Contributi

Bazlen, Svevo, Lezama Lima e la formazione come imperfezione

di Francesco Varanini 05 Febbraio 2015

1. Immaginate la Trieste all’inizio del Ventesimo Secolo, quando l’antico Impero Austro-Ungari ha ancora davanti a sé venti anni scarsi i di vita. Il porto di un grande impero multietnico, luogo di scambio e di incontro di culture e di lingue. Una città di commercianti, speculatori, sensali, direttori di banca e di società di assicurazioni – ricordiamo le Assicurazioni Generali, nei cui uffici praghesi fu impiegato Franz Kafka. A Trieste si conduce una vita pacifica, ben nutrita, eguale. Le statistiche, però, registrano anche una alta percentuale di tubercolosi, malati di mente e suicidi.

Bobi Bazlen cresce qui, studia nel liceo tedesco, matura presto la vocazione di lettore onnivoro e al tempo selettivo, tanto convinto dell’impegno implicito nella vocazione letteraria da rifiutarsi di scrivere una propria opera – scegliendo per sé il ruolo esclusivo del finissimo lettore.

Gli dobbiamo la traduzione in italiano di molti libri che oggi consideriamo ineludibili classici. Gli dobbiamo i grandi libri austroungarici: Kafka, Kraus, Canetti, Musil. Ma gli dobbiamo anche la conoscenza di Freud e di Jung e della psicanalisi tutta. E ancora l’edizione italiana di romanzi della Pampa e della Patagonia, scovati chissà come. Molti titoli del catalogo di Einaudi, delle Edizioni di Comunità, di Astrolabio e di altre case editrici sono frutto del suo gusto e delle sue scelte oculate. Sopratutto, sono suoi i titoli iniziali -decine o forse anche centinaia- del catalogo Adelphi.

Se vogliamo parlare di formazione e di cultura umanistica e di culto dell’imperfezione, la lezione di Bobi Bazlen ci appare particolarmente fertile.

Tutto, direi, può essere sintetizzato in due icastiche affermazioni.

2. Bazlen, esprimendo un giudizio (richiesto dalla casa editrice Einaudi) su un libro dello psicologo Bruno Bettelheim, scrive: “L’unico pericolo vero, per me, è l’argomento giusto o la parola giusta nella bocca sbagliata. Non è un problema di parole. E’ un problema di bocche”.

Mi pare una riflessione di capitale importanza, per fortuna espressa con parole semplici.

E’ un problema di bocche: la bocca del guru del management, del consulente, del formatore alla moda, è la bocca sbagliata.

Chiunque può parlare di etica, di felicità nel lavoro, di costruzione di un futuro migliore e di creazione di ricchezza sociale. Chiunque può parlare di delega e lavoro di gruppo, di valori, impresa, famiglia.

Ma immaginate quelle parole in bocca a una persona che ritenente onesta e sincera, meritevole di fiducia, e le stesso parole pronunciate da un formatore o un consulente o un manager che vi pare inaffidabile, arrogante, o pronunciate da un uomo politico avvezzo ai compromessi, buono per tutte le stagioni.

La differenza è abissale. Qualsiasi bella parola, pronunciata da quella bocca, suonerà vuota, o anzi stomachevole. Pensiamo a situazioni che tutti certo abbiamo vissuto. Pensiamo a tutte le belle parole, retoriche e rituali, ascoltate nel corso di certi corsi di formazione ed in certe Convention.

Il problema è grave. Perché così buoni temi, trasformati in apparenze vendibili, in merce formativa e consulenziale, in pratica manageriale vuota, perdono senso agli occhi di chi in azienda vive e lavora mettendoci del suo, credendoci.

Si perde di vista il senso: l’etica, rinominata magari Business Ethics o Corporate Social Responsibility, passa da essere una buona cosa una merce da vendere. Proprio dove si parla con parole pompose di Business Ethics e di Corporate Social Responsibility molto spesso manca un sano, concreto orientamento etico. L’etica merce allontana dall’etica pratica.

Ricordiamoci, insomma, che il formatore, il consulente, il manager sono ‘bocche’. Abbiamo la responsabilità di non svilire, nel pronunciarle, le buone e belle parole.

3. In una lettera del 1 settembre 1925 all’amico Eugenio Montale, Bobi Bazlen si trova a commentare Le Grand Meaulnesdi Alain-Fournier, romanzo breve scritto nel 1913 – un anno prima che il giovane autore morisse durante la Prima Guerra Mondiale. E’ un esemplare ‘romanzo di formazione’: lungi dal parlare di come si potrebbero formare gli altri, si parla della propria formazione; su raccontano gli anni dell’adolescenza e del divenire adulto di un giovane protagonista. Protagonista che è sempre, nel Grand Meaulnes in modo particolarmente evidente, una diretta proiezione dell’autore.

Alain-Fournier inizia a scrivere a sedici anni. Pubblica il romanzo dopo undici anni: ha potuto distaccarsi dall’opera perché, divenuto adulto, è venuto meno il bisogno di elaborare attraverso la scrittura la propria adolescenza. Non un romanzo scritto per il mercato. Nemmeno, in fondo, un romanzo scritto per essere letto da qualche lettore. Un romanzo, invece, scritto per sé.

In una lettera scritta l’1 settembre 1925 all’amico Eugenio Montale Bobi Bazlen commenta:

“Scritto, fortunatamente, non eccessivamente bene”.1 Il pregio del romanzo sta nell’essere scritto non troppo bene. Mosso dall’urgenza, dalla necessità, l’autore non ha tempo di perdersi in rifiniture. Non ha tempo per perdersi in nella cura dei dettagli. E quando non ha più bisogno di tenere in mano l’opera, la chiude, la fa finita, la lascia lì come è. L’assenza di rifinitura è il pregio. L’imperfezione è il segno della qualità.

Allargando lo sguardo e guardando per analogia, alla luce di queste parole, al funzionamento dell’impresa, possiamo dire forse che la migliore delle imprese possibili è l’impresa che, ‘fortunatamente, non funziona eccessivamente bene’. Francesco Perillo, non a caso, ci accompagna in un viaggio nell’impresa imperfetta. Ciò che serve è la capacità di funzionare in modo adeguato alle circostanze.

Possiamo proporre una ulteriore analogia: anche guardando ai sistemi formativi -possiamo intendere in senso stretto formazione aziendale, ma anche in senso lato formazione scolastica ed universitaria- dobbiamo attenderci qualcosa che non funzioni eccessivamente bene. Non si tratta di fornire risposte e di imporre regole. Si tratta di fornire stimoli in virtù dei quali ognuno sappia da sé cercare risposte e darsi regole.

4. Di nuovo Bazlen critica il ‘bello scrivere’ e la “cultura solidificata, trionfo degli specialisti”2 argomentando in favore della diversità, dell’originalità dei romanzi di Ettore Schmitz: un suo amico triestino, uno strambo dirigente d’azienda, ormai anziano, che lungo l’arco dell’intera vita si è accanito, nonostante gli insuccessi reiterati, a scrivere, e a pubblicare a proprie spese, romanzi.

La scarna biografia sta tutte in queste poche parole autobiografiche: “Nacqui a Trieste nel 1861. A 12 anni fui mandato in un villaggio presso Würzburg in una scuola commerciale ove rimasi fino a 17 anni. Poi frequentai per 2 anni la Scuola Sup. Comm. Revoltella di Trieste. Indi entrai in una Banca ove rimasi fino a 38 anni. Ne uscii, dopo il fiasco di Senilità, per lavorare in un’industria che mi fece soggiornare per varii mesi all’anno a Londra. Visitai spesso per affari la Germania la Francia e l’Irlanda. Ecco tutto.”

Forse non ricordiamo Ettore Schmitz, ma certo abbiamo in mente il suo non de plume, il nome con il quale firmava i suoi romanzi: Italo Svevo. Perché oggi, in virtù dell’impegno di un pugno di letterati -tra cui Bobi Bazlen, appunto, Eugenio Montale e James Joyce- è andata a finire che le opere di quell’oscuro dirigente d’azienda sono oggi universalmente considerati capolavori.

Si oggi ricorda sopratutto l’ultimo romanzo, la Coscienza di Zeno,3 pubblicato nel 1923.

Le immagini di Ettore Schmitz e di Italo Svevo si ritrovano sovrapposte nell’immagine di Zeno Cosini, anch’egli dirigente d’azienda.

Ettore Schmitz non avrebbe potuto fare il manager se non avesse trovato la tranquillità, la pace con se stesso, scrivendo, e cioè essendo anche Italo Svevo. Italo Svevo non avrebbe potuto essere un buon romanziere se non fosse stato al contempo Ettore Schmitz. Se Ettore non si fosse guadagnato da vivere facendo il manager, Italo sarebbe stato costretto alla carriera di scrittore di professione, uno scrittore a tempo pieno: entrambi, il manager e lo scrittore, avrebbero dovuto rinunciare ad essere se stessi, schiacciandosi sulle aspettative del mercato. Se i romanzi di Italo non avessero avuto per protagonista Zeno, trasparente alias, modo di parlare altrimenti di sé, della vita quotidiana del manager Ettore, scrivere non sarebbe servito ad Ettore per essere un manager migliore. Ettore, Italo, Zeno accettano se stessi, con i propri limiti ed il proprio personale scostamento dalle norme – e per questo riescono a lavorare e a vivere abbastanza bene, nonostante il caos che ci circonda e l’impossibilità di comportarsi secondo i più comuni criteri della ragionevolezza.

Ettore-Italo-Zeno ci insegno ad accettare il nostro scostamento dalla norma, la nostra diversità, la nostra ‘malattia’. La nostra imperfezione.

5. Quando i critici notano che Senilità, il secondo romanzo di Italo Svevo, pubblicato nel 1898, è “un meccanismo ad orologeria”, un “capolavoro di fermezza”, mancano di cogliere che questa ragnatela, questo quadro cui niente può sfuggire, è un sistema contabile.

Perché se Svevo riusciva a dominare così efficacemente la materia narrativa, a inquadrarla in blocchi contrapposti e interrelati, ciò era dovuto alla sua grande dimestichezza con la partita doppia e con i bilanci. La Coscienza contiene numerosi ironici riferimenti a questo approccio: ci sono personaggi cui pare che “la conoscenza della contabilità” conferisca al mondo “un nuovo aspetto”, e che vedono nascere “debitori e creditori dappertutto, anche quando due si picchiavano o si baciavano”.
La lingua materna di Svevo è il dialetto triestino, la seconda lingua, ben conosciuta, è il tedesco. La terza lingua da lui dominata è il linguaggio della contabilità.
L’italiano di Svevo, invece, è piatto, povero e accidentato: è la lingua parlata da un contabile di un porto, di una città mercantile, una città di frontiera. L’italiano di Svevo è una ‘lingua di contatto’, ha il solo scopo di rendere possibili transazioni economiche.
Ma questo importa poco: Svevo è forte del suo domino della contabilità. La contabilità è un sistema simbolico, tramite il quale è possibile strutturare narrazioni, e quindi portare alla luce conoscenza. Non è importante dominare tutti i linguaggi, e del resto non esiste il linguaggio perfetto. Tutti i linguaggi sono sub-ottimali. L’importante è, per ognuno, disporre di un linguaggio ed usarlo in modo adeguato alle circostanze.
Così, in questa luce, il romanziere ci appare vicino al manager. Ed anche al formatore, se si considera formatore, come mi pare giusto, colui che si occupa di proporre linguaggi adeguati a cogliere il senso di ciò che stiamo vivendo.

6. Fare l’elogio di ciò che, per fortuna, non è fatto eccessivamente bene significa prendere partito a favore della ridondanza. Non sappiamo a priori cosa in una data circostanza ci servirà, conviene quindi dotarsi di più strumenti, converrà considerare buona ogni risorsa, e pazienza se non si tratta dello strumento o della risorsa perfettamente rispondente all’esigenza. Ciò che potrebbe apparire di troppo è invece roba buona, che può venirci utile appena ci troviamo in una nuova, imprevista situazione.
Ora, l’esemplare manifestazione letteraria -e artistica in genere- della ridondanza è il barocco. Possono apparire gratuiti e inutili ed offensivi allo sguardo tutte quelle volute e quelle figure. Possono sembrare appesantimenti del testo tutti quegli aggettivi, quelle descrizioni di dettagli, e tutte quelle frasi subordinate.
Ma al contrario, il barocco profluvio di immagini è ricchezza, è conoscenza, è generoso dono dell’autore dell’opera.
Alle voci di Bazlen e di Svevo ne aggiungo quindi una terza. José Lezama Lima, poeta e romanziere cubano, è il maestro segreto di tutta la generazione letteraria latinoamericana nota a noi attraverso autori giunti anche ad essere Premi Nobel: García Márquez, Vargas Llosa, Octavio Paz. Lezama Lima è l’opposto di Borges: quanto Borges è secco, asciutto, squadrato, analitico, Lezama Lima è caldo e debordante, plastico.
Lezama Lima è noto per il suo leggendario disinteresse per l’ortografia. E, cosa ancor più significativa, è noto per la disinvoltura nelle citazioni: la sua vastissima erudizione lo porta a citare testi di ogni cultura ed ogni epoca, ma sempre con imprecisione, ricordando a memoria, adattando il testo originale alla situazione. Eppure, proprio a causa di questa approssimazione, le citazioni di Lezama sono efficacissime: rende il senso del testo originale molto meglio di qualsiasi citazione stretta e precisa.
Due versi racchiudono forse la lezione di Lezama: “Ah, que tú escapes en el instante/ en el que ya habías alcanzado tu definición mejor.”4 E’ una esortazione: ‘scappa via, vai oltre, altrove’, quando ti sembra di aver raggiunto la ‘definizione migliore’. C’è sempre dell’altro, ci sono sempre altre vie che possono essere percorse.
Lezama diceva: “sólo lo difícil es estimulante”. E parlava di “vincere la resistenza”. La resistenza dei materiali con i quali lavora lo scultore, la resistenza del linguaggio, la resistenza che si manifesta come difficoltà, nella veste di pericoli incontrati dal viaggiatore. Lezama paragonava se stesso ad un mulo. Il poeta, ma direi anche l’imprenditore, il manager, il formatore che intende pienamente il suo ruolo, si muovono come un mulo sull’orlo dell’abisso, sfiorano l’orlo, cercano l’estrema soglia, cercano nuovo senso, nuovo modo di intendere le cose, ma non cadono nel vuoto.

7. Imperfectum è in latino in ‘non’ perfectum. Perfectum è il participio passato di perficere (perfacere). Perficere significa ‘condurre a buon fine’, ‘condurre a compimento’. Complire è in latino ‘riempire’.
Bazlen e Svevo e Lezama ci parlano di come qualsiasi opera umana non è mai del tutto compiuta. Conviene quindi porre attenzione, più che sul risultato, sul processo. Ciò che interessa non è l’impresa già conclusa, ma l’impresa in corso, l’impresa ancora incompiuta. L’imperfezione è incompiutezza. E’ questo il terreno sul quale siamo chiamati a muoverci.
Qui interviene costruttivamente la buona formazione. Ci ricorda Francesco Perillo: “Non c’è formazione senza mettersi in discussione”. “La formazione è un patto sul futuro”.
Ci ricorda ancora Perillo che la Sesta Lezione di Calvino, dedicata all’incominciare e al finire,

Questo testo è apparso con il titolo “La formazione come imperfezione” in Francesco Donato Perillo, Impresa imperfetta, con testi di Pier Luigi Celli, Eugenio Mazzarella, Enzo Rullani, Luigi Maria Sicca, Francesco Varanini, Editoriale Scientifica, 2014.

1Bobi Bazlen, Scritti, Milano, Adelphi, 1984, p. 360.

2Bobi Bazlen, “Prefazione a Svevo”, Scritti, Milano, Adelphi, 1984, p. 241.

3 Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Milano, Dall’Oglio, 1923. Diversi altri editori hanno messo in catalogo le opere di Svevo. Si vedano in particolare, per il rigore filologico, le edizioni dei Meridiani Mondadori e dello Studio Tesi di Pordenone.

4José Lezama Lima, “Ah, que tú escapes”, in Enemigo Rumor, 1941. Primo poema della prima sezione (Filosofía del clavel).

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