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Parlateci di visione, non di programmi

di Lauro Venturi 21 Marzo 2013

Quando questo articolo verrà pubblicato, le elezioni avranno già dato il loro responso.

Questa cosa mi dà un sottile piacere, come quando, dal dentista, sfoglio riviste che non acquisterei mai e tutte di diversi mesi prima. Mi piace confrontare ciò che è stato scritto con ciò che poi è avvenuto.

Come dirigente di un’importante associazione di rappresentanza e servizi, che aggrega artigiani, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori, non mi è stato possibile sottrarmi al rito del confronto con i candidati.

Tutte le volte ne traggo un sentimento che oscilla dall’inutilità alla preoccupazione.

È abbastanza evidente che ci cerca voti, quindi consenso, si ponga in una posizione di compiacimento.

La televisione, poi, ha deteriorato oltre ogni ragionevole limite questa tendenza.

Conduttori di talk show, simbiotici con i politici e quindi corresponsabili, che aborrano l’apprgofondimento e scatenano risse vere e proprie, dando cattivo spettacolo di maleducazione.

Politici che cercano la battuta a lor dire simpatica e accattivante.

Pubblico che applaude come duemila anni fa al Colosseo, ignorando che rischiamo tutti di finire nelle fauci di questa crisi, che da finanziaria è da tempo diventata economica, poi sociale, per assumere sempre più le tinte di problemi di ordine pubblico.

Sì, perché quando hai difficoltà ad arrivare alla fine del mese o ti mancano i soldi per il ticket, quando ti tocca licenziare dipendenti che hanno lavorato al tuo fianco per una vita, quando devi chiudere la tua piccola azienda perché non ti pagano, oppure la banca ti revoca gli affidamenti, bè, tutto questo rancore e tutta questa disperazione, intesa letteralmente come allontanamento progressivo della speranza, da qualche parte vanno a sfociare.

Per questo è ancora più grave la vuota e sradicata ritualità dei dibattiti pre elettorali.

Parlando di televisione, mi sovviene di ripensare a “L’uomo è antiquato” di Günther Anders, libro che scoprii grazie al mio capo di tanti anni fa.

Già nel 1956 questo filosofo polacco rifletteva su come la radiotelevisione rappresentasse senza equivoci la sovranità del mezzo sulla persona, una sorta di “vergogna prometeica”. L’uomo non condividerà più le proprie emozioni partecipando con i suoi simili ad un’opera teatrale o alla visione di un film. Se ne starà in casa, davanti al nuovo e catodico focolare, solo.

E qui gli spazi per la manipolazione dei fatti e dei pensieri trovano terreno fertile: “Dato che il mondo ci è fornito in casa, non ne andiamo alla ricerca; rimaniamo privi di esperienza”.

Sempre riferendomi ad Anders, con l’avvento della televisione (non pensiamo poi ad internet), rischia di cadere ogni barriera tra la realtà e la fantasia.

Cosa c’è di più fantasioso dei programmi elettorali? Tutto sembra facilmente possibile, siamo a un passo dalla soluzione di tutti i problemi. Se in questo triste gioco di parlare alla pancia e non alla testa ci cade anche un compassato professore in loden, contraddicendo se stesso e il suo rigore nell’arco di una settimana, allora vuole dire che questo modo di fare politica è irreversibile.

Da tempo sostengo che per uscire da questa buia decadenza sia necessaria una fase di forte corporativismo. Mi spiego meglio. La politica, ripiegata su se stessa in una sorta di dorato deserto dei Tartari, ha dimostrato di non riuscire più a fare sintesi tra le diverse identità ed i diversi interessi dei cittadini. Anche quando persone della cosiddetta società civile, associazioni imprenditoriali comprese, entrano in Parlamento, poi si mescolano nel magma del politichese.

Allora tanto meglio costruire una rappresentanza più evidente e diretta: i dipendenti eleggano i loro parlamentari, gli artigiani anche, i pensionati pure, gli avvocati e i commercialisti…questi sono già una parte rilevante di deputati e senatori.

E queste persone, invece di parlarci di programmi o di stendere, senza controparte, contratti con gli Italiani, ci parlino di loro, della loro storia, di cosa leggono, di che musica ascoltano, delle ambizioni che hanno, di come gli piacerebbe fosse il mondo. Ci aiutino a conoscerle meglio, perché a loro deleghiamo la preziosissima gestione della cosa pubblica, parte del nostro futuro.

La narrazione delle persone che si candidano a governare la nostra povera e bella Italia sarebbe uno strumento di selezione della classe dirigente molto più efficace di leggi e codici etici: di questo ne ho la certezza!

 

 

 

Autore

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57 anni, dirigente d'azienda, esperto di PMI e sistemi associativi

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