Recensioni

Ofelio Liberati, Ergo. Ovvero, la teoria della relatività applicata a quella della serendipità, Sovera, Roma, 1999, 132 pagine, 24.000 lire

di Francesco Varanini 11 Dicembre 1999

Ofelio Liberati, ERGO – Ovvero, la teoria della relatività applicata a
quella della serendipità
, Sovera, Roma, 132 pagine, 24.000 lire.

Lettera scritta all’autore per rivolgersi in realtà ai lettori che cercano sulla Rete quei libri che purtroppo è sempre più difficile trovare in libreria

30 luglio 1999

Caro Ofelio,

noi che scriviamo dobbiamo accettare di essere letti, lo so che questa è la cosa più difficile, vogliamo essere letti ma è anche difficile immaginare come gli altri ci leggeranno, cosa troveranno davvero nelle nostre pagine. Così mi meraviglia, ma d’altro canto comprendo benissimo che tu consideri obiettivo delle tue pagine strappare un sorriso o una risata. Non è così il libro, non è un libro comico né un libro leggero, non è questo l’effetto, l’effetto è molto più legato a quando dici, ricordando la fatica, come ti sei spaccato la testa per entrare nella testa di quel tipo. L’aspetto grandemente apprezzabile è come ci sei riuscito: guardando il mondo con gli occhi di un eccentrico, di uno stralunato che passa la vita per strada e che ogni mattina incontri alla fermata del metrò, guardando la vita con gli occhi di questo tipo hai scritto un romanzo eccentrico, sugli eccentrici, una apologia del ‘non normale’, degli ‘strambi’, degli ‘stralunati’, di quella gente che Cortázar chiama i piantados. (Mi scuso di questa citazione con coloro che non sanno nulla di Cortázar e dei suoi piantados; anzi, non mi scuso per nulla: lettore, datti da fare, se sei sulla Rete qualcosa in proposito trovi di sicuro).

Tu hai fatto una operazione dello stesso tipo, una grande operazione di immedesimazione e di rispettosa disponibilità a ‘dar voce a chi non ha voce’.

E possiamo chiederci: perché facciamo questo? Perché ci spacchiamo la testa per capire come pensa uno che sta sul lato sbagliato della strada, naturalmente sul lato dove no nsi affaccia nessuna casa editrice, e di solito non passa nessuno giornalista? Naturalmente, e per fortuna, facciamo questo, diamo voce a queste persone –e vedi che mi immedesimo con te, spero di aver capito, condivido il tuo atteggiamento–, non facciamo questo per bontà, per spirito missionario. Se fosse così, direi addirittura che sarebbe una forma di sfruttamento, come quegli antropologi o quei romanzieri che si mettono lì con il registratore e registrano la voce di qualche ‘ultimo’ e poi firmano il libro con il loro nome al posto dell’autore. Ma tu sei lontanissimo da questo, perché quegli autori, nel momento in cui registrano, prendono le distanze e si difendono, mentre tu ti abbassi ad ascoltare e poi ti accolli il faticosissimo lavoro di ri–creare. E cioè si vede che vuoi bene alla persona, alle persone. Ma soprattutto sei lontanissimo da questo infausto modello –e quindi sfiorando il baratro di una operazione squallida raggiungi la vetta di un lavoro ammirevole–. Sei lontanissimo da questo modello perché in realtà, in fondo, cosa fai? Ti specchi, cerchi un pretesto in quella persona buona e matta e chissà cosa altro per parlare in realtà di te, per dire l’indicibile, per scavare nel tuo magma interiore e per tenere a bada pulsioni e domande che siccome sono troppo importanti ed impegnative quasi tutti evitano di porsi.

Domande come questa: chi ce lo fa pare di comportarci da persone normali?

Si sa del resto che la normalità non esiste, esiste però un ironico destino che ci porta a vivere con la cravatta e per portare il paradosso fino in fondo a fare dell’organizzazione del mondo (o per essere più esatti di una minuscola porzione del mondo) il nostro lavoro, il nostro apparente ruolo sociale. E direi che non è nemmeno un caso che ci troviamo a fare questo lavoro noi, proprio noi che sappiamo che è necessario organizzare, ma è anche vano, e che l’organizzazione non fa altro che coprire abissi di irragionevolezza, e che le cose più sensate le dice quel tipo che straparla all’ingresso del metrò.

Questo per dire appunto che il tuo non è un libro ‘da ridere’; in fondo lo sai anche tu, e parlarne come un libro da ridere è per te, come per ogni autore in modo o in un altro, la maniera di prendere le distanze dall’opera, dai motivi pesanti e tutti soggettivi che hanno motivato la scrittura.

Perché esistono davvero secondo me due mondi, quello di chi vive e poi allora anche scrive, ha bisogno di scrivere, e l’altro mondo di chi vive della scrittura, e –magari avendo cominciato con le migliori intenzioni– si è ridotto a scrivere un tanto al chilo, occupando gli scaffali delle librerie e le pagine letterarie dei giornali, togliendo spazio ai libri che meritano. Dobbiamo essere orgogliosi di stare da una parte e non dall’altra. E cioè, lo ripeto perché forse non sono stato chiaro, dobbiamo essere orgogliosi dei nostri libri anormali, libri che sgomentano gli editori che cercano il quieto vivere, libri scritti di sera e di notte sapendo che nessuno mi potrai mai ripagare (in denaro) questa fatica e questo tempo. Eppure libro che volevamo dovevamo scrivere.

Questo significa, e qui smetto di rivolgermi a te e parlo a chi si imbatte in questa pagina; questo significa che si tratta di un libro prezioso, uno di quei libri scacciati dalle librerie dalle pile di Baricco e di Smemorande e di nuove puntate sulla storia del Cannibale, uno di quei libri imperfetti e sudati che magari ti fanno anche venire il mal di testa e magari ti fanno anche incazzare, ma che poi pensi: valeva la pena, ce ne fossero di libri così.

(Caro lettore, uso la forma della lettera all’autore perché voglio convincerti che si tratta di un bel libro, ma voglio anche che tu sappia che l’autore lo conosco. Ma c’è una bella differenza: io lo dico, mentre il recensore magari del famoso quotidiano non ti dice mai che sta recensendo il libro del suo compare, e anzi fa finta di scrivere con distacco e compunzione. Come nessuno ti spiega mai che il responsabile della pagina letteraria del quotidiano o del settimanale presenta come opere meritevoli di essere senza dubbio acquistate libri che guarda caso sono pubblicate dalla casa editrice che guarda caso pubblica i suoi romanzi, e qui mi fermo perché vado fuori tema, e torno a bomba e concludo dicendo che ci sono dei libri strani diversi cresciuti fuori dai salotti e dalle redazioni e lontano dai modelli e dalle mode, e che siccome i lettori sono migliori dei libri che il mercato mette loro sotto il naso, ecco qua un libro da andare a cercare).

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