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La sindrome di Tafazzi, ovvero come farsi del male

di Lauro Venturi 08 Maggio 2014

All’inizio dell’anno i giornali hanno dato ampio risalto alla notizia che una famosa multinazionale ha deciso di investire in Italia, nella prima periferia di Bologna, per costruire un nuovo stabilimento e assumere più di cinquecento persone.

Questa multinazionale ha già un’azienda in Italia, diretta da un amministratore delegato che ho la fortuna di conoscere e apprezzare per la sua attenzione all’innovazione e alle persone.
Probabilmente questo suo approccio ha contribuito a far sì che i diversi tentativi di delocalizzare la produzione non si siano mai concretizzati. Anzi, hanno deciso di investire cinquecento milioni di euro in un altro stabilimento, per realizzare un nuovo prodotto.
Inutile dire che tanti altri Paesi si erano fatti avanti per convincere la multinazionale, con ponti d’oro, a investire da loro. Invece, valutati i pro e i contro, ha scelto la nostra terra.

Grande soddisfazione della comunità del piccolo paese nel quale sarà realizzato lo stabilimento e di tutti gli stakeholder, che hanno visto in questa notizia un segnale di competitività del nostro territorio.
Grandi aspettative si sono accese nelle persone in cerca di lavoro, che anche nella (una volta) ricca Emilia lo cercano come una chimera.
Giovani e meno giovani, uomini e donne, super specializzati e semplici operai, italiani e stranieri hanno fatto ressa davanti ai cancelli dell’azienda di proprietà della multinazionale per consegnare il loro curriculum.
Alcuni non ci sono rimasti proprio bene quando l’inflessibile portinaio consegnava loro un post it con l’indirizzo del sito sul quale fare la domanda, non accettando documenti cartacei. Comunque, una bella botta di speranza, in questi tempi in cui le brutte notizie vengono sparate come bollettini di guerra e delle belle non c’è traccia.

Però… C’è un però.
L’azienda della quale parliamo produce sigarette.
Il prodotto che intendono costruire nel nuovo stabilimento è decisamente innovativo perché non prevede la combustione, ma il riscaldamento del tabacco, generando vapore e non fumo.
Qualcosa di simile alle sigarette elettroniche, con la differenza che in questo caso si tratta di tabacco vero, che abbasserebbe di molto il rischio delle malattie connesse al fumo.
La multinazionale è in attesa dell’autorizzazione delle autorità regolatorie per immettere sul mercato, nel 2015, quello che sembra più un aerosol che una sigaretta.

La notizia è inevitabilmente rimbalzata sui social network, con netta prevalenza di commenti negativi.
C’è chi avrebbe preferito una fabbrica di caramelle e chi insorge contro l’ulteriore consumo di suolo per costruire il nuovo stabilimento.
Qualcuno si lamenta che chiudono le PMI e aprono le multinazionali, qualcun altro parla di magra consolazione perché per creare lavoro non si producono beni utili ma sigarette.
Quello che più di tutti mi ha colpito è stato il commento di chi contestava i “penosi trionfalismi per uno sviluppo irrispettoso”, lamentandosi del fatto che non siano state convocate in seduta congiunta le diverse commissioni comunali (lavoro, ambiente, sviluppo economico…) e le relative consulte formate dalle associazioni ambientaliste, dai sindacati, dalle associazioni di categoria e dai comitati dei cittadini.
Certo, dico io: solo dopo un approfondito e articolato dibattito, il Sindaco avrebbe potuto dare una risposta all’azienda!
“Ma di cosa parlate? Ma vi rendete conto di quanto siete assurdi? Di fronte alla gente che è in cassa, in mobilità, che tutti i giorni si arrabatta per tirare a campare? Provate a rifletterci… a pancia vuota!” tuona una saggia signora.
Ed è al suo buon senso che mi appello, perché ho chiaro che questa grave crisi globale non sia stata un improvviso tsunami finanziario, ma la causa delle risposte sbagliate che la politica ha dato al ciclico rallentamento dell’economia reale.
Ho chiaro che si è utilizzata la crisi per farci digerire gli inevitabili e altrettanto inefficaci rimedi della cosiddetta troika.
Ho però chiaro che se perdiamo l’ultimo barlume di buon senso diventiamo in un qualche modo corresponsabili di questo gioco al massacro. No, non ci sto!

Autore

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57 anni, dirigente d'azienda, esperto di PMI e sistemi associativi

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