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Tutta colpa della macchinetta del caffè

di Marco Bruschi 02 Luglio 2015

Un contributo anonimo per La macchinetta del caffèQuando nella bolla delle pause, nasce qualcosa di più.
TUTTA COLPA DELLA MACCHINETTA DEL CAFFE’
Anonimo
Entro in ufficio alle 8 e 30, da solo. I colleghi fuori arrivano alle 7 e le colleghe dell’amministrazione alle 9. Lavoro diverso da quello dei colleghi il mio: collego la produzione con l’amministrazione e lavoro a stretto contatto col titolare.
Sbrigo i primi lavori post accensione del PC: email ricevute durante la notte da fusi orari diversi; preparazione dei carichi per la giornata.
Ore 9, arrivano le colleghe. Le sento salire al piano di sopra e capisco che è il momento del caffè. Non prendo il caffè da solo, aspetto loro.
Salgo. “Buongiorno signore”. “Buongiorno”.
Preparo tre caffè, 10-15 minuti di chiacchere, non di più, sul tempo, sulla serata sul caffè che tanto buono non è.
Penso che sia una fortuna andare così d’accordo con i colleghi, ancora di piu’ lo e’ andare così d’accordo con la collega che parla poco, quella con la scrivania sempre piena di documenti e classificatori.
Sorride sempre quando le passi il caffè e guarda in basso se “per errore” le sfiori la mano.
I caffè, durante il giorno, sono due, a volte tre nelle giornatacce, mai di più.
Ma al piano di sopra ci devo salire spesso per consegnare documenti e alimentare la “macchina della fatturazione”. Ci si vede spesso, anche se faccio un lavoro completamente diverso, ma si parla poco. Aspettiamo i caffè. Quelli sono i momenti in cui si parla, un po’ di lavoro e un po’ del privato.
Piano piano si parla sempre meno di lavoro e si va sempre più nel privato.
Inizi a vedere il caffè non come la pausa dal lavoro ma come una tappa senza la quale la giornata non finirebbe mai.
Poi davanti a quella macchinetta puoi iniziare un diverbio su “zucchero si, zucchero no, una tacca o cinque tacche” per poi arrivare alla conclusione che lo bevete entrambi amaro e ristretto mentre l’altra collega ci mette 5 tacche, latte e panna spray che si porta da casa. Ecco, cominci anche a notare qualche affinità.
Davanti alla macchinetta inizi a dare e ricevere consigli, a raccontare sempre più fatti personali e sempre meno avvenimenti legati al lavoro, inizi a notare che la collega storce il naso se racconti delle standiste bionde con cui hai lavorato nell’ultima fiera. Ti accorgi, poi, che a storcere il naso sei tu, quando lei ti racconta del commercialista che le ha offerto il caffè il giorno prima. Quello stesso caffè che state bevendo in quel preciso momento.
Ah, ovviamente a te il caffè non è mai piaciuto. Ma ormai in una sorta di riflesso pavloviano lo associ a qualcosa di piacevole.
La macchinetta fa le bizze e vi ritrovate insieme che cercate un modo per cambiare il filtro senza dover chiamare l’assistenza e rimanere senza caffè per una giornata intera, ci riuscite dopo un po’ e vi guardate sorridendo soddisfatti, stanchi ma felici. Pronti per prendere un caffè.
“Io con una collega? Mai!” Continui a ripeteterlo, magari per qualche anno, poi smetti di dire fesserie e di mentire a te stesso, poi Il caso vuole che le cialde finiscano e che tocchi a te andare prenderle in magazzino. Ma l’armadietto casualmente è chiuso e c’è una sola persona che ha la chiave: la chiami e prontamente scende.
Senza la chiave.
“E ora come lo prendiamo il caffè?”
“Secondo te sono qui per il caffè ?”
“Direi di no”
E così, per colpa del caffè, delle cialde, della macchinetta e della pausa caffè, ormai io e la collega ci frequentiamo da qualche mese.
I capi sono all’oscuro di tutto e quindi continuiamo a vivercela un po’ da clandestini anche se, in fondo, è tutta colpa della macchinetta del caffè.

Autore

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Laureato in Informatica Umanistica all'Università di Pisa, guarda le nuove tecnologie da un punto di vista sociologico, culturale e qualche volta letterario. Adora i vizi e non si fida di chi dice di non averne. - http://www.marcobruschi.net/ Twitter: @paroledipolvere

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