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L’invisibile ci mostra il visibile

di Piero Trupia 01 Dicembre 2014

Ho avuto due consolazioni che voglio condividere. Un mio nipote di 13 anni, che conclude quest’anno la scuola media inferiore, ha dichiarato che intende fare il classico. Un altro di 9 anni che vuole studiare pianoforte. Non, al momento, per fare il musicista, ma per la musica in sé.
Non è vero che i giovani d’oggi nascono e crescono zoticoni, istupiditi dai giochi combinatori dei vari gadget e dalla musica zum zum perennemente nelle orecchie. Se hanno avuto la buona sorte di qualcuno che gli ha parlato d’altro, e soprattutto glielo ha mostrato, si aprono a esso.
Umberto Eco ha riferito della sua partecipazione, come avvocato difensore, a un processo a Torino. Imputato il liceo classico, da rottamare secondo l’accusa sostenuta da Pietro Ichino.
Il liceo è stato assolto ed Eco ci dice per quali ragioni. La giuria si è convinta che esso apre la mente anche alla comprensione della scienza e della tecnica. Se il tecnico puro sa realizzare lo hardware, ci vuole l’umanista per concepire il software.
Sono d’accordo e aggiungo.
Il liceo nell’antica Grecia, dov’è nato, fu la scuola dove Aristotele insegnava ed egli era, come tutti i filosofi del tempo, anche scienziato. Suoi sono un trattato sulla fisica e un trattatello sull’economia. Più che nel primo in questo secondo si possono trovare idee di valore attuale.
Il liceo allenava, e ancora allena, al ragionamento astratto e teorico, che è la chiave per qualsivoglia ragionamento. È interessante che in portoghese seminario o conferenza dotta si dice palestra.
L’astratto e il teorico sono l’invisibile, se non con gli occhi della mente. Dell’invisibile è parte il paradossale che spesso nasconde l’innovazione. Ad esempio il modello teorico dell’oggetto più pesante dell’aria che solo poteva risolvere in modo soddisfacente il problema del volo umano. Contro questo paradosso si sono posti, bloccando il pensiero creativo per più di due millenni, i due modelli naturali del volo degli uccelli, modello aviario, e quello del più leggero dell’aria, il galleggiamento della mongolfiera e del dirigibile.
Altro classico paradosso quello della centralità del sole e non della terra a favore della quale militavano l’evidenza empirica e il dogma teologico.
Al momento, alcuni paradossi sono in lista d’attesa, vale a dire rifiutati. Quello che in azienda la pace è più efficiente dell’emulazione darwiniana e la mancanza di controllo, rimpiazzata dall’auto controllo etico, è molto più sicura del controllo burocratico-fiscale e del meccanismo premio/punizione. In campo macroeconomico l’idea che solo la crescita può creare lavoro, mentre, via produttività e automazione, lo distrugge. Idem per la ricchezza che in modo naturale affluisce dove c’è già ricchezza.
Gli scientisti si oppongono alla metafisica che si occupa di ciò che sta oltre lo sperimentabile e quindi del visibile corporeo. Ma lo fanno in base a principi e presupposti metafisici quali l’immanenza del logos o ragione alla materia e quindi l’autosufficienza epistemologica del metodo sperimentale. Ma l’esistenza stessa della fisica teorica e dei principi della matematica dicono il contrario. Il primo assioma della filosofia dell’aritmetica di Peano (1910) Zero è un numero ne è la conferma.

Autore

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Piero Trupia. Linguista, cognitivista, filosofo del linguaggio. Studi di matematica, economia, scienza della politica. Dirigente industriale fino al 1996. S’interessa di arte figurativa che studia e colleziona. Il suo approccio critico si avvale delle forme più avanzate di semiotica e semantica della figura. In materia ha pubblicato saggi nella collana Analecta Husserliana, Kluwer, Dordrecht, Nederland. Appena uscito, Piero Trupia, Perché è bello ciò che è bello. La nuova semantica dell’arte figurativa. Con un saluto di Santo Versace e una riflessione di Renzo Piano, Franco Angeli 2012. Blog La Chimera: http://pierotrupia.blogspot.com

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