Contributi

Il mio capo, la comunicazione interna e il re Wu

di Giulia Pellizzato 18 Marzo 2013

Lavoro in una organizzazione relativamente piccola. In ufficio siamo una trentina di persone, e altrettanti lavorano dall’estero, sparsi per il mondo. Molti hanno un contratto part time e usano il tempo libero per sviluppare i propri progetti personali.
Lavoriamo in un vecchio edificio industriale ristrutturato. Percorrendo il lungo corridoio centrale si possono vedere i vari uffici attraverso le pareti di vetro e legno, a destra e a sinistra. In qualsiasi momento ci si può accomodare nelle stanze libere per discutere di quel che serve. La settimana è scandita dai meeting interni dei vari Team, c’è poi il meeting dei Team Leader per monitorare l’avanzamento dei progetti, ogni mese un Team prepara un Workshop per tutti i colleghi. Questo mese tocca a noi.

Qualche giorno fa il capo spunta all´improvviso da dietro la porta e mi chiede di seguirlo nel suo ufficio “per… per una breve intervista”. Sguardi interrogativi tra me e la mia responsabile. Mi alzo e lo seguo nel lungo corridoio, un po´ sulle spine. Mi accomodo sulla poltrona e noto alla mia sinistra the e biscotti. Già penso a quando me ne mangerò uno o due, di quelli al cioccolato…
“Se qualcuno ti desse un passaggio in macchina e ti chiedesse di raccontargli di dove lavori… con 60 secondi a disposizione tu che gli diresti?” Ho un istante di stupore attonito. Ma che domanda è? La mia mente si mette a calcolare infinite possibilità, mi dice che ogni parola che uscirà dalla mia bocca avrà indefinibili ricadute possibili, contando che a fine mese il mio stage si concluderà…
Cerco di far finta di niente e spegnere l’ingranaggio. Mi accontento di fare la cavia per questa volta, del resto sono solo una stagista. Penso al taxista pakistano incontrato qualche giorno prima e rispondo alla domanda, come se parlassi con lui. Il capo ascolta, prende note con aria seria sul taccuino.
“E l´aspetto che trovi più importante di come si lavora qui, qual è?” Rispondo anche a questo, immaginando il taxista. Il capo ascolta ancora, annuisce, scrive qualche altra parola.
Infine sorride, «adesso ti spiego il perché delle mie domande”.

Mi dice che questo è un momento chiave per la nostra organizzazione, che è importante che tutte le persone che ci lavorano puntino nella stessa direzione. “Siete come le radici di un grande albero”, mi dice “è importante che queste radici si incontrino tutte in un punto, per sostenere un tronco solido, per poter crescere sempre più in alto”.
Non posso che essere d’accordo. Dal mio angolino in ufficio lo vedo ogni giorno. Solo, c’è qualcosa che non mi torna. Come conciliare questi discorsi illuminati con il capo che mi descrivono qualche volta i miei colleghi?
C’è solo un modo per scoprirlo. Faccio un tentativo.

“Sono felice che dedichi il suo tempo a questo aspetto”, gli dico, “la comunicazione interna nelle organizzazioni viene trascurata1. Anche nella tradizione buddista si parla di questo concetto, in giapponese lo chiamano itai doshin, cioè «diversi corpi stessa mente»”. Vedo accendersi gli occhi del capo dietro alle lenti spesse.
“Qualche giorno fa” continuo “stavo leggendo uno scritto di Nichiren Daishonin, monaco riformatore del medioevo giapponese. Era una lettera inviata a un discepolo per incoraggiarlo, in un periodo di intimidazioni e pressioni da parte del governo. Gli spiegava che la chiave per superare difficoltà e momenti critici è proprio l’unità di intenti. Mi hanno colpita alcune parole. «Quando fra le persone prevale lo spirito di “diversi corpi, stessa mente”, esse realizzeranno tutti i loro scopi», e «Un solo scroscio di pioggia spegne molti fuochi ruggenti». L’atteggiamento di cui parla la lettera, «diversi corpi, stessa mente», significa proprio tendere allo stesso scopo, come dice lei, mantenendo ognuno la propria identità, le proprie caratteristiche, anzi, valorizzandole proprio perché uniche e insostituibili”.
Mi fermo un istante. È strano trovarmi da stagista a parlare di buddismo giapponese nell’ufficio del mio razionalissimo capo. Avrò esagerato?
“Interessante!” Risponde lui. “Perché non mi invii questo testo per e-mail?”
Beh dai. Direi che è andata bene.
Agguanto il mio meritato biscotto, ringrazio il capo per la sua attenzione e per la disponibilità, torno in ufficio. Comincio a scrivere la mail. Spero di aver ricordato bene il testo… e se non c’entrava per niente?
Vediamo, con l’aiuto di Google…

Gentile M.,
ecco qui un estratto del testo di cui parlavamo poco fa.
«Quando fra le persone prevale lo spirito di “diversi corpi, stessa mente”, esse realizzeranno tutti i loro scopi, mentre se hanno uno “stesso corpo e diverse menti” non possono ottenere niente di notevole. I più di tremila volumi della letteratura confuciana e taoista sono pieni di esempi. Il re Chou di Yin guidò in battaglia settecentomila soldati contro il re Wu di Chou con i suoi ottocento uomini. Tuttavia l’esercito del re Chou, a causa della disunità, fu sconfitto dagli uomini del re Wu grazie alla loro perfetta unità. Perfino una sola persona, se ha scopi contrastanti [letteralmente “due cuori”], finirà sicuramente per fallire. Ma cento o mille persone possono senza dubbio realizzare il loro scopo se hanno un’unica mente. […] Un solo scroscio di pioggia spegne molti fuochi ruggenti, e una singola verità dissolve molte forze malvagie [letteralmente “i mali sono tanti, ma non riusciranno mai a vincere un bene, così come basta un getto d’acqua a spegnere un gruppo di numerosi fuochi”]».
Le copio qui sotto anche una parte del commento di Daisaku Ikeda, filosofo buddista e scrittore:
«Questa battaglia, documentata nelle Cronache dello storico di Ssu-ma Ch’ien (Sima Qian, circa 145-86 a.C.) e in altre opere, è nota come la guerra Yin-Chou o rivoluzione Yin-Chou. Probabilmente il Daishonin scelse questa storia perché offriva spunti di riflessione sull’importanza di essere uniti nello spirito. La battaglia risale a più di tremila anni fa, all’undicesimo secolo a.C. 
Il re Chou, l’ultimo dei sovrani della dinastia Yin (conosciuta anche come dinastia Shang), possedeva un ingente esercito di settecentomila uomini. Il re Wu di Chou, uno stato vassallo del regno di Yin, decise di ribellarsi al tirannico re Chou nonostante potesse contare soltanto sull’appoggio di ottocento signori feudali e dei loro soldati. 
Oggi è difficile determinare il numero esatto delle forze in campo, ma secondo una fonte storica il re Wu ebbe a disposizione un contingente di circa quarantacinquemila uomini. 
La schiacciante superiorità numerica del suo esercito sembrò garantire al re di Yin un ampio margine di vantaggio sugli avversari, ma in realtà i suoi soldati non avevano alcun desiderio di combattere. Si narra infatti che di fronte alle schiere del re Wu essi abbassarono le armi e ruppero le righe, permettendo così al nemico di aprirsi un varco. Il re di Yin fu sconfitto perché con la sua condotta dispotica aveva alimentato il risentimento nel cuore dei suoi soldati, che alla fine si rivoltarono contro di lui. […] 
All’interno di un’organizzazione l’atteggiamento del leader è l’elemento chiave dell’unità. Può sembrare paradossale, ma l’unità si costruisce intorno a una figura centrale che prende una decisione e invita gli altri a unirsi a lui. Se un leader è serio e impegnato molti lo seguiranno, realizzando così l’ideale di individui diversi che si uniscono per una causa comune. Se un leader è codardo e autoritario non sarà in grado di costruire una vera unità. La differenza di atteggiamento tra il re Chou di Yin e il re Wu di Chou ne è una chiara prova».
(«Buddismo e società», n. 133, marzo-aprile 2009)
Mi sembra che le ultime influenze nell’ambito del management puntino nella stessa direzione. Che ne dice?
Cordiali saluti

Non sono ancora riuscita a scoprire se il mio vero capo sia quello che mi descrivono i colleghi o quello con cui ho parlato qualche giorno fa. Forse ha le caratteristiche di entrambi, come il principe-centauro di Machiavelli.
Chissà come andrà a finire il mio stage. Intanto spero che questo debole messaggio in bottiglia sia arrivato nel posto giusto, e sia servito a qualcosa.

 

 

A dire la verità non ero esperta dell’argomento. Solo qualche giorno prima ero capitata su un sito governativo e avevo scoperto che «l’obiettivo di fondo della comunicazione interna è quello di diffondere e far condividere i valori e la cultura dell’Ente/azienda, con lo scopo di creare un contesto più collaborativo e migliorare i processi di lavoro instaurando un effetto positivo sul clima internoe sul benessere organizzativo».(http://www.urp.gov.it/Path.jsp?idPath=58&idTipoPath=18).

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