Contributi

La morfosfera: la formazione alla luce della letteratura

di Francesco Varanini 09 febbraio 2013

La formazione aziendale ha molto a che fare con la cultura umanistica. E in particolare con la produzione letteraria.
E’ letteratura la narrazione di un aborigeno australiano, altrettanto è letteratura la raffinata e colta poesia di Leopardi, ed è letteratura l’enorme massa di testi che il World Wide Web impone al nostro sguardo. Appartengono alla letteratura sia Omero che Cervantes, nonostante la differente tecnologia usata.
Appartengono alla letteratura i testi orali, i testi conservati su pergamena a su carta, graffiati sul supporto con un pennino che traccia lettere alfabetiche, dipinti da un pennello sotto forma di ideogrammi, digitati su una tastiera davanti a uno schermo.
Con il titolo ‘La formazione e le arti letterarie’, ho curato il Focus (sezione speciale) di
FOR, Rivista per la formazione, organo dell’AIF (Associazione Italiana Formatori), 90, gennaio-marzo 2012,
Ho presentato una serie di articoli -di Enrico Cerni, Alberto Peretti, Bruno Capaci, Stefano Ferrata, Marco Bruschi- che da diversi punti di vista osservano i punti di incontro tra letteratura e formazione.
In conclusione, ho cercato di tirare le fila con un mio articolo: ‘La formazione come arte letteraria. Ovvero la Morfosfera’. Ne ripresento qui una versione sintetica. La versione completa di questo articolo si trova qui

1. Un autore castigliano, che conosciamo come Archipreste de Hita, scrive -abbiamo due manoscritti, uno del 1330, l’altro al 1343- El libro del buen amor.1 Il testo ci appare come giocosa narrazione autobiografica di affari amorosi. Ma qui ci interessa la sua struttura: una collezione eterogenea di materiali diversi, costruita per accumulazione, integrando e giustapponendo -insomma: con-fondendo- fonti arabe, giudaiche, il testo biblico, i Padri della Chiesa, Ovidio, canzoni giullaresche.

E soprattutto ci interessa come l’autore parla dell’organizzazione del testo nello stesso testo che produce: “Qualquier omne que lo oya,/ puede más añadir/ ande de mano en mano/ como pella a las dueñas/ si ben trobar sopiere,/ è enmendar lo que quisiere;/ a quien quier quel pidiere,/ tómelo quien podiere.” “Chiunque sia che lo ascolti/ può aggiungere dell’altro/ vada di mano in mano/ come palla alle ragazze/ se ben cantare sapesse,/ e emendare quello che volesse;/ a chiunque lo chiedesse,/ lo prenda chi ci riesca.”

Il testo, anche il testo scritto, va di mano in mano, come palla nelle mani di ragazze che giocano; bravo chi saprà afferrarlo, aggiungendoci magari qualcosa di suo. La poesia è reinterpretazione di una tradizione: il poeta ne offre una possibile versione. La letteratura scritta riprende la tradizione orale. Il cantastorie adatta all’uditorio le sue narrazioni, proponendone ogni volta una diversa versione, adatta al luogo ed al contesto. Dante rielabora canoni impliciti nella cultura scolastica e canoni provenienti dalla cultura araba. Cervantes rielabora, fino a reinventarli, i romanzi cavallereschi. Borges può immaginare che Pierre Menard riscriva il Don Chisciotte.

L’autore dunque non è che un rimaneggiatore: uno che riprende in mano un testo: senza cambiar nulla, e scelgo allora di essere solo lettore; aggiungendo mie glosse, scrivendo al margine del testo, e sono interprete; cambiando il testo, e sono scritture che cancella, modifica, aggiunge, riscrive.2 Diverse manifestazioni della propria libertà.

2. “Laffen, Doctoren, Magister, Schreiber und Pfaffen”, “bellimbusti, dottori, maestri, scribi e preti”, pretendono di imporre una loro lettura della letteratura. Faust si oppone a loro. Dice: “Bilde mir nicht ein was Rechts zu wissen,/ Bilde mir nicht ein ich könnte was lehren”. “Non mi metto in capo”, “non mi illudo”, “non ho idea di sapere qualcosa che abbia un senso”, e quindi: “non ho idea di poter insegnare qualcosa”.3 Per noi, è importante l’apparire, ripetuto con martellante fermezza, del verbo bilde. “Bilde mir nicht ein”, alla lettera: “non mi immagino come colui che”: è in gioco la persona, la sua autobiografia. L’uomo libero, non ingabbiato da una scienza normativa, non costretto a muoversi all’interno di una letteratura già costruita, dubita, e sa di non sapere, ma continua a cercare, immagina, e plasma se stesso mentre osserva come è plasmato il mondo.

Il tedesco”, osserva Goethe, “nel tentativo di indicare la complessa esistenza di un organismi viventi, usa il termine Gestalt. Ma con questa espressione si fa astrazione dal movimento, e si assume un’idea di essere inteso come un tutto unico, stabile, finito, fissato nelle sue caratteristiche. Ora, se esaminiamo le Gestalt esistenti, in particolar modo quelle degli organismi viventi, osserviamo che non esiste nulla di immutabile, di fisso e di chiuso, e che invece tutto ondeggia in un movimento continuo”.

Ogni cosa che ha già forma viene subito nuovamente trasformati. Perciò se vogliamo arrivare ad una percezione della natura vivente, dobbiamo essere noi stessi mobili e plastici, seguendo l’esempio che la natura stessa ci propone”. E’ in gioco la persona, che interagisce con il sistema vivente. Per questo, ci dice Goethe, “il tedesco si serve opportunamente del termine Bildung, per indicare sia ciò che è già stato prodotto, sia ciò che sta producendosi”.

Le etimologie di entrambe le espressioni non sono del tutto chiare, ma ci sono buoni motivi per ritenere che Gestalt porti con se un senso originario di ‘scaffale’, ‘impalcatura’ già data, mentre Bildung risalga invece ad una radice germanica bil, che parla di ‘potere miracoloso’, ‘magia’: è la magia implicita nell’apparire dell’immagine. Il testo, in questo senso, non è contenuto appartenente ad un canone, non è dato una volta per tutte, ma appare e riappare in ogni istante, come per magia, diverso.

Ecco dunque il Bildungsroman, il ‘romanzo di formazione’, che guarda all’apparire della persona, alla sua origine: descrive così, ‘dal di dentro’, osservate nel loro nascere, attraverso le emozioni, le passioni, i dolori e le continue scoperte, l’evolversi del protagonista verso la maturità e l’età adulta. Il Wilhelm Meister di Goethe, David Copperfield di Dickens, così come Pinocchio, sono storie di formazione. Pinocchio è emblematico: il burattino può essere collocato su un ripiano di una Gestalt, uno scaffale; non così la persona, che vive una sua Bildung.

Non c’è formazione senza trasformazione, senza auto-formazione.

3. Goethe, poeta-scienziato pensoso, nell’orto botanico di Padova, il 26 settembre 1786. Scrive nel Viaggio in Italia: “Molte piante, ch’ero abituato a vedere in cassette o in vasi, o addirittura chiuse dietro i vetri d’una serra per la maggior pare dell’anno, crescono qui felici sotto il libero cielo; e in tale pieno adempimento della loro destinazione noi riusciamo a comprenderle meglio”
Le tavole di Linneo, vertice delle scienze naturali dei suoi tempi, parlano della pianta attraverso una descrizione codificata. Come se senza tassonomia non potesse darsi conoscenza. La tassonomia -latino taxis ‘ordine’, nómos ‘legge’- implica una gerarchia di categorie: phylum, classem, genus, et speciem. Eppure, come può la conoscenza essere chiusa in un’astrazione?
La Gestalt, forma già data, impoverisce la conoscenza. Ogni pianta è un progetto che ‘prende forma’ sotto gli occhi dell’osservatore: Bildung, ‘forma formante’.
Morphologie, parola nuova, parola d’autore, mai usata prima, appare senza spiegazione nel Diario di Goethe il 25 settembre 1796, giusto dieci anni meno un giorno dopo quell’istante di illuminazione nell’Orto Botanico di Padova.1 Passano ancora due anni. Nel 1798, la consapevolezza della ‘forma formante’ si precisa. Goethe scrive Die metamorphose der pflanzen, un componimento in versi che è anche la manifestazione di un preciso ragionamento scientifico.

Devono trascorrere altri vent’anni prima che, nel 1817, la nuova sintetica espressione trovi la sua definitiva affermazione. Appare come titolo –Zur Morphologie– quando Goethe, lasciati da parte i versi, si cimenta con il trattato scientifico. In quegli stessi anni, tra il 1816 e il 1817 Goethe pubblica finalmente il diario del Viaggio in Italia, che raccoglie quell’illuminante apparire della ‘forma formante’.

Trent’anni dopo, l’esperienza può essere narrata. L’avventuroso viaggio intellettuale ha raggiunto una soddisfacente meta. Quel groviglio concettuale profondo e vasto che era parso allora -a Padova, a Palermo- inestricabile, ora appare dipanabile. La chiave è la morfologia, lo studio delle forme formanti. “Alles Materielle kommt uns formlos vor, wenn wir unaufmerksam sind. Aber es hat eine unwiderstehliche Neigung sich zu gestalten.” “Tutto ciò che è materiale ci si presenta come privo di forma, se non siamo abbastanza attenti. Ma esso ha un’irresistibile tendenza ad assumere una forma”.7

Spogliata l’osservazione del mondo da fondamentalismo e da metafisica, l’oggetto di attenzione appare essere non una qualsiasi forma già data, ma la vita emergente.

4. Possiamo dunque stabilire un fertile parallelo tra letteratura e formazione, guardando ad entrambe, anziché come Gestalt, come Bildung. Sia la letteratura che la formazione perdono senso se lasciate in mano a “bellimbusti, dottori, maestri, scribi e preti”.

La letteratura prende forma attraverso il lavoro di un attore sociale, che è al contempo autore e lettore. E’ qui che possiamo stabilire l’analogia. L’attore sociale della formazione è al contempo ‘formatore’ e ‘formato’. Per essere, almeno in qualcosa, maestro agli altri, il formatore dovrà aver pienamente vissuto il proprio Bildungsroman. Ma il Bildugsroman di ognuno resterà in ogni caso diverso dal Bildungsroman di ogni altro.

La letteratura è un unico complesso dai confini sfumati, è materiale informe tendente a prendere forma, è rete che connette.

Non è vano ricordare qui la noosfera. Il greco nous può essere variamente tradotto: intelletto cosmico, mente. Non importa qui disquisire a proposito della paternità del termine. I punti di vista, espressi negli Anni Venti del secolo scorso, da Pierre Teilhard de Chardin, gesuita francese, filosofo e paleontologo, e da Vladimir Vernadskij, geologo e chimico russo, coincidono. La noosfera va oltre la mera biosfera, è il pianeta -il nostro ambiente vitale- modificato dal pensiero umano in continua evoluzione. Di qui il semiologo russo trae negli Anni Settanta il concetto di semiosfera. La semiosfera è il luogo della continua, indefessa produzione di senso. “L’universo semiotico”, ci dice Lotman, “può essere considerato un insieme di testi e di linguaggi separati l’uno dall’altro. In questo caso tutto l’edificio apparirà formato da singoli mattoni”. E questo è un modo di vedere la letteratura: singole opere, singoli libri, singole biblioteche. “È però più feconda”, continua Lotman, “l’impostazione opposta. Tutto lo spazio semiotico si può considerare infatti come un unico meccanismo (se non come un unico organismo). Ad avere un ruolo primario non sarà allora questo o quel mattone, ma il ‘grande sistema’ chiamato semiosfera”.8

Ricordando, con il Faust di Goethe, l’oscuro emergere della conoscenza dal caos e dalla notte dell’ignoranza; e ricordando con Freud l’inevitabile presenza, in ogni ‘processo di formazione’, dell’inconscio, possiamo chiamare morfosfera il luogo della formazione, un luogo dai confini sfumati e porosi, terreno di commistione di linguaggi, rete di testi, spazio letterario aperto a percorsi differenti.

La morfosfera è una rete. Il formatore-letterato contribuisce consapevolmente alla tessitura della rete e guida e accompagna gli altri nei movimenti attraverso la rete. Così possiamo intendere la formazione: spazio virtuale, ambiente, possibilità di incontro.

Ammaestrati dalla letteratura, potremo trarre vantaggio da ogni codice e da ogni canone, senza darne per scontato nessuno. Per quanto sia buona una storia della letteratura o una antologia, molta buona letteratura ne è rimasta certamente fuori. Di fronte a qualsiasi programma, dentro qualsiasi aula, come ci invita a fare l’Archipreste de Hita, chiunque “può aggiungere dell’altro”. La ‘formazione’, così, “andrà di mano in mano/ come palla alle ragazze”. Chiunque sapesse, potrà aggiungere qualcosa “e emendare quello che volesse”. “Chiunque lo chiedesse,/ lo prenda chi ci riesca”.

1 Juan Ruiz Archipreste de Hita, El libro del buen amor, edizioni manoscritte 1330, 1334; edizione di Joan Corominas, Gredos, Madrid, 1967; trad. it. Il libro del buon amore, trad. di Vincenzo La Gioia, Rizzoli, Milano, 1999.

2 Ramón Menéndez Pidal, Poesía juglaresca y orígenes de las literaturas románicas, Madrid, 1957, p. 364. (Sesta ed ultima ed. di Poesía juglaresca y juglares, Madrid, 1924). Vedi anche: Gianfranco Contini, “Memoria di Ramón Menéndez Pidal”, in Altri esercizî (1942-1971), Torino, Einaudi, 1972.

3 Johann Wolfgang Goethe, Urfaust, scritto tra il 1773 e il 1775, Faust. Erster Teil, pubblicato nel 1808, Faust. Zweiter Teil, pubblicato nel 1832. Trad. it. di Giovanni Vittorio Amoretti, Feltrinelli, Milano, 1991; trad. it. di Franco Fortini, Mondadori, Milano, 2003.

4 Johann Wolfgang Goethe, Italienische Reise, trad. it. Viaggio in Italia, trad. it., Mondadori, Milano, 1983, p. 63.

5 Bruno Migliorini, Parole d’autore (onomaturgia), Sansoni, Firenze, 1975.

JohannWolfgangGoethe,AusmeinemLeben,ZweyterAbtheilungErsterTheil,AuchichinArcadien!,CottaschenBuchhandlung,1816.JohannWolfgangGoethe,AusmeinemLeben,ZweyterAbtheilungZweyterTheil,AuchichinArcadien!,CottaschenBuchhandlung,1817.

JohannWolfgangGoethe,EntstehungunorganischerFormen,inDieSchriftenzurNaturwissenschatf,inDieSchriftenzurNaturwissenschaft,acuradiDorotheaKuhn,WolfvonEngelhardt,IrmgardMüller,ImAuftragederDeutschenAkademiederNaturforscherLeopoldina,VerlagHermannBöhlaus,Weimar,1947.

8 Jurij M. Lotman, La semiosfera, Marsilio, Venezia, 1985, p. 58

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