Contributi

Le implicazioni etiche dei Big Data

di Bruno Bonsignore 30 settembre 2012

La rivoluzione digitale si è fatta sentire in musica, nella pulizia inconsueta e assoluta della riproduzione sonora. Per noi abituati agli scratch del vinile il CD è stata una sorpresa che aveva dell’incredibile, ma ci siamo abituati rapidamente al nuovo modello no-noise.
Fino a che quell’innaturale mancanza ci ha fatto capire quanto fosse falsa e senza vita quella musica e abbiamo dovuto riempirla nuovamente di rumori capaci di effetto- verità, conversazioni di sottofondo, colpi di tosse, risate sommesse, bicchieri tintinnanti, applausi che sanno di studio … Quello che nel modello “pulizia” era considerato inutile e da rimuovere è tornato a essere pertinente e necessario.
E’ l’Elogio della Ridondanza in un video di Francesco Varanini a procurarmi questa riflessione ma lui continua pacato e inesorabile, così mi affretto ad annotare: “ … i data base sono frutto di modelli studiati per gestire in modo ottimale il minor numero possibile di informazioni col risultato di doverne accantonare un’enorme quantità solo perché è giudicata, in quel momento, superflua;
… il modello del data base è limitato e ci fa perdere le altre conoscenze accessibili. Ma è possibile praticare un altro tipo di accesso, attingendo a un “baule” di conoscenze diverse e costantemente aggiornate: invece di accedere alle informazioni attraverso chiavi di lettura definite a priori possiamo piuttoso porre delle domande, fare delle interrogazioni che ci portino man mano a quello che cerchiamo. Il “rumore” insomma è una fertile base di conoscenza che abbiamo a disposizione, invece di fissarci sulla pretesa virtù del “solo quello che è pertinente” possiamo passare all’ottica del “ qualsiasi cosa serve ad avvicinarci “ purchè noi si sia capaci di leggerla e interpretarla “.
In questo senso, continua Varanini, “ anche il nostro ruolo di manager deve cambiare e passare da un’informatica che dà informazioni sulla base di un modello preformato a un’informatica che consente la navigazione in rete usando semplicemente dei Tag per conoscere, assemblare, usando non solo dati ma anche testi.
E’ lo stesso marketing che sceglie delle vie per avere delle risposte . Passo da una scarsità di informazioni all’abbondanza, dati che prima, nel modello di data base non avevamo previsto adesso ci possono servire. Qualsiasi cosa scritta su un pc è una fonte possibile di conoscenza “.
Questa finestra di Varanini propone nuove prospettive ma le implicazioni del big data non le abbiamo ancora nemmeno sfiorate. La crescita del cosiddetto storage fa sì che i dati siano usati in modi sempre più differenti, ogni giorno svariati terabyte (1000 gigabytes!) di contenuti vengono creati dalla digitalizzazione in un vortice di volumi, varietà e velocità di dati organizzati che si rincorrono.
L’imperativo è sempre lo stesso, conoscere meglio e sempre più il cliente, i suoi gusti, raccogliere indicazioni su problemi che potrebbe creare, indagare su chi è più in vista oggi, cosa si dice di lui nei blog, a che ora di preferenza apre le email, cosa pensano di lui, su facebook ne parlano bene o male, bisogna verificare su Twitter, rilevare gli accenni e commenti che manifesta su un provvedimento antifrode, verificare le foto che ha pubblicato, quando e con chi e dove e intercettare trend anomali di termini nelle email, nelle conversazioni sui social, parole chiave più frequenti e associate a quali eventi …
Dov’è il limite tra privacy e uso illecito, e tra lecito e etico? Un supermercato che che filma con telecamere nascoste il comportamento dei clienti, la sosta davanti agli scaffali, le esitazioni e i ripensamenti, i commenti scambiati con il marito e lo strabiliante tempismo col quale l’altoparlante annuncia un’offerta 3×2 proprio mentre il cliente è vicino al prodotto…
Facebook è 10% software e 90% conoscenza dei suoi adepti, di fatto il più grande big data del mondo nelle mani di un giovanotto che ogni giorno si inventa di tutto per sapere qualcosa in più di noi. Siccome siamo proprio noi a spiegargli chi siamo, cosa facciamo, con chi, cosa ci piace, quando e dove… è tutto lecito. Ma non ci dice i possibili usi che intende fare con questa insperata e gratuita abbondanza di informazioni.
Il big data può andare ben oltre il grande fratello.

 

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