Contributi

Il potere dello spettacolo

di Francesco Varanini 26 marzo 2013

Il romanzo anticipa quasi sempre ciò che accade. Berlusconi, Grillo, la politica dei salotti televisivi, talk show e reality, accuse di comunismo e Vaffanculo, il potere come droga, assenza di confine tra democrazia politica e spettacolo televisivo, tutto questo, e molto altro, è mirabilmente anticipato nel romanzo di Norman Spinrad,  Bug Jack Barron, in italiano  Jack Barron Show, Fanucci, 2002.
Il testo che qui propongo è apparso su Sviluppo & Organizzazione nel gennaio 2005. E’ compreso in Il Principe di Condé,  Este, 2010. Dove trovare altri diversi romanzi che anticipano il presente.

Norman Spinrad
Nasce a New York City il 15 settembre 1940. Salvo un breve periodo a Kingston, New York, trascorre l’infanzia e l’adolescenza con i genitori e la sorella nel Bronx. Frequenta la Bronx High School of Science, e quindi, al College of the City of New York, è Bachelor of Science.
Vive pienamente il momento di cambiamento che caratterizza quegli anni.
“The Village, circa 1959, pre-Beatles, the Beat Era. Coffee houses. Craft shops. Folk music. I remember seeing a fat-faced kid  from Minnesota performing for free at a Monday amateur night at Gerdes’ Folk City. Name of Bob Dylan.”
Si forma leggendo Kerouac, Ginsberg, Herman Hesse. Con Alan Watts e D.T. Suzuki si avvicina alle filosofie orientali.
Nel 1965 si trasferisce in California. È poi andato in Messico, per poi tornare alla sua città, dove visse e lavorò nel Greenwich Village; aveva un impiego nell’ospedale locale.
Prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, è, tra l’altro, assistente sociale, falegname, fabbricante di sandali, agente delle tasse, conduttore di uno show radiofonico, agente letterario.
“Then too, my life has intersected, in various degrees of  intimacy, the lives of many people of more than passing literary  interests – Philip K. Dick, Timothy Leary, Theodore Sturgeon, Harlan  Ellison, J.G. Ballard, William Burroughs, Frank Herbert, Michael Moorcock, to name a random sample of a long, long list.”
Los Angeles, un appartamento in Laurel Canyon. Lì, tra il ’67 e il ‘68 porta avanti diversi racconti, articoli per giornali, due sceneggiature per Star Trek. E scrive Bug Jack Barron.
Doubleday, l’editore che nel 1967 gli aveva pubblicato The Men In The Jungle, rifiuta il nuovo romanzo. “‘Take out all the sex, drugs, and politics, and we’ll publish the book’, Doubleday told me. “All that would be left would be a novelette’ I pointed out”.
Il romanzo uscirà a puntate sulla rivista inglese New Worlds. E ne causerà il ritiro dalla potentissima catena di edicole-librerie W.H. Smith con l’accusa di linguaggio osceno.
Di Spinrad, l’ opera più complessa e ardita resta probabilmente The Iron Dream, 1972 (Il signore della svastica), ambientata in un universo parallelo, dovei Adolf Hitler scrive romanzi di fantascienza.
Dal 1988 vive in Francia. Di lì –con l’amarezza di un amante deluso– guarda agli States. Che gli appaiono un enorme romanzo di fantascienza, dove la realtà supera ogni fantasia.
Vilfredo Pareto ci ha mostrato come la formazione di una contro-élite, in reazione ai ‘segni di degenerazione’ manifestati dall’élite al potere, sia l’elemento dinamico della storia. Così i leader del ’68, negli USA il ‘Movement’, si presentarono come nuova classe politica. Portatrice di nuovi valori, di una nuova cultura, di un nuovo modo di intendere la vita.
Ma i nodi poi vengono al pettine: una classe politica ha senso se governa, se si assume l’onere di gestire il potere. Difficile gestire in modo nuovo: più facile –e fatale destino il più delle volte– è trovarsi sì a sostituire la vecchia classe politica, ma governando allo stesso modo.
Molto è cambiato in apparenza. Ma poco nella sostanza. La classe politica è, in parte, diversa da quella di prima. Il ’68 ha garantito un certo ricambio. Ma leader vecchi e nuovi colludono tra di loro. Al di là di appartenenze di partito e di scelte di campo, formano un insieme omogeneo, accomunato dagli stessi interessi.
Gli eredi della vecchia classe dirigente tollerano con indulgenza gli atteggiamenti anticonformisti dei nuovi venuti. Mentre i parvenu, ex rivoluzionari, sono in cuor loro ben consapevoli di un di un dato di fatto: non fosse stato per quella rottura di continuità che è stata la ‘rivoluzione giovanile’, la ‘contestazione’ – posti al sole per loro non ce ne sarebbero mai stati.

Spinrad, con raro acume, con mirabile preveggenza, formula queste riflessioni proprio mentre il nuovo sta emergendo. Scrive, in quello stesso ’68, un romanzo di fantascienza che ci appare oggi come una fin troppo esatta cronaca del nostro presente.
Nel momento in cui altri inneggiavano liricamente al nuovo, a mondi differenti, Spinrad racconta a noi, lettori del futuro, quello che non avremmo voluto accadesse, ma abbiamo invece visto accadere, e che abbiamo sotto gli occhi.

Come non avremmo voluto diventare
Se solo Jack non avesse lasciato perdere. Se soltanto avesse mantenuto qualcosa di quello che tutti noi abbiamo irrimediabilmente perduto negli anni Settanta. Ma come aveva detto Jack (e, oh, se aveva ragione: e non lo sapevo!), ‘Luke,’, aveva detto (e Greene ricordava ogni parola, perché Jack poteva sempre stamparti una frase in testa come un jingle […]) ‘sta’ sicuro che sarà un brutto momento quando deciderai di venderti. Ma un momento peggiore, il peggiore momento del mondo, sarà quando deciderai di venderti e nessuno vorrà comprare.’
E che gli rispondi, pensò Greene. Che cosa rispondi, se proprio tu hai dato un chiaro segnale piazzando una grande bocca e una pelle nera nella residenza del governatore a Evers, Mississippi. Come rispondi a Jack, tu razzista nero, tu, musonero bianco?
Lukas Greene ebbe un breve risolino amaro. Il nome della trasmissione doveva essere una specie di gioco di parole, un vero scherzo cifrato dentro la piccola testa capellona di Jack, solo questo.
Perché (da quando aveva mollato Sara) chi diavolo avrebbe potuto davvero scocciare Jack Barron? (pp. 18-19)
Anni dopo, ritroviamo i leader del ’68 in posizioni di potere, inquieti e appesantiti da sensi di colpa.
Così Lukas Greene, acuta mente politica, sa di aver raggiunto il massimo possibile divenendo governatore del Mississippi. Non per questo è soddisfatto.
Greene è negro, e il Mississippi, nella finzione di Spinrad, è uno stato–ghetto, o stato– riserva, in cui i negri sono confinati. Lui, Greene, ora è al potere, ma le vere regole del gioco sono cambiate in peggio. Come spesso accade, di nuovo c’è solo una nuova retorica: il nome della capitale non è quello che conosciamo, Jackson, ma Evers, in ricordo di Medgar Wiley Evers, leader del NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), assassinato nel 1963.
Lukas non può fare a meno di continuare confrontarsi con l’amato-odiato compagno di quegli anni di illusione. Jack Barron, bianco, di bell’aspetto, brillante, carismatico è ora un divo della televisione.

Chi sono diventato?
Solo un orso ammaestrato (…). Jack Barron, un osso per le masse, il conforto dei fannulloni, fricchettoni, ispanici e negri. La preziosa valvola di questa pentola a pressione. Icona di potere su cento milioni di schermi, immagine, non realtà, non potere del denaro, non potere della paura, potere della vita che combatte la morte, senatori governatori presidente (…). Camminando sul filo come un acrobata, tra network, masse, sponsor, Commissione Federale per le Comunicazioni, Jack Barron. Gladiatore pane e circo, icona di potere dalla spada di carta, Cazzata Jack Barron. (p. 25)

Si dia inizio allo spettacolo
Eppure, Benedict Howards si tirò su, accese la tv, e attese con un nodo allo stomaco, attraverso le immagini a colori di Dodge Chevrolet, la sigla del network, bottiglie di Coca-Cola danzanti, una stellina strafica che fumava Kools Supreme, la sigla della TV locale, aspettava teso e accigliato nella fresca brezza serale, sapendo che altri aspettavano, ventri che rumoreggiavano nelle silenziose cripte del potere a New York Chicago Dallas Houston Los Angeles Washington aspettando tre parole (scarlatte sullo sfondo blu notte) per cominciare l’ordalia di un’ora di attesa, sbirciando il videofono morto, le piaghe di Harlem, Watts, Mississippi, attraversando città, villaggi, negri, perdigiorno, perdenti casualmente saltati fuori; cento milioni di imbecilli che avanzano aggobbiti annusando sangue, il sangue bluvenoso dei circoli del potere. (p. 25)

JACK BARRON SHOW

JACK BARRON SHOW

Lettere rosse (imitazione intenzionalmente rozza del classico graffito Yankee go Home sui muri di Messico Cuba Cairo Bangkok Parigi) contro il piatto sfondo blu scuro.
Fuori campo un’aspra voce da bettola grida: “Sei stufo?”
E un collage di voci in risposta mentre la camera resta sui titoli: studenti che fanno domande imbarazzanti all’agitatore dell’America del Popolo, gli amen di un predicatore battista da antologia, madri che piangono, soldati che brontolano, perdenti, amareggiati fuori dal botteghino delle scommesse da due dollari. Voce da bettola in tono cinicamente speranzoso: “Allora scoccia Jack Barron!” (pp. 25-26)
Il titolo diventa l’inquadratura di spalle e testa di un uomo contro un ostile sfondo nero (un disegno marezzato roteante brilla appena al di sopra della soglia di percezione, nero inchiostro d’India che danza sul mobile disegno psichedelico del fondo scuro). L’uomo indossa una giacca sportiva giallo scuro sopra una maglietta di velluto rosso (niente cravatta). Sembra avere quarant’anni? trenta? venticinque?, comunque, più di ventuno. La carnagione trascolora tra bianco e grigio, come quella di un tormentato poeta romantico; il viso è di una strana morbidezza dagli orli induriti, come l’arazzo di una battaglia in stallo. I capelli sono una citazione di uomini morti, un color sabbia tipo JFK dal taglio lungo giù per il collo e attorno alle orecchie, salgono con riccioli ribelli verso l’alto, e diventano tipo Dylan, un’aureola da letto sfatto. Occhi da furbo, occhi sapienti covano un divertito distacco mentre le sue labbra piene sorridono, rendendo il sorriso una faccenda privata, un io-so-che-tu-sai-che-io-so che l’ultimo indice d’ascolto valutava l’audience in cento milioni di persone.
Jack Barron sorride,annuisce, comincia lo spot delle Acapulco Golds. (p. 26)
Le Acapulco Golds, sigarette alla marijuana divenute legali. Lo sponsor specula sui ricordi di spettatori che ricordano i gloriosi tempi degli spinelli clandestini, trionfano di pari passo al successo dello show di Barron.

In onda
Di nuovo sullo schermo Jack Barron, seduto su una vecchia sedia con braccioli, da professore di scuola, la cui scrivania porta due videofoni bianchi Bell, modello standard; la sedia bianca e i videofoni bianchi contro lo sfondo nero marezzato di disegni rendono Jack Barron simile a un cavaliere medievale di fronte a danzanti sagome di tenebra.
“Cosa vi scoccia stasera?” chiede Jack Barron con una voce che sembra sapere tutto – di Harlem Alabama Berkeley North Side Strip City sapere tutto di muri di cemento appena dipinti, di mille
Progetti Età dell’Oro e delle pisciate in galera, sapere degli assegni due volte al mese appena sufficienti a continuare a crepare (l’assegno celeste chiaro della Sicurezza Sociale, dell’Assistenza per l’Infanzia, del Collocamento, Salario annuo garantito), sapere tutto, sapere anche che per quello che serve, vaffanculo… eppure non smette di preoccuparsene, ficcanaso empatico. (p. 27)
“Quello che scoccia voi, scoccia anche Jack Barron.” Barron ride con un sorriso da basilisco, gli occhi scuri sembrano seguire ombre in movimento sullo sfondo, fermo immagine nero, Dylan JFK e Bobby Buddha monello. “E tutti noi sappiamo cosa succede quando scocciate Jack Barron. Componete il numero verde prefisso 212, 969-6969 (sei mesi di battaglia con la Bell e la Commissione Federale per le Comunicazioni per avere questo numero speciale facile da ricordare) e prenderemo la prima chiamata… ora!”. (pp. 27-28)
Barron ai nostri occhi appare un delirante mix che accomuna Minoli, Santoro, Ferrara, Lerner, Costanzo, Vespa, Bonolis. O meglio, ognuno di loro ci appare una pallida imitazione di Barron.
E i loro format appaiono poca cosa rispetto al Jack Barron Show: semplice, geniale, cattivo.
To bug è verbo gergale. Si legge su dizionari di american slang ‘to be angry or irritated (at someone); to bother, irritate, or anger someone; to confuse or bewilder someone. Scocciare, appunto, essere arrabbiato, far arrabbiare, seccare, essere seccato, molestare, dare fastidio, sorprendere, confondere.
Dunque Barron, che ha le scatole che gli girano, farà girare le scatole a personaggi apparentemente inattaccabili. Le farà girare per conto terzi, a nome di coloro che non oserebbero o non potrebbero mai rivolgersi a politici e imprenditori e insomma a membri dell’élite del potere.
Il coraggio, o la strafottenza, o l’ipocrisia di Barron –perché alla fine tutto si risolve in spettacolo, tutto ha luogo solo all’interno di uno spettacolo– sono la proiezione narcisistica delle frustrazioni dei telespettatori.
Loro sono depressi, oppressi, schiacciati, impotenti. Non sono in grado di reagire nella vita, con reali azioni politiche. Per loro conto Barron mette alla berlina e costringe all’angolo i potenti. Reagiscono in modo immaginario, sulla scena mediatica, per interposta persona.

Benedict Howards, o l’arroganza del potere
“Pulito?” disse Benedict Howards, guardando oltre l’uomo senza volto (espressione vacua, da bibliotecario), scrutando fuori dalla finestra con bella vista, verso le tranquillizzanti mura del Complesso principale di Long Island, monolite del potere dell’immortalità (…). “Nessun uomo è pulito”, Wintergarten, e meno che meno uno con un passato del livello di quello di Jack Barron, uno dei fondatori della L.G.S., ex attivista a Berkeley, un’adolescenza come quella di ogni sfottuto comunista filocinese di questo paese. E mi viene a dire che Barron è pulito? E’ pulito quasi come una latrina all’aperto.”
Wintergarten toccò la grossa cartella color tabacco (…) “Be’, naturalmente no, non in questo senso, signor Howards”, disse (bastardo vigliacco yesman! pensò Howards). “Ma questo è un dossier completo su Jack Barron, e non c’è niente che possiamo usare contro di lui, niente. Su questo mi gioco la reputazione, signore.”
“Si sta giocando decisamente di più della sua inesistente reputazione, su questo. E’ in gioco il suo lavoro (…). Non mantengo un Capo del Servizio Ricerche Personali per produrre un grosso mucchio di carte di merda che non posso usare contro uno che voglio vedere inchiodato al muro. La pago perché mi trovi il modo di incastrarlo. Ogni uomo ha un suo punto debole, e lei è pagato per trovarlo!” (pp. 75-76)
Per chi fa esercizio del potere sentendosi in diritto di dettare le regole, o sentendosi al di sopra delle regole, chiunque è macchiato, e chiunque è ricattabile.
Ognuno ha avuto il suo momento di debolezza, ognuno ha buchi neri nella biografia, ognuno ha vergogne private, qualcosa da nascondere. E se per caso uno fosse del tutto pulito, il passato riprovevole può essere costruito ad arte.
La tecnologia e la ricchezza di mezzi permettono di scoprire qualsiasi traccia, e anche di inventarla.

La costruzione del pericolo immaginario
“Comunisti!” urlò Howards. “Non capisce? Sono tutti comunisti, o comunque fantocci dei rossi.” (p. 143)
La tecnica è semplice. Alimentare il timore di un pericolo immaginario. Erigersi a paladino della difesa da quel pericolo. Nascondere i propri interessi personali dietro una facile crociata. Fare leva sulla debolezza delle masse istupidite dalla televisione e da una vita priva di senso. Speculare su un ricordo nebuloso del passato, su un presente infelice, su un futuro incerto.

Jack Barron, variabile impazzita
Ai tempi del Village, il posto giusto era Berkeley, e ai tempi di Berkeley, Strip City, e così via, indietro fin qui in una incestuosa catena da Costa a Costa. Da che parte si va per il movimento, amico? Piccolo, se sei un fallito il movimento è sempre da qualche altra parte. E allora, perché non dall’altra parte della cortina di vetro, la Terra del Jack Barron Show in contatto elettrico con i luoghi del potere, i sogni acidi della rivoluzione, intimo segreto di cento milioni secondo l’ultimo sondaggio. (p. 115)
Calcinculo Barron spella vivi i vip come farebbe uno di noi, amico; è dalla nostra parte.
Tutto vero, no? pensò Barron. Per ragioni mie, ragioni di indici d’ascolto, io sono davvero dalla loro parte, la parte di ogni persona incazzata dell’intero universo, immagine a puntini fosforescenti dei suoni della libertà che lampeggia ‘Nemico di quelli che fanno di lui un nemico, amico di chi non ha amici.’ Uno slogan, praticamente. (p. 115)
Barron capì improvvisamente come mai le Acapulco Golds erano di gran lunga le più vendute nel Village, o a Fulton o nei ghetti della Strip City, insomma dove vivevano gli sballati nostalgici dei vecchi tempi: è il mio sponsor, ecco perché. Sono sicuri del valore del loro denaro, spendono per il Jack Barron Show; fuma le Acapulco Golds e fuma Jack Barron, uan forma di patriottismo per (…) tutti i tizi dei ghetti psichedelici, veri fedeli del duro ragazzo di Berkeley cai capelli alla Dylan (debbo andare dal barbiere, cominciano a prudere), il nostro mitico Calcinculo. (p. 123)
Reduce da un futuro che non si è realizzato, reduce da un passato vissuto di passata, il popolo degli ex rivoluzionari ha bisogno di miti, di luoghi, di figure di riferimento – tutti modi per conservare una identità.
Barron in animo suo si considera arreso, si sente ormai del tutto separato dal suo passato di leader. Vede se stesso, anche con intimo disprezzo, come un qualsiasi showman televisivo. Eppure, suo malgrado, provocando l’incontenibile ira di Howard, si trova ad incarnare il bisogno di identità degli ‘ex sessantottini’.

Intimo colloquio
“Ora siamo arrivati al punto (…). Tu non volevi il vero me, il modo in cui ero. Quando ho rifiutato di giocare al Piccolo Bolscevico e ho cominciato a vivere nel mondo reale, tu non sei riuscita a piantarla, a venir fuori dalla tua tana fatta di erba, e quando hai visto che non sarei tornato dentro con te sei sparita.” (…)
“Quando ho visto la tua trasmissione in trip, il te che avevo amato era ancora lì, era sempre stato lì. Ma anche quest’altro te, combattere e battere, sempre…(…) anche quello eri tu, Jack. (…) E ho pensato che forse non eri tu a essere cambiato, ma io. Io che avevo smesso di cercare di capire, in qualche modo, spaventata dal potere, dai sogni tranquilli che diventavano realtà, spaventata dalla responsabilità di essere una donna vincente, impaurita dai veri squali del vero oceano. Se tu eri un dissociato, io ero una vigliacca che ti dava addosso anziché cercare di capire. (p. 120)
Sara ha lasciato Jack perché Jack non era più quello di un tempo. Jack ha lasciato Sara perché Sara non era più quella di un tempo. Oppure, semplicemente, il tempo nel quale la comune passione politica faceva da collante è finito.
Ma per entrambi, per ognuno, è importante accettare i dati di realtà. Vivere nel presente. Ance se il presente è diverso dal sogno giovanile.

L’ultimo alibi: il rifiuto del potere
“Non capisci, Jack?” chiese Sara, fissandolo affamata con quei vecchi occhi di Berkeley. “Il potere… Ti ricordi come ne parlavamo ai tempi, cosa avremmo dovuto farne, quando lo avremmo avuto? Sicuramente ti ricordi di tutte quelle stronzate. Ma non capisci, non debbono essere stronzate per forza. Non abbiamo te, e tu hai il potere.” (…)
“Il potere!” scattò Barron. “Nessuno di voi ne sa un cazzo, del potere! Guardatevi intorno, sceglietevi un bel posto panoramico, e vedrete Howards e Teddy e Morris… quelli sono il potere! Sono gente, chiaro?, gente, solo questo, ma, cazzo, sono tossici. Sono intossicati dal potere. Questo è quello che ti fa il potere, una sfottuta scimmia sulla schiena, proprio come per i tossici. Il primo colpo è gratis, ma poi, bambini, vi toccherà darvi da fare per procurarvene di più, sempre di più e ancora di più per sfamare la scimmia. Io sono un tipo in gamba, eh? Vi potrei portare qua fuori a fare un giro e mostrarvi almeno cinquanta tipi che una volta erano in gamba, e voi non li caghereste proprio, perché, cazzo, sono tossici. E ai tossici non gliene frega niente di un cazzo, a parte la roba. Potere e roba… sono la stessa merda.” (pp. 126-127)
L’argomentazione è forte. Ci sono solidi, convincenti motivi per rifiutare di mettersi in gioco sulla scena politica – e anche sulla scena del management, la scena dove trionfano persone come Howards. È ragionevole chiaramarsi fuori, rinunciare a far parte della classe dirigente.
Il potere corrompe. Il potere è una droga, che non basta mai, che mangia la nostra vita e ci impedisce di essere noi stessi. E distrugge, annienta la persona, azzera ogni ricchezza, livella ogni diversità.

Il bello della diretta
“Questo è il Jack Barron Show, signor Howards, e stasera faremo tutta la strada che porta alla verità sul … (fece a bella posta una pausa, sogghignando segretamente con un sorriso carico di minaccia, al vedere Howards raggelato dal terrore, poi sterzò bruscamente)… (…)”
E vide il viso di Howards sciogliersi come gelatina, ogni teso muscolo rilassarsi in un flaccido momento di sollievo (…) Penserà che sto facendo il suo gioco finché non invertirò la marcia, e ci resterà incastrato ancor prima di poter staccare il videofono. (p. 333)
Del resto, Barron se ne rende conto, in qualche modo lui è comunque un drogato. Esibirsi sulla scena mediatica, di fronte a cento milioni di persone che pendono dalle sue labbra, anche questa è una forma di potere, della quale –quando se ne è assaporato il gusto– non si può fare a meno.
Un potere diverso, ma in fondo superiore al potere detenuto da tutti gli Howards.
Durante lo show, mentre si è in onda, qualsiasi accordo previo salta. Tutte le trame tessute da Howards appaiono vane. Howards domina il mondo ‘reale’. Ma il mondo ‘virtuale’ dei mass media è più importante: lì si costruisce e si governa il consenso. Lì si dominano le menti, si convincono i cuori. Ciò che è vero nello show, domani sarà vero nella vita quotidiana.

La nuova classe politica
E’ pazzesco immaginare che io sarò il presidente. So benissimo che è un lavoro troppo difficile per me… ma del resto forse è troppo difficile per chiunque, e dentro di sé chiunque abbia guardato oltre quel Rubicone deve aver pensato che stava diventando matto. E’ tutto un gioco di bluff, il denaro, il potere, la Presidenza, la vita è tutto, e chi sa scrivere quel libro meglio di Jack Barron? (p. 178)
Non aveva nessuna importanza il fatto che lui sarebbe stato un bluff come presidente: quali fossero la carne e il sangue dell’uomo nello studio non contava niente, l’unica cosa davvero importante era quello che cento milioni di fessi vedevano sullo schermo, quello era ciò che era realmente vero. L’immagine è tutto, perché quando si va a ciò che succede sul serio in Quel Grande Mondo Là Fuori, l’immagine è tutto quello che quei poveri fottuti vedranno mai. (p. 340)
Viviamo nella Società dello Spettacolo. Ciò che conta è la scena virtuale, ciò che appare sullo schermo. Di fronte allo showman che ha il coraggio o l’incoscienza di usare fino in fondo le sue armi, non solo Howards, ma anche qualsiasi uomo politico. Anche lo stesso Presidente degli Stati Uniti.
Nel romanzo, Spinrad riesce a immaginare che Ronald Reagan si candiderà, e vincerà a mani basse. Politici e imprenditori prendono lezioni dal conduttore di talk show. Se lui si presenta alle elezioni, la vittoria sarà sua.

Riferimenti bibliografici
Norman Spinrad, Bug Jack Barron, 1969. Prima ed. it. Jack Barron e l’eternità, Fanucci, 1973. Ora: Jack Barron Show, trad. di Giampiero de Vero e Introduzione di Goffredo Fofi, Fanucci, 2002.

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