Contributi

Ricchezza gettata al vento. Le barriere culturali all’imprenditoria

di Guido Tassinari 03 Luglio 2012

In queste giornate di poco lavoro, vado in settimana a sentire parlare di lavoro e precarietà [tanto per sentirmi a casa] alle Cinque giornate del lavoro. Si apre con un’intervista all’assessora al lavoro del Comune di Milano, organizzatrice della conferenza, dalla quale ricavo che il Comune è e presumibilmente sarà quasi del tutto impotente di fronte al problema dibattuto. Segue un panel di imprenditori, direttori del personale, operai dismessi, sindacato. Degno di nota, un imprenditore-banchiere italo-franco-camerunense, sulla tarda cinquantina, piuttosto noto in città, che lamenta come da decenni si tentino politiche [pubbliche e private, alcune con buoni esiti altre poco o punto] di sviluppo o rilancio dell’imprenditoria dei giovani, delle donne, degli espulsi dalle aziende ma mai dell’unica imprenditoria in questi anni veramente dinamica, cioè quella degli immigrati [giovani e no, donne e no]. E questo, aggiungo io, dentro di me, negli stessi anni in cui si lamenta a tutti i livelli il basso livello di investimenti stranieri in Italia. Il panel non offre risposte, il pubblico in sala neppure; non perché non ve ne potesseroessere [magari sì, magari no] ma perché non v’è tempo per sviluppare il tema, e si deve passare alla sezione successiva [mai capito perché s’organizzino incontri pubblici senza che vi sia il tempo per il pubblico, boh].

Sale quindi sul palco un noto imprenditore del lusso, anch’egli sulla tarda cinquantina, per essere intervistato come caso di successo di politica d’impresa che puntando alla valorizzazione di ogni persona presente in azienda, è riuscita a difendere ogni posto di lavoro e anzi a svilupparsi anche durante la grande depressione II. Rimango impressionato, al di là delle forme, dal suo modo di descrivere le sue innovazioni come una risposta naturale alle umiliazioni subite in fabbrica dal padre poverissimo e un investimento sull’unico valore aggiunto che l’Italia ha da offrire a se stessa per navigare nella globalizzazione: il genio creativo che si può sviluppare solo con rapporti umani fondati “sull’attenzione all’altro, sul rispetto”. Rimango impressionato, cioè, finché a un certo punto il nostro imprenditore-umanista si dice d’accordo con “quel ragazzo di colore che mi ha preceduto”1.

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Ho quarantatré anni e ho fatto tanti mestieri, a Milano e in giro per il mondo: camionista, imbianchino, strillone, bambinaio, clown, venditore di cinture, osservatore Onu, esperto di aiuti umanitari, valutatore di politiche pubbliche, aperto una scuola di italiano per stranieri poveri e una di cucina per americani ricchi, scritto libri.

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