Menabrea – che sarà poi generale garibaldino e Primo Ministro del Regno d’Italia. Due anni dopo Menabrea pubblica in francese Notions sur la machine analytique de Charles Babbage, una sintetica, ma attenta descrizione del progetto.
Per fortuite circostanze l’articolo di Menabrea capita nelle mani di Ada Lovelace. Ada è figlia di Lord Byron e della baronessa Annabella Milbanke. La madre si sforza di tenere lontana Ada dall’influenza paterna, ritenuta nefasta. Anche per questo conduce la ragazza verso studi scientifici. Ada si forma come matematica, il calcolo differenziale la appassiona. Diciassettenne, conosce Babbage negli ambienti della buona società. Dieci anni dopo, quando inizia la primavera, torna da lui con la traduzione dell’articolo di Menabrea.
Un fitto scambio di lettere tra Babbage e Ada, e numerosi incontri, tra la primavera e l’estate del 1843, portano ad una nuova versione della traduzione del testo di Menabrea -Sketch of the analytical engine- più che raddoppiato in lunghezza. L’articolo annotato da Ada appare nel settembre nelle Scientific Memoirs di Richard Taylor, rivista specializzata nella traduzione di articoli scientifici. La disputa su quanto sia farina del sacco di Ada, e quanto sia dovuto a Babbage, è tutt’oggi accanita.
Comunque, è attraverso questo testo che è giunta a noi notizia della macchina di Babbage, enorme struttura composta da venticinquemila mila parti; eppure macchina al servizio dell’uomo, strumento programmabile: in grado di agire in base a istruzioni generali.
C’è precisione assoluta nelle parole di Ada Lovelace, ma anche poesia. Un maschio non scrive così. Questa gentile, appassionata narrazione ci fa apparire la macchina nei suoi aspetti positivi. Qui non c’è traccia di minaccia.
“The Analytical Engine weaves algebraical patterns just as the Jacquard loom weaves flowers and leaves”. “L’Analytical Engine tesse i modelli algebrici proprio come il telaio di Jacquard tesse fiori e foglie”.
“The engine, from its capability of performing by itself all those purely material operations, spares intellectual labour, which may be more profitably employed. Thus the engine may be considered as a real manufactory of figures”. “L’Engine, in virtù della sua capacità di eseguire da solo tutte quelle operazioni puramente materiali, risparmia il lavoro intellettuale, che può essere impiegato in modo più redditizio. Così l’Engine può essere considerato come una vera e propria fabbrica di figure”.
Traduco ‘fabbrica di figure’ sapendo di evidenziare solo una parte del senso inteso da Ada Lovelace.
Figure è ‘numeral’, ma anche ‘visible appearance of a person’. Ada Lovelace, se avesse voluto parlare esclusivamente di ‘mathematical calculations’, di codici numerici, avrebbe potuto bene dire number o digit. Sceglie invece una parola di senso ampio e ambiguo: figure sta per ‘a written or printed symbol representing something other than a letter, especially a number’, ma anche per ‘visible and tangible form of anything’; ‘outline, form, or silhouette of a thing’; ‘shape or form of a human body’, ed anche -specifico riferimento al lavoro della tessitura – ‘a design or pattern, as in a textile’.
La macchina dunque può essere considerata come una vera e propria ‘manifattura di simboli’. La macchina, in virtù della sua capacità di svolgere da sé le operazioni puramente materiali, risparmia lavoro intellettuale, le capacità umane possono così essere più proficuamente impiegate. Ma allo stesso tempo la macchina evoca sempre l’uomo: la sua presenza o la sua assenza.

Perché costruiamo queste macchine
Brontë, Gaskell, Shelley, Lovelace ci ammoniscono. Non credo sia un caso che si tratti di donne. Capaci di accettare le proprie emozioni, disposte a parlarne senza vergogna, tese ad elaborare il proprio dolore attraverso la scrittura, e a cogliere il nesso tra il proprio dolore ed il dolore del mondo circostante. C’è il continual clank ed il groaning roar della fabbrica, luogo ormai dominato dalla macchina, luogo-macchina. C’è l’incubo poderoso della macchina. Il suo aspetto odioso, ripugnante è specchio dei sentimenti ripugnanti che albergano nell’animo umano. C’è l’arroganza autolesionista del dottor Frankestein, che costruisce a imitazione dell’uomo una macchina votata al male: l’orrendo fantasma di un uomo sdraiato, che è in realtà una macchina. Aleggia una domanda: perché costruiamo queste macchine tremende?
C’è certamente anche l’immagine felice della macchina descritta da Ada Lovelace, frutto di passione matematica, liberazione dell’uomo dalla fatica ripetitiva, spazio aperto ad un nuovo pensiero umano, più libero, disancorato dai vincoli della pochezza umana. Ma la differenza tra Babbage e Frankestein resta sfumata. Non dovremmo mai dimenticare il monito. Il rischio di creare il mostro grava sempre più di noi.

Amo la tecnologia e trovo alimento nel sogno di Babbage: una macchina che mi accompagna nel pensare in modo più libero e più grato. Faccio mio lo stupore di Ada Lovelace di fronte a questa macchina possibile. Ma ditemi perché non dovrei essere spaventato di fronte al futuro che si prospetta all’uomo. Considero terribilmente superficiali tutti coloro che non si preoccupano. Non condivido il gaudio con cui si rende noto che queste tecnologie stanno migliorando più rapidamente di quanto i loro creatori avrebbero previsto solo dieci anni fa. Né mi sembra sensato l’atteggiamento di chi dice: abbiamo ancora qualche anno davanti prima che tutto questo accada. So che progettiamo le macchine che sogniamo. Il sogno di Brontë, Gaskell, Shelley, Lovelace è un mondo d’amore, un mondo vissuto da donne e uomini con affettuosa pienezza. C’è spazio per questo nel futuro che, cento anni dopo gli anni del luddismo, stiamo costruendo? Vogliamo un mondo dominato da Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Internet of Things, Big Data? Vogliamo fabbriche 4.0, dove l’uomo è assente?
Il mostro di Frankenstein è un ammonimento: un invito a paventare il pericolo.

Credo che se chi disegna oggi le macchine che lavorano al posto dell’uomo, e i mondi che l’uomo è chiamato ad abitare, credo che se essi leggessero le pagine di Brontë, Gaskell, Shelley, Lovelace, essi dubiterebbero, allontanandosi da facili certezze.
Possiamo ben considerare ingenui i luddisti. E’ diventato luogo comune dire: la tecnologia è in sé buona, ciò che è cattivo è il suo uso. Sembra infantile prendersela con le macchine. Ma si dimentica che l’uomo vive di simboli. L’agire dei luddisti è simbolico. E’ vano nella pratica. E’ vincente come ammonimento – segno di un pericolo per l’uomo.
Se era grave allora la minaccia, più grave e oggi. Allora, duecento anni fa, l’uomo aveva di fronte la prospettiva di dovere condividere con le macchine il lavoro. La sostituzione non era escludente. Oggi, invece, le macchine si apprestano a sostituire in toto l’uomo, escludendolo dal lavoro. Ciò può andare bene al tecnico, allo scienziato, all’economista, al disegnatore di mondi da abitare. E può andare bene alle macchine stesse – se le consideriamo, come siamo invitati a fare, esseri senzienti. Ma può andar bene all’uomo?
Scrive Brontë: “The work-hours were over; the ‘hands’ were gone. The machinery was at rest, the mill shut up”. “Le ore di lavoro erano terminate. Le ‘mani” se ne erano andate. La macchina era ferma, la fabbrica chiusa”. Brontë ci parla di una fabbrica può essere un inferno, di un lavoro può essere penoso. Ma poi finisce la giornata di lavoro, si esce, si torna nel mondo, si va a casa. Oggi le macchine non si fermano mai. Lavorano giorno e notte, a prescindere dall’uomo.
Qualcuno ha interesse a dirci che la domanda ‘How many jobs will be killed by AI?’ è la domanda sbagliata. Perché, si dice, questo scenario è ormai inevitabile, e tanto vale limitarci a chiederci come potremmo adattarci a questo nuovo mondo. Si vorrebbe, anche, farci credere che l’Artificial Intelligence, AI, renderà noi uomini più liberi e felici.
“Le ‘mani’ se ne erano andate”. Qui è vivo il senso della parola manifattura. Brontë ci ricorda il senso del lavoro umano: ‘affermazione di sé, un agire che contempla pause, riposo, sonno. Un agire consono ai ritmi della vita, un agire che si svolge in un ambiente naturale segnato da giorni e notti, dal trascorrere delle stagioni. Se non ci sono mani, se non è in gioco il corpo e la mente dell’uomo, possiamo ancora parlare di lavoro? Se il lavoro non si interrompe mai, se il lavoro si svolge indipendente dall’uomo, in assenza dell’uomo, possiamo ancora parlare di lavoro?
Se il termine ‘lavoro’ va bene per definire l’agire di queste ‘macchine autonome’, dobbiamo forse trovare un altro termine per definire il lavoro dell’uomo.
Una fabbrica non si chiude mai. Un luogo di lavoro dal quale è impossibile uscire. Una fabbrica che è il mondo intero. Durante tutta la vita, dovremmo vivere dentro macchine costruite da qualche dottor Frankenstein.
Credo che ci convenga essere turbati, spaventati, come lo erano i luddisti. Brontë, Gaskell, Shelley ci spingono a pensare agli aspetti minacciosi di questo scenario. Il loro monito è salutare.

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