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Apprendere mossi dal piacere. Esperienze di un formatore

di Francesco Varanini 01 Dicembre 2018

Posso dirmi formatore di adulti perché ho vissuto esperienze indimenticabili.
Verso la metà degli Anni Settanta, secolo scorso, partenza da Esmeraldas, Ecuador, all’alba, quando la marea lo permette, un giorno di viaggio fino a Limones, poi in canoa, due giorni di viaggio, si risale la foce del fiume Santiago, ci si addentra nel fiume Cayapas, e di qui si entra nel suo affluente, fume Onzole. Fino a Santo Domingo de Onzole, villaggio duecentocinquanta abitanti, afroamericani.1 Lavoravo come antropologo. Restai nel villaggio diversi mesi. A un certo punto ricevetti l’incarico di svolgere un corso pilota di alfabetizzazione.
Nel villaggio, solo due persone sanno leggere. La sera -siamo sull’Equatore, alle sei e mezzo è buio, accendo un generatore elettrico in una delle capanne, questa è l’aula. Partecipano sopratutto donne. I maschi preferiscono ascoltare alla radio cronache di partite di calcio. Le donne sono gentilissime. Si impegnano. Hanno difficoltà però nella manualità: per mani abituate al machete -il lungo e pesante coltello con cui si taglia il cordone ombelicale, si scava la fossa dei morti, si lavora nel campo e in cucina- la matita è uno strumento troppo leggero e sottile. Questo non è un vero problema. Ho preparato foglietti sui quali ho scritto singole sillabe. Le teorie secondo le quali in quindici giorni si può imparare a leggere e scrivere si mostrano vere. Il problema sta altrove. Perché dovremmo imparare a leggere e scrivere? A cosa può servirci?
La vita quotidiana si svolge felicemente senza che lettura e scrittura mostrino una qualche utilità. Nel villaggio, non c’è niente da leggere, salvo una copia sdrucita del Vangelo e qualche copia di un lunario, un almanacco che aggiunge al calendario la storia dei santi del giorno, qualche consiglio pratico. Nessuno lo legge. Se qualcuno arrivando in canoa porta una lettera, o se c’è da scriverne una, basta la persona che fa da scrivano per tutti.
Sono straniero, sono bianco, vengo dal Mondo Moderno. Per questo sono un’autorità. Ma è mi è comunque difficile spiegare perché è così importante apprendere a leggere e a scrivere. O forse sopratutto non voglio forzare. Quando sarà loro necessario, quando lo desidereranno, gli abitanti del villaggio apprenderanno rapidamente a leggere e scrivere. Ciò che manca loro è la motivazione. Chi sono io per darla loro?
Ma allora, mi chiedevo, a cosa serve la formazione. Dove sta il suo senso. La spiegazione, una spiegazione alla quale mi attengo ancora, me la diedero quelle signore.
Mi chiesero di insegnare loro non a leggere e scrivere, ma ad apprendere un’arte di cui non conoscevano l’uso pratico, ma che aveva per loro un grande valore simbolico. Mi chiesero di insegnare loro i quebrados. Non avevano idea di cosa fossero, ma sapevano, per sentito dire, che si trattava di un argomento che si arrivava a studiare solo nella Sexta, la sesta elementare, cioè, per loro, il massimo concepibile vertice di un percorso di istruzione.
Volevano impossessarsi di una conoscenza da mostrare a sé stesse e agli altri, con orgoglio. Volevano apprendere lontane dall’obbligo, per il puro piacere di apprendere.
Ma non capii subito. Mi sforzai di mostrare loro l’inutilità di questo apprendimento. Ed anche il fatto che non avevo in realtà niente da insegnare loro, perché a guardar bene i quebrados li conoscevano già. Dicevo loro: quando una di voi, nel ruolo di mamma o di nonna, divide a memoria quarantasette sucres (la moneta locale) e trenta centesimi in otto parti uguali, destinata ognuna ad un figlio, conoscendo anche il resto che non può essere diviso, significa che possiede l’Arte della Divisione a Più Cifre e delle Frazioni. Ecco svelato l’arcano: i quebrados sono le frazioni.
Ma mi accorgevo che la mia esplicitazione, troppo laica, era colta come un cattivo servizio: provocava sopratutto delusione. I quebrados non potevano essere una cosa così banale.
E così rinunciai a insegnare a leggere e scrivere e insegnai loro i quebrados.
Imparai a rispettare e a coltivare il piacere di apprendere. Mi convinsi che questa è la molla che il formatore deve saper far scattare. Innanzitutto in questo sta il suo ruolo.
L’intima soddisfazione provocata dall’aver appreso qualcosa che si desiderava apprendere resta nella memoria della persona. Connota positivamente l’idea stessa dell’apprendimento. Pensai infatti allora che le donne di Santo Domingo rammentando quel felice momento, quella singola entusiasmante esperienza -l’aver appreso qualcosa che credevano fuori dalla propria portata- avrebbero potuto in seguito, rafforzate nell’autostima, quando la necessità si fosse manifestata, apprendere anche a leggere e a scrivere. Apprendere, più in generale, qualsiasi cosa.

(Il mondo del río Santiago, río Cayapas, río Onzole, è altrimenti descritto in Francesco Varanini, Viaggio letterario in America Latina, Marsilio, Venezia, 2010; poi: Ipoc, Milano, 2010. Capitolo: Catinga. Adalberto Ortiz e il romanzo negro)

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